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Land grabbing: il pericolo del nuovo millennio.

Accaparrarsi risorse non illimitate è sempre stata l'ambizione dei grandi gruppi e multinazionali. Dopo le fonti energetiche, ora è la volta dei terreni agricoli. A rischio Africa, Asia e Sud America di T N Sono 227 milioni gli ettari di terra venduti, affittati o concessi in uso in tutto il mondo dal 2001. Una superficie equivalente all'Europa nord-occidentale. Il rapporto “La nuova corsa all'oro”, diffuso da Oxfam, stima le dimensioni mondiali del fenomeno del land grabbing, l'accaparramento incontrollato delle terre effettuato in particolare da investitori internazionali con accordi su larga scala.
sabato 22 ottobre 2011
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Contro le «nuove» piantagioni.

Si chiama «progetto di piantagioni di nuova generazione», ma il nome è ingannevole. Si tratta del progetto promosso dagli enti forestali di alcuni governi (Cina, Svezia e Regno unito), un pool di aziende interbazionali del settore (Forestal Mininco/Cmpc, Masisa, Fibria, Mondi, Portucel, Sabah Forestal Industries, Veracel, Stora Enso, Upm-Kymmene), e sostenuto anche dal Wwf, una delle più note organizzazioni ambientaliste internazionali. Il Ngpp (acronimo di «new generation plantation project») consiste nel definire «pratiche sostenibili» per la gestione di piantagioni, e promuoverle presso le aziende forestali, le autorità governative, gli investitori per «promuovere l'adozione delle migliori pratiche nelle piantagioni forestali»: così si legge sul sito del Wwf. Che argomenta: le piantagioni intensive sono controverse perché distruggono le foreste originarie e altri ecosistemi naturali, oltre ad avere impatti sociali, calpestare i diritti delle comunità locali, e così via, ma non è necessario che sia così, se si adottano pratiche di «foresteria sostenibile».
sabato 22 ottobre 2011
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15 ottobre, le voci negate. Ecco gli interventi che non avete potuto ascoltare: Yvan Sagnet bracciante di Nardo’.

Di seguito l'intervento che Yvan Sagnet, bracciante Nardò, avrebbe dovuto tenere sul palco a San Giovanni alla fine della manifestazione. Vivendo a Torino, quest’estate per potermi pagare le tasse universitarie sono sceso in Puglia a Nardò per lavorare nella raccolta dei pomodori e delle l’angurie. Lì a Nardò ho scoperto un sistema di lavoro molto diverso da quello che ho l’abitudine di svolgere. Ho scoperto il caporalato. Queste persone chiamate caporali ci obbligano a pagare 5 euro di trasporto per portarci a lavorare e ci costringono a pagare 3,5 euro per un panino. Un caporale guadagna in media 5 mila euro al giorno mentre un lavoratore guadagna 25euro al giorno in cui bisogna scaricare i 5 euro di trasporto e i 3,5 euro di panino. Insomma siamo pagati 15 euro per 14 ore di lavoro consecutivo, questo va al di là dello sfruttamento, qui si tratta di schiavitù.
giovedì 20 ottobre 2011
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Michael Kimmelman: Indignati e Spazio Pubblico.

Dal critico di architettura del New York Times, 16 ottobre 2011, accostamento fra le odierne manifestazioni negli spazi urbani collettivi e una nuova polis nascente (f.b.) Titolo originale: In Protest, the Power of Place – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini Il movimento Occupy Wall Street in costante crescita, coi suoi campi di tende a Manhattan, e oggi anche a Washington, Londra e altre città, dimostra fra le altre cose quanto nonostante i nuovi mezzi di comunicazione siano diventati indispensabili per diffondere la protesta, nulla possa sostituire la presenza fisica nelle strade.
giovedì 20 ottobre 2011
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Voci del 15 ottobre. Carlo Formenti: Idiozia politica.

Piluccando nella marea di banalità, luoghi comuni e iperboli retoriche che gli incidenti romani del 15 ottobre hanno prevedibilmente (succede in occasione di tutti gli scontri di piazza) innescato sui media, mi è capitato di leggere pochissimi articoli che avessero un minimo di interesse. Qui ne vorrei commentare tre, due dei quali apparsi sul Corriere della Sera, il terzo sul Manifesto.
mercoledì 19 ottobre 2011
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Ugo Mattei: Un linguaggio comune.

È necessario un processo costituente per immaginare la società dei beni comuni e sovvertire l'ordine costituito fondato sulla crescita capitalistica. E per scalzare sia la proprietà privata che la sovranità statuale Un linguaggio nuovo è ciò che riduce ad unità le battaglie politiche di dimensione globale per i beni comuni che oggi si ritrovano in piazza. In Italia di queste battaglie e della produzione di questo linguaggio il manifesto è stato in questi anni protagonista, fino ad essere riconosciuto esso stesso come un bene comune. Queste battaglie, dall'acqua all'Università, dal Valle di Roma al no Tav della Val Susa, dall'opposizione ai Cie ai Gruppi azione risveglio di Catania, sono declinate in modo diverso nei diversi contesti, ma fanno parte di uno stesso decisivo processo costituente. Muta la tattica ed il suo rapporto con la legalità costituita. Resta costante la strategia costituente che immagina la società dei beni comuni.
mercoledì 19 ottobre 2011
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Crisi, Bifo: "Deve saltare sistema globale della finanza. Il debito non esiste, non l'abbiamo contratto noi e non dobbiamo pagarlo" .

«Oggi la rivoluzione non ha più una connotazione armata e violenta, ma tecnologica. Quello che ci vorrebbe per uscire dalla crisi globale è far saltare i codici sorgente dei programmi finanziari, perchè questo sistema non può essere corretto». È quanto sostiene Franco 'Bifo' Berardi, docente di Sociologia della Comunicazione alla Scepsi, l'European scool of Immagination, nata lo scorso maggio a San Marino e che ha già sedi a Oslo, Helsinky, Barcellona e Londra. Bifo, fondatore della storica Radio Alice, radio libera faro delle contestazioni studentesche del 1977, è oggi al fianco del movimento degli 'indignati' di tutto il mondo, ma spinge l'acceleratore sul tema della 'rivoluzione' e immagina un crack globale del sistema dei mercati, a favore di quello che lui chiama «un ritorno alla civiltà». «In cui- spiega all'ADNKRONOS - ciascuno guadagna in funzione di ciò che sa fare e di ciò di cui ha bisogno, facendo scomparire la funzione parassitaria della finanza».
mercoledì 19 ottobre 2011
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Accaparramento «responsabile».

La Banca mondiale favorisce il fenomeno definito land grabbing, accaparramento di terre? Pare proprio di sì. La Banca Mondiale è la banca per i poveri - o così pretende, con evidente ossimoro. Allora viene da chiedersi chi sono, oggi, i sempre più poveri a cui la crisi globale dal 2007 sta dando il colpo di grazia e che la Banca Mondiale avrebbe il compito di accompagnare in questa fase di crisi acuta. La crisi finanziaria degli ultimi anni, sommata a quella climatica, energetica e alimentare ha travolto definitivamente i già fragili equilibri globali, e ha mandato in tilt anche gli assets tradizionali di investimento finanziario. Infatti ha spinto tutti, dalle vecchie istituzioni finanziarie internazionali ai nuovi attori, a diversificare il più possibile i propri investimenti per garantirsi guadagni. E nulla oggi appare più redditizio della terra. La formula è presto detta: di cibo ci sarà sempre bisogno, i prezzi resteranno elevati, la terra a buon mercato nel mondo è tanta e disponibile, il profitto è garantito. Il risultato? Grandi appezzamenti di terra nel Sud del mondo diventano l'investimento privilegiato per i molti attori sulla piazza, dagli interessi assai diversificati.
martedì 18 ottobre 2011
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«Riapriamo il dialogo nei movimenti»

Teatro Valle - Roma - «Siamo un'istanza costituente: creiamo nuove istituzioni e diamo vita ad una nuova economia» Quello del 15 è stato un sabato particolare per il teatro Valle. Per la prima volta gli intermittenti dello spettacolo che lo occupano dal 14 giugno sono scesi in piazza insieme a chi lo frequenta da quattro mesi. «Non era scontato che dietro il nostro carro ci fossero 5 mila persone, c'erano lavoratori dello spettacolo e della conoscenza, insieme agli studenti abbiamo riempito via Cavour in 20 mila - afferma Sylvia -, abbiamo raccolto una potenzialità che esiste a Roma e in più abbiamo trasformato il palco del Valle in un'agorà. È stata la dimostrazione che la nostra non è l'estetizzazione di una lotta, come qualcuno ha sostenuto, perché noi a questa lotta diamo l'ebbrezza della festa».
martedì 18 ottobre 2011
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I GIOVANI ARRABBIATI.

Dopo quelle dei caroselli in piazza San Giovanni, una delle immagini più impressionanti dell'esito rivoltoso del 15 ottobre a Roma è la statua infranta della Madonna che "siede" sullo sfondo di fuochi che ardono lontano. È l'emblema perfetto della "guerriglia" (il termine mediatico è abusato, improprio, in fondo nobilitante) che ha devastato non solo la città, ma soprattutto l'imponente manifestazione popolare e le sue sacrosante ragioni, di fatto conculcando il diritto di manifestare a centinaia di migliaia di persone. Per chi è credente è un atto sacrilego. Per chi non lo è, come chi scrive, quel gesto iconoclasta, in senso letterale, è intollerabile perché inconsapevolmente ripropone la semantica profanatoria - e razzista - del nazismo e del neonazismo, oggi replicata dal leghismo: quella che prende di mira i simboli religiosi degli "altri", che siano ebrei o musulmani, in tal caso cattolici. È un gesto che racconta molte cose di quel fenomeno multiforme che i media si ostinano a chiamare black bloc e altri liquidano col termine di infiltrati. Racconta anzitutto di un certo analfabetismo, politico e non solo, tale da impedire perfino di scegliere bersagli simbolicamente adeguati a quel che si vuol esprimere col proprio gesto violento. Il 15 ottobre, infatti, sono stati assaltati non solo sportelli bancari o agenzie interinali, ma anche qualche utilitaria pagata a rate, una bottega di prodotti per pets, con gli animali dentro, un negozio che, non avendo meritoriamente aderito alla serrata, aveva dentro dei commessi, oltre tutto lavoratori precari.
martedì 18 ottobre 2011
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