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La polveriera messicana.

La crisi economica colpisce duramente il Messico, dove ormai più di metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Gli effetti della crisi si sommano all'impatto del trattato di libero scambio firmato 15 anni fa con Stati uniti e Canada.

Con le emergenze susseguitesi negli ultimi convulsi mesi, il Messico si conferma come polveriera del continente. Un’intera nazione, cioè, sul punto di esplodere da un momento all’altro, mentre è in corso la peggiore crisi economica e sociale che il paese di Zapata abbia conosciuto degli ultimi 70 anni. I dati allarmanti denunciati dalla Banca Centrale e dal Ministero delle finanze mettono in luce la caduta delle esportazioni delle industrie petrolifere e manifatturiere. L’Istituto nazionale di statistica e geografia [Inegi] ha rilevato che nel mese di marzo 2009 il settore dell’industria manifatturiera ha registrato un calo del personale del 7,9 per cento rispetto allo stesso mese del 2008, accumulando in questo modo 22 mesi consecutivi di contrazione del personale impiegato. L’ultima crisi con questa portata si è registrata nel 1995, periodo conosciuto anche come Effetto Tequila, quando il Pil raggiunse un ribasso del 9,2 per cento. Quest’anno, secondo i dati della Banca Centrale il record negativo ha toccato – 9,4. Il primo aprile del 2009 la banca centrale del Messico ha annunciato di aver chiesto al Fondo monetario internazionale [Fmi] di attivare una linea di credito di circa 47 miliardi di dollari per aiutare il Paese ad affrontare la crisi economica. La forte contrazione economica in corso provocherà una perdita di almeno 656.000 posti di lavoro, oltre che l’abbassamento del salario reale dei messicani. La Commissione per l’agricoltura e l’allevamento della Camera dei deputati del congresso federale messicano ha denunciato che la crisi alimentare peggiorerà nei prossimi mesi perchè il paese non è più autosufficiente nella produzione di mais e riso, alimenti base per la popolazione, soprattutto per i ceti popolari. Si calcola che circa l’80 per cento delle importazioni messicane provengono dagli Stati uniti così come il 60 per cento delle esportazioni si dirige verso nord.

È evidente che la crisi globale è una delle dirette responsabili del tracollo economico messicano insieme al drastico calo del prezzo del greggio. Ma probabilmente la specificità della crisi messicana proviene da lontano. La responsabile maggiore è da identificarsi nel Trattato che ha creato l’Area di libero scambio dell’America del nord [Nafta], firmato del 1994 con gli Stati uniti e il Canada. Con la firma del trattato la dipendenza economica del Messico dagli Stati uniti si è progressivamente ampliata a tutti i rami produttivi e dei servizi. La povertà è aumentata e milioni di contadini sono emigrati verso le città dando vita a processi massicci di deruralizzazione e a fenomeni crescenti di urbanizzazione selvaggia. I dati raccolti dalle organizzazioni sociali stimano che il 70 per cento della popolazione economicamente attiva è disoccupata o impiegata non formalmente. Su una popolazione di 105 milioni di messicani si stima che 54 milioni di persone vivano ormai sotto il livello di povertà. Negli stati di Chiapas, Oaxaca, Veracruz, Tabasco, Hidalgo, San Luis Potosí, Puebla la povertà raggiunge una percentuale di abitanti che va dal 56 al 72 per cento. A 15 anni dall’entrata in vigore del Trattato di libero commercio gli effetti negativi sono insomma di gran lunga maggiore dei benefici registrati dallo stato messicano. (di Marica Di Pierri Associazione A Sud)


Carta

mercoledì 22 luglio 2009


 
News

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