Progresso e schiavitù: come leggere la storia.
Nel 2007 il tribunale di Washington ha condannato la Chiquita ad una multa di 25 milioni di dollari per aver pagato, negli anni compresi tra il 1997 al 2004, 1.700.000 dollari ai paramilitari dell’Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), per difendere i propri interessi e stroncare le proteste dei bananeros che chiedevano condizioni di lavoro migliori. In America Latina, anche al di là della singola vicenda, quella delle multinazionali degli alimenti è una vera schiavizzazione degli operai.
(di Romina Arena)
La legge punisce l’uomo o la donna che ruba l’oca dal parco, ma lascia a piede libero il reo che ruba il parco all’oca
Lo storico spesso si trova davanti ad un dilemma di difficile soluzione: dove sta la verità?
Gli studi e le analisi portano sempre a confrontarsi con scuole di pensiero che affondano le proprie convinzioni su argomentazioni che seguono un filo logico differente. A volte l’affiliazione dipende da presupposti ideologici, da convinzioni politiche profonde; altre volte da chi finanzia quella ricerca. Insomma, pur sforzandosi di risultare imparziali quasi sempre si intuisce fra le righe che da qualche parte si deve pur stare. Poveri quelli, come me, che cercano di assumere quei punti di vista considerati “dalla parte sbagliata”, ovvero gli argomenti dei poveri, di quelli che non fanno business. La carne da cannone, per intenderci.
Di questa carne da cannone la storia ne ha avuta tanta. Di questo sottile gioco del forte che schiaccia il debole, questa costante e spericolata corsa del topo per difendersi dalle grinfie del gatto la storia è zeppa, ma mentre di gatti i manuali abbondano, i topi restano mestamente rilegati sullo sfondo nell’attesa che l’occhio attento riesca a scrutarli e farli emergere.
Questa non vuole essere una riflessione farcita di filosofia spiccia, ma un modo per introdurre un’analisi su come le gigantografie del commercio mondiale, si abbattono inesorabilmente su quelli che rappresentano il motore stesso di quel carrozzone iniquo. I lavoratori, quelli che Frantz Fanon chiamava i dannati della terra, i nuovi schiavi, quelli cui tocca portare la croce del progresso. I topi, di cui sopra.
Quando i dannati della terra decidono di essere stati troppo tempo con la faccia nel fango e la sollevano per guardare in faccia chi tiene loro lo stivale sopra il collo, allora, kafkianamente, sono meno topi, si trasformano. Addirittura, diventano pericolosi perché pretendono i loro diritti.
Ma questi diritti, dannazione, sono d’intralcio agli interessi dell’azienda. Non si può. Costano troppo.
Volendone dare volutamente un tono caricaturale, è questo quello che deve aver pensato la Chiquita quando dal 1997 al 2004 ha pagato 1.700.000 dollari ai paramilitari dell’Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), gruppo di estrema destra guidato dal narcotrafficante e quant’altro Salvatore Mancuso, per difendere i propri interessi e stroncare le proteste dei bananeros che chiedevano condizioni di lavoro migliori.
Questo è un punto di vista.
L’azienda ci teneva, però, a fornire una versione diversa dei fatti. Attraverso il suo vice-presidente dell’Area Sud Europa, Paolo Prudenzati, il Brand ha spiegato di essere stato costretto a pagare i paramilitari per proteggere la vita stessa dei lavoratori e soprattutto garantire la sicurezza delle piantagioni in un momento in cui le rapine e gli omicidi erano frequenti e le autorità governative non erano in grado di assolvere quel compito.
È curioso, anzi, raccapricciante che si voglia proteggere la propria forza lavoro assoldando mercenari che la massacrano. C’è qualcosa che non torna.
Il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti, patria di provenienza della Multinazionale e per questo soggetta alle sue leggi, infatti, non ha accolto la debole giustificazione della Chiquita e nel 2007, condannandola al pagamento di 25 milioni di dollari per quelle infrazioni, ha affermato che “il finanziamento di organizzazioni terroristiche non può mai considerarsi come costi per business”, come Chiquita invece aveva cercato di fare passare quei pagamenti.
La farsa si è presto esaurita nel grottesco.
Per uscire meno infangata possibile da questa situazione, nel 2004 Chiquita ha venduto le proprie piantagioni colombiane, d’accordo con l’Unione globale dei lavoratori nel settore alimentare e delle banane, Iuf e Colsiba. I terreni sono stati acquistati da Banacol, non meno sporca della Chiquita, che ha garantito di non toccare i contratti collettivi. Queste condizioni di facciata, però, nascondono una realtà squallida e triste per coloro che in quelle piantagioni ci lavorano e, spesso e volentieri, ci muoiono.
La coordinatrice latinoamericana di Colsiba paragona le condizioni di lavoro nelle piantagioni a quelle di un campo di concentramento: le donne lavorano dalle 6:30 del mattino alle 7:00 di sera; buona parte della manodopera è sotto i 14 anni di età ed i lavoratori sono esposti alle conseguenze del Nemagón e del Fumazone, pericolosi pesticidi proibiti a livello internazionale già a partire dagli anni Settanta, che causano sterilità, cancri, malformazioni congenite nei bambini, oltre ad inquinare l’ambiente e corrompere gli stessi frutti su cui vengono usati.
Le condizioni di lavoro sono in aperta violazione tanto dei diritti dei lavoratori – scarsamente protetti dal punto di vista sindacale, soggetti ad ogni sorta di sopruso e sfruttati fino allo sfiancamento – quanto in senso più ampio dei diritti umani.
Non dovrebbe però sorprendere che la Chiquita non sia poi tanto 10 e lode.
La sua origine è infatti quella della tristemente nota United Fruit Company, entrata nel commercio delle banane agli inizi del Novecento. Negli anni Venti la compagnia deteneva in Honduras qualcosa come 263.000 ettari di terreno, ovvero un quarto della terra coltivabile del Paese e controllava strade e ferrovie, sgomitando a forza di collusioni e corruzioni con gli organi politici e militari honduregni.
Le sue attività extra commerciali le hanno valso il nome di “El pulpo”, per quella ramificazione tentacolare trasversale a tutti i settori della vita delle Repubbliche centro americane in cui il Brand ha le proprie attività.
Il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti, patria di provenienza della Multinazionale e per questo soggetta alle sue leggi, infatti, non ha accolto la debole giustificazione della Chiquita e nel 2007, condannandola al pagamento di 25 milioni di dollari per quelle infrazioni, ha affermato che “il finanziamento di organizzazioni terroristiche non può mai considerarsi come costi per business”, come Chiquita invece aveva cercato di fare passare quei pagamenti.
La farsa si è presto esaurita nel grottesco.
Per uscire meno infangata possibile da questa situazione, nel 2004 Chiquita ha venduto le proprie piantagioni colombiane, d’accordo con l’Unione globale dei lavoratori nel settore alimentare e delle banane, Iuf e Colsiba. I terreni sono stati acquistati da Banacol, non meno sporca della Chiquita, che ha garantito di non toccare i contratti collettivi. Queste condizioni di facciata, però, nascondono una realtà squallida e triste per coloro che in quelle piantagioni ci lavorano e, spesso e volentieri, ci muoiono.
La coordinatrice latinoamericana di Colsiba paragona le condizioni di lavoro nelle piantagioni a quelle di un campo di concentramento: le donne lavorano dalle 6:30 del mattino alle 7:00 di sera; buona parte della manodopera è sotto i 14 anni di età ed i lavoratori sono esposti alle conseguenze del Nemagón e del Fumazone, pericolosi pesticidi proibiti a livello internazionale già a partire dagli anni Settanta, che causano sterilità, cancri, malformazioni congenite nei bambini, oltre ad inquinare l’ambiente e corrompere gli stessi frutti su cui vengono usati.
Le condizioni di lavoro sono in aperta violazione tanto dei diritti dei lavoratori – scarsamente protetti dal punto di vista sindacale, soggetti ad ogni sorta di sopruso e sfruttati fino allo sfiancamento – quanto in senso più ampio dei diritti umani.
Non dovrebbe però sorprendere che la Chiquita non sia poi tanto 10 e lode.
La sua origine è infatti quella della tristemente nota United Fruit Company, entrata nel commercio delle banane agli inizi del Novecento. Negli anni Venti la compagnia deteneva in Honduras qualcosa come 263.000 ettari di terreno, ovvero un quarto della terra coltivabile del Paese e controllava strade e ferrovie, sgomitando a forza di collusioni e corruzioni con gli organi politici e militari honduregni.
Le sue attività extra commerciali le hanno valso il nome di “El pulpo”, per quella ramificazione tentacolare trasversale a tutti i settori della vita delle Repubbliche centro americane in cui il Brand ha le proprie attività.
www.terranauta.it
giovedì 24 settembre 2009
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