L’ALBA dell’America Latina: un’altra economia è possibile.
Secondo Nestor Kirchner c’è vita oltre il Fondo Monetario Internazionale ed è una bella vita. L’America Latina è il laboratorio dove si stanno sperimentando forme alternative di cooperazione che allontanino dal sub-continente le mani rapaci delle istituzioni di Washington.
Come tenersi fuori dal pantano del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale?
Per i paesi del cosiddetto Terzo mondo questo potrebbe essere un quesito senza risposta.
Le lobbies economiche che stabiliscono i prezzi delle materie prime li condannano su questa strada senza uscita. Quando i soldi finiscono, non c’è altro a cui rivolgersi.
Il tempo e la contestazione partita da Seattle hanno rotto molto di quella incrollabile certezza che i Paesi poveri del mondo non avessero davvero altra scelta; ha squarciato il velo antiproiettile dietro il quale le istituzioni braccio economico di Washington lavoravano alacremente per creare shock economici per poi proporre una terapia con la quale venirne fuori.
Molto è stato svelato ed il re, adesso, è irrimediabilmente nudo. Nudo, ma non ancora vinto, perché le conseguenze degli aggiustamenti strutturali mietono vittime quotidianamente e perché molto delle sorti economiche e commerciali del mondo passa ancora dalle mani degli esperti del Fondo e della Banca mondiale.
I poveri aumentano ed il loro debito anche, in virtù di quella logica spietata secondo la quale chi ha tutto non possiede nulla e chi non ha nulla possiede tutto.
Dall’America Latina, martoriata dalle ricette del FMI, della Banca Mondiale e del WTO, si sta cercando di costruire un progetto diverso che renda il Sub-continente più indipendente dalle istituzioni di Washington. La nuova iniziativa, l’Alleanza boliviana per le Americhe (Alba), vuole essere una risposta alla zona di libero scambio delle Americhe che in sintesi tutela con attenzione gli interessi Usa più di quelli degli altri associati.
I governi che oggi guidano i paesi dell’America Latina (non tutti, per la verità, ma si pensi al Venezuela, a Cuba, all’Argentina, all’Ecuador, alla Bolivia, al Nicaragua), a qualcuno potranno anche non piacere, ma hanno avuto il merito di buttare sul tavolo del confronto la questione che costituisce il vero problema del sub-continente: l’essere ostaggio di meccanismi economici e commerciali al di fuori della loro portata.
Perché parlare su Terranauta di un’esperienza che con le tematiche della rivista potrebbe, apparentemente, non avere attinenza?
Perché Alba è l’esempio di come una merce possa diventare, o meglio, ritornare ad essere, un bene, in un contesto più ampio di quello domestico.
La logica che supporta Alba, infatti, è sostanzialmente quella del baratto per cui i Paesi che vi aderiscono forniscono agli altri le merci/beni che sono più capaci a produrre, prendendo in cambio ciò di cui hanno bisogno, indipendentemente dai prezzi del mercato globale. I prezzi, infatti, sono scontati e fissi e vengono autonomamente stabiliti dai Paesi.
Si prenda per esempio il settore agricolo. In termini generali l’agricoltura è uno degli ambiti su cui il neoliberismo si accanisce particolarmente. Tuttavia l’esigenza di ridurre le politiche protezionistiche e pompare valanghe di sussidi nelle tasche dei Paesi industrializzati, non coincide necessariamente con la necessità diffusa di liberalizzare la vendita dei prodotti agricoli.
In altri termini, per molti Paesi latinoamericani e caraibici la vendita di prodotti agricoli costituisce la prima fonte di entrata economica. Sarebbe deleterio per la vita di milioni di contadini dover essere costretti ad importare prodotti agricoli.
L’Alba è molto sensibile a questa questione al punto da affermare che “la produzione agricola è molto più che la produzione di una mercanzia. È molto di più: uno stile di vita. È il fondamento per la preservazione di alternative culturali, una forma di occupazione del territorio, definisce modalità di relazione con la natura, si confronta direttamente con i temi critici della sicurezza e della sovranità alimentare” .
In una progressiva escalation storica in cui le multinazionali alimentari hanno eletto l’America Latina loro orto personale, lanciare messaggi come questi è un vero e proprio atto di accusa verso chi ruba quotidianamente le risorse del sub-continente ed al contempo è il paradigma di uno slancio verso la riappropriazione degli spazi territoriali e delle risorse.
Intendiamoci, non è il progetto perfetto che possa incarnare comodamente l’idea di decrescita che ci sta tanto a cuore, perché il tornaconto rimane sempre quello economico. Tantomeno sarà la panacea che curerà i mali che affliggono i paesi latinoamericani. Ma già il fatto che si parli di un’economia in termini quasi domestici (slacciati dalle logiche del commercio internazionale che tutto fagocita e tutto sfilaccia) ed il fatto stesso che riesca a portarsi fuori da una logica di massa che serve i pochi padroni della terra è un atto dimostrativo importante, che fa capire come sia possibile spezzare quel regime economico fatto di banchieri, industriali, business man i cui interessi tentacolari pervadono qualsiasi settore sia in odore di profitto.
La sensazione che si avverte è che sebbene si parli pur sempre di merci, si stia andando verso merci che sono sempre meno merci e sempre più beni da scambiare.
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venerdì 25 settembre 2009
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