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La «cattedrale di metallo e vetro» dove si lavora come 50 anni fa.

L'Ilva di Taranto ha un'incredibile estensione di 15 milioni di metri quadrati; ogni anno sui suoi moli sbarcano 20 milioni di tonnellate di minerali, fossili e coke, che vengono accumulati nei parchi a cielo aperto per poi essere utilizzati per la produzione della ghisa e dell'acciaio. La capacità produttiva dello stabilimento è di circa 10 milioni di tonnellate annue di acciaio. Quando iniziò a produrre, agli inizi degli anni sessanta, la «cattedrale immensa di metallo e di vetro» che avrebbe reso moderni gli uomini che «venivano dai campi, dai pascoli e dalla rassegnazione», come la definì Dino Buzzati, disponeva delle migliori tecnologie produttive dell'epoca. Da allora sono passati 50 anni, nei quali l'Ilva ha continuato a sfornare acciaio nello stesso modo: la ghisa, prodotta attraverso il processo cokeria-agglomerato-altoforno passa poi ai convertitori dell'acciaieria e via via alle altre lavorazioni. È vero che sono state adottate soluzioni che hanno permesso un miglioramento nel campo della produzione (ormai fortemente automatizzata e informatizzata) e del controllo delle emissioni nocive (ogni volta tamponando il danno già fatto che man mano è emerso), ma il ciclo produttivo non ha subito modifiche sostanziali.
mercoledì 15 agosto 2012
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Punjab (India), dalla "green revolution" al disastro umanitario.

Quando è stata concepita, la cosiddetta “Rivoluzione Verde” attirava su di sé le speranza di chi l’aveva ideata si poter sfamare il mondo, la maggior parte del quale ancora soffre per la carenza di cibo, molto spesso dovuto all’inadeguatezza delle tecniche agricole e al clima poco adatto alle coltivazioni. È vero che la green revolution ha portato un incremento di produzione agricola in molte parti del mondo, ma quello che i suoi sostenitori stentano ad ammettere è che ha portato anche altri "effetti collaterali" di una gravità estrema, oltre al cibo. Oggi non sono molti coloro che si occupano di quello che sta succedendo in Punjab, India, una delle zone in cui questa commistione di nuove tecniche agricole e l’uso di nuove specie di piante create in laboratorio è stata applicata il più possibile, come fosse un grande laboratorio a cielo aperto.
martedì 14 agosto 2012
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L’Ilva di Taranto: solo la punta dell’iceberg.

Prove generali di un autunno caldo? La vicenda dell’Ilva di Taranto è solo la punta di un iceberg che ha portato alla luce, in maniera definitiva e radicale, il grande problema che il mondo del lavoro si porta dietro da qualche decennio: la totale assenza di un punto di vista di parte che metta la produzione al servizio dei bisogni delle popolazioni. Se si entra nel merito della vicenda Ilva, si può capire come gli intrecci tra politica, industriali e sindacati ufficiali sia l'espressione di un orizzonte di valori e di un progetto sociale che è mortale per gli abitanti di Taranto come per tutto il resto del paese. Il fatto che debba essere la magistratura a scoperchiare i malaffari e porre sigilli, andando di fatto a commissariare la politica, è il risultato di una logica che scambia lavoro e salute, qualunque sia il costo sociale che questo rappresenta. Così è avvenuto per alcuni casi più recenti dove a pagare caro il prezzo del rapporto capitale-lavoro sono stati ancora i lavoratori e i territori che “ospitano” grandi siti produttivi: Casal Monferrato con l’Eternit, la Thyssenkrupp con la sua negligenza sulla sicurezza sul lavoro, ma anche la stessa Val Susa dove si accusa un intero territorio di voler bloccare posti di lavoro e sviluppo mentre dall’altra parte, pur consapevoli delle quantità d’amianto che si sprigionerebbe nell'aria, si mette in pericolo la salute di un intera valle; questi esempi solo per citare i casi più grossi, ma non dimentichiamo i numerosi siti produttivi medio-piccoli dove sicurezza e rispetto per l’ambiente sono messi da parte a discapito del profitto.
lunedì 13 agosto 2012
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Perdere una generazione.

A tutti è capitato di perdere gli occhiali da sole, le chiavi di casa, persino il telefono. Ma di perdere una generazione non era fin qui successo a nessuno, e nemmeno di ammetterlo come ha fatto Mario Monti parlando espressamente di «generazione perduta». I trenta-quarantenni (e quindi ben più di una generazione, almeno due) sarebbero perduti forever. Più o meno una decina di milioni di persone, il cui essere «perdute» significa lavorare una vita senza garanzie, saltare da un contrattino all’altro, e raggiungere alla fine una pensione da fame che farà sembrare l’attuale «minima» uno strabiliante privilegio.
domenica 12 agosto 2012
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Il sindaco rosso guida gli espropri nei supermercati.

Tre carrelli di cibo per 37 famiglie povere di Siviglia In Andalusia requisiti a un duca 1.200 ettari incolti MADRID L’ ultima clamorosa protesta è stata un «esproprio alimentare» in un supermercato: martedì scorso Juan Manuel Sanchéz Gordillo, 60 anni, dal 1979 sindaco con maggioranza assoluta della comunistissima Marinaleda, ha diretto l’assalto a un supermercato nella limitrofa Ecija, portando via tre carrelli pieni di pasta, fagioli, lenticchie e latte, che ha donato a 36 famiglie di squatter disoccupati di Siviglia. Unanime la condanna del governo, dei socialisti, di lu. Ovviamente è stato denunciato. Ma lui se la ride: «È stata un’azione simbolica. Il prossimo obbiettivo? Le banche».
domenica 12 agosto 2012
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Non si esce così dalla crisi.

Il processo di vendita dei beni immobiliari pubblici era iniziato nella metà degli anni ’90, ma i numerosi provvedimenti bipartisan hanno prodotto risultati modesti. Oggi la vendita annunciata dal governo Monti si farà perché la crisi economica favorisce l’efficacia dei provvedimenti. I beni da vendere appartengono a quattro categorie. I beni culturali, e cioè i gioielli che rappresentano la storia e il prestigio del nostro paese, luoghi spesso a disposizione di tutta la popolazione. Beni che sono alla base di uno degli articoli fondamentali della prima parte della Costituzione verranno svenduti senza remore: non ce lo possiamo permettere più, secondo la religione dei professori. Vedremo che dirà al riguardo il Presidente della Repubblica che in passato ha richiamato all’intangibilità delle radici culturali dell’Italia.
venerdì 10 agosto 2012
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Cherán K’eri: dalla difesa dei beni comuni all’autogoverno comunitario.

Situata nello Stato di Michoacán, nel nord-ovest del Messico, la comunità indigena di Cherán K’eri è protagonista da oltre un anno di una formidabile lotta in difesa del territorio e di un interessante esperimento di autogoverno. Durante la Convención Nacional di Atenco del 14-15 luglio scorsi, abbiamo incontrato David Romero e Samuel Ramos, delegati di Cherán all’evento, i quali ci hanno parlato dei nodi del conflitto e del processo di trasformazione che stanno vivendo. La data che segna lo spartiacque nella storia della comunità è il 15 aprile del 2011, giorno in cui gli abitanti di Cherán, attraverso un vero e proprio levantamiento (sollevamento) popolare, decidono di riprendere in mano il territorio e di ribellarsi allo strapotere della mafia locale (la cosidetta Familia Michoacana, un cartello del narcotraffico operativo nel centro del Messico), che stava letteralmente devastando il monte Pacaracua con una deforestazione senza precedenti.
venerdì 10 agosto 2012
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Trecento black bloc, autonomi, ultras... o tremila cittadini liberi e pensanti?

Il 2 agosto scorso, a Taranto, lo spezzone del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti ha interrotto il comizio sindacale e reclamato il diritto dei tarantini a decidere del destino dell'ILVA, rifiutando la falsa alternativa tra salute e lavoro. I giornali hanno parlato di "black bloc provenienti da Bari", Landini (Fiom) li ha definiti [qui] «esponenti dei Cobas, dei centri sociali, anche ultras del Taranto Calcio. C'erano, naturalmente, anche lavoratori dell'Ilva che non condividono le nostre posizioni. Ma mi sento di dire che si trattasse comunque di una minoranza». Una minoranza «che pensa che sia meglio chiudere la fabbrica e vivere di sussidi dello Stato». Tutti concordi nel dire che erano al massimo 300, neanche fossero stati capeggiati da Leonida redivivo. Lasciamo ai nostri lettori la libertà di giudicare, da questo video,(http://www.youtube.com/watch?v=NoM-Pn_YfPo&feature=player_embedded), se erano 300 o 3000, se erano minoranza o maggioranza. Per la cronaca: a parlare a nome del comitato, sul treruote trasformato in palco, è Aldo, 14 anni all'Ilva, ex tesserato Fiom, una famiglia da mantenere e una moglie part time in un call center. Anche lui un fannullone? [G.D.M.]
venerdì 10 agosto 2012
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Caccia al migrante in Grecia.

Il governo difende la sua politica: il ministro dell’ordine pubblico parla di una «invasione senza precedenti» che minaccia la società greca. Syriza denuncia il «pogrom». Le agenzie dell’Onu in allarme, mentre la xenofobia cresce Il colpo d’occhio fa impressione: gruppi di decine di persone circondate da poliziotti in assetto da «lavoro», caschi e armi in pugno, mentre altri agenti controllano loro documenti e averi. Uomini e ragazzi, facce disperate e umiliate, vengono caricati sui cellulari e portati in qualche commissariato. Sono scene fotografate nel centro di Atene durante il fine settimana: è l’operazione denominata «Zeus Xenios», grazie a cui la polizia greca afferma di aver arrestato 6.000 stranieri illegali. Molti di loro sono stati poi rilasciati, ma circa 1.600, che non avevano documentazione regolare, saranno caricati su qualche aereo ed espulsi. Un’operazione così massiccia ha suscitato forti critiche di Syriza, la coalizione della sinistra (che l’ha definita un «pogrom»). L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati si allarma: tra i fermati ci sono potenziali rifugiati, o comunque persone che se rimandate in patria rischiano la vita (L’Acnur chiede tra l’altro di sospendere le espulsioni verso la Siria). Si allarma anche l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim): la retata indiscriminata mette in pericolo il programma di rimpatri volontari che il governo greco aveva avviato con il sostegno dell’agenzia dell’Onu e dell’unione europea.
mercoledì 8 agosto 2012
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Sciopero spontaneo alla sede bolognese della Tnt. Nella logistica cresce il conflitto. Protagonisti i lavoratori immigrati.

Ieri sera uno sciopero, improvviso, di 4 ore ha portato al blocco pressoché totale delle attività dei comparti della filiale TNT bolognese in Via Colombo. Sull'onda dello sciopero a tempo indeterminato realizzato lo scorso mese dai colleghi del comparto piacentino, i lavoratori si sono concentrati davanti alla cancellata d'ingresso del gigantesco stabile rifiutandosi di entrare al grido di "sciopero,sciopero!". Verso le 9 di sera le fila degli scioperanti si sono ingrossate, superando il centinaio di unità; coesi e compatti come non mai, hanno atteso gli esiti della lunga e delicata trattativa che i rappresentanti sindacali dei Si Cobas, insieme ai colleghi di lavori più "esperti" riguardo a diritti e doveri spettanti alla manodopera, avevano frattanto intrapreso con i dirigenti dello stabilimento. Altri operai giungevano da Piacenza a dare la loro solidarietà diretta, consapevoli del fatto che l'azienda, di fronte all'allargarsi della lotta e delle rivendicazioni lungo tutto il territorio emiliano, avrebbe dovuto giocoforza cedere alle richieste di maggiore dignità e regolamentazione del salario minimo portate avanti dai lavoratori.
mercoledì 8 agosto 2012
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