ORA E' IL MOMENTO DELLA SOVRANITA' ALIMENTARE. PIATTAFORMA PER UN'AZIONE COLLETTIVA.
Bioagricultura Notizie ha intervistato due rappresentati delle organizzazioni contadini presenti al Forum per la sovranità alimentare che si è svolto nei giorni scarsi all Città dell’altra economia a Roma, in concomitanza con l’incontro ad “alto livello della Fao” sulla sicurezza alimentare (di Lorenzo Misuraca)
“Gli effetti della monocultura per agrocombustibili sono gravi sia nei confronti dell’uomo sia del clima”. Così Tejo Pramano, dell'Unione federativa contadina indonesiana (Fspi) avverte della dannosità di una politica agricola internazionale che non bada alle necessità dei piccoli agricoltori. Gli fa eco Alvaro Santin membro del Movimento dei Sem Terra del Brasile, presente come Pramano a Terra Preta, il forum internazionale svoltosi a Roma dal 1 al 4 giugno: “mille ettari di terra coltivati a soia destinati agli agrocarburanti impiegano 5 persone, contro le 250 dello stesso appezzamento coltivato dai piccoli produttori”.
Abbiamo posto a entrambi alcune domande inerenti ai temi discussi durante Terra Preta.
LA PRODUZIONE DI AGROCOMBUSTIBILI NEL VOSTRO PAESE HA AVUTO CONSEGUENZE SULL’AGRICOLTURA FAMILIARE?
Santin. La produzione di canna da zucchero, ma anche di soia in Brasile ha un carattere soprattutto di monocultura destinata all’esportazione. La conseguenza è che la terra finisce per essere concentrata nelle mani di poche grandi imprese. Queste per produrre il più possibile utilizzano prodotti chimici in grossa quantità, con un grande impatto ambientale, che porta alla distruzione della natura. Nel territorio amazzonico, ad esempio, i modelli di coltivazione di tipo familiare, che si basano sul rispetto della biodiversità e che hanno come obbiettivo principale la produzione di alimenti, vengono tramutati in monocoltura. Dunque, la coltivazione familiare sta scomparendo. In Amazzonia, le grandi imprese bruciano aree verdi per coltivare, e lo stato finisce spesso per dargli il terreno in concessione. Oltretutto, ci sono anche conseguenze per il lavoro: mille ettari di terra coltivati a soia destinati agli agrocarburanti impiegano 5 persone, contro le 250 dello stesso appezzamento coltivato dai piccoli produttori.
Pramano. L’indonesia è il secondo produttore mondiale di olio di palma. Eppure tanta gente negli ultimi anni non riesce a comprarlo per cucinare, perché il prezzo è cresciuto troppo, a causa della speculazione dovuta al suo utilizzo come agrocombustibile. Il governo ha avviato programmi di sostegno, per la distribuzione del prodotto, si sono create code lunghe e ci sono state molte proteste per la situazione. Così, nonostante l’esportazione dell’olio vada a gonfie vele, i cittadini non riescono neanche a comprarlo per bisogni alimentari. L’esempio dell’olio di palma è indicativo dell’atteggiamento del governo, che dà la priorità alle multinazionali invece che alla popolazione.
In Indonesia ci sono in media 0,3 ettari da coltivare per persona. E questo non è abbastanza! Oltretutto le multinazionali controllano tutta la filiera produttiva, in una condizione di oligopolio. I contadini sempre più poveri sono costretti a vendere la terra alle grosse imprese. In certi casi rimangono a lavorare con una paga misera nelle stesse coltivazioni di cui erano padroni fino a poco prima.
QUAL È IL MODELLO ALTERNATIVO DI PRODUZIONE CHE PROPONETE? SU CHE BASI SI FONDA?
Santin. LA funzione dell’agricoltura è quella di produrre alimenti, e garantire l’accesso all’alimentazione a tutti, oltre che rispettare l’ambiente e la salute di chi consuma i prodotti.
Un’agricoltura che usa gli Ogm, ad esempio, finisce col distruggere la diversità ambientale. Ma il modello agricolo deve avere come obbiettivo la soddisfazione delle persone e non dell’industria chimica. Il modello alternativo che proponiamo, familiare e sostenibile a livello ambientale, è realizzabile.
Pramano. Il governo dovrebbe riprendersi le licenze in scadenza, concesse alle multinazionali, e ridare la terra ai contadini.
COSA RISPONDETE A CHI DICE CHE L’AGROINDUSTRIA GLOBALIZZATA È L’UNICO MODELLO POSSIBILE?
Santin. In brasile il 70 per cento della produzione agricola è fatto da agricoltura familiare. E questo nonostante l’assenza di politiche pubbliche adeguate. Ma un modello alternativo si afferma anche quando si riesce a cambiare anche il modello di consumo. Ad esempio, il consumo esagerato di carne. Si produce una quantità di proteine vegetali molto maggiore, per nutrire le bestie e permettere alle persone di assumere proteine animali. Tanto vale sostituire il più possibile le proteine animali, con quelle vegetali. Nel caso delle monoculture per agrocarburanti, invece, non basterebbe occupare tutti i campi del mondo con questa coltivazione per garantire carburante a tutte le auto in circolazione. Bisogna piuttosto affrontare il tema dei trasporti, cercando di ridurre le auto in circolazione.
Pramano. Chi dice che l’agricoltura globalizzata è l’unica via percorribile non dice una cosa reale. Anche perché i piccoli produttori privati della terra finiscono con l’impoverirsi e aver bisogno dei sussidi statali. Diventano un costo, mentre con il proprio pezzo di terra baderebbero a se stessi.
QUALI SONO GLI EFFETTI SUL CLIMA DELL’AGRICOLTURA INDUSTRIALE BASATA SUGLI AGROCOMBUSTIBILI?
Santin. Gli effetti della monocultura per agrocombustibili sono gravi. Serve una quantità enorme di combustibile per i trasporti, per produrre i pesticidi, e i fertilizzanti chimici. Queste emissioni hanno un effetto sul pianeta: in alcune regioni del Brasile, come il Nord Est, le regioni aride aumentano, e anche nella regione del sud piove di meno che in passato. Le temperature si sono certamente alzate.
Pramano. Questo tipo di agricoltura ha un grosso impatto anche sui cambiamenti climatici. La coltivazione di grosse estensioni a monocultura comporta in molti casi la distruzione di foreste e vegetazione, che hanno una parte importante nel trattenere le emissioni di co2. Si aggiunga l’effetto nefasto di pesticidi e lunghi trasporti.
IL BIOLOGICO PUÒ ESSERE UNA SOLUZIONE NELLA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI E NELLA BATTAGLIA PER LA SOVRANITÀ ALIMENTARE?
Santin. Certo. Però bisogna stare attenti: in Brasile ci sono alcuni produttori bio che hanno un grosso mercato, e quindi si comportano con la stessa logica delle multinazionali. Monocoltivazioni, economie di grande scala, profitto prima di tutto. Invece il bio deve avere a che fare con l’ambiente e con la persona.
Pramano. L’agricoltura non ha bisogno di fertilizzanti chimici. Per questo il biologico può essere una soluzione per un’agricoltura che assicura il cibo al popolo e che rispetta l’ambiente. Purtroppo, negli ultimi vent’anni la Fao non ha fatto il suo dovere di protezione dell’agricoltura. ha difeso l’agrobusiness, e si è dimenticata che l’obbiettivo principale dell’agricoltura è garantire cibo a tutti.
“Gli effetti della monocultura per agrocombustibili sono gravi sia nei confronti dell’uomo sia del clima”. Così Tejo Pramano, dell'Unione federativa contadina indonesiana (Fspi) avverte della dannosità di una politica agricola internazionale che non bada alle necessità dei piccoli agricoltori. Gli fa eco Alvaro Santin membro del Movimento dei Sem Terra del Brasile, presente come Pramano a Terra Preta, il forum internazionale svoltosi a Roma dal 1 al 4 giugno: “mille ettari di terra coltivati a soia destinati agli agrocarburanti impiegano 5 persone, contro le 250 dello stesso appezzamento coltivato dai piccoli produttori”.
Abbiamo posto a entrambi alcune domande inerenti ai temi discussi durante Terra Preta.
LA PRODUZIONE DI AGROCOMBUSTIBILI NEL VOSTRO PAESE HA AVUTO CONSEGUENZE SULL’AGRICOLTURA FAMILIARE?
Santin. La produzione di canna da zucchero, ma anche di soia in Brasile ha un carattere soprattutto di monocultura destinata all’esportazione. La conseguenza è che la terra finisce per essere concentrata nelle mani di poche grandi imprese. Queste per produrre il più possibile utilizzano prodotti chimici in grossa quantità, con un grande impatto ambientale, che porta alla distruzione della natura. Nel territorio amazzonico, ad esempio, i modelli di coltivazione di tipo familiare, che si basano sul rispetto della biodiversità e che hanno come obbiettivo principale la produzione di alimenti, vengono tramutati in monocoltura. Dunque, la coltivazione familiare sta scomparendo. In Amazzonia, le grandi imprese bruciano aree verdi per coltivare, e lo stato finisce spesso per dargli il terreno in concessione. Oltretutto, ci sono anche conseguenze per il lavoro: mille ettari di terra coltivati a soia destinati agli agrocarburanti impiegano 5 persone, contro le 250 dello stesso appezzamento coltivato dai piccoli produttori.
Pramano. L’indonesia è il secondo produttore mondiale di olio di palma. Eppure tanta gente negli ultimi anni non riesce a comprarlo per cucinare, perché il prezzo è cresciuto troppo, a causa della speculazione dovuta al suo utilizzo come agrocombustibile. Il governo ha avviato programmi di sostegno, per la distribuzione del prodotto, si sono create code lunghe e ci sono state molte proteste per la situazione. Così, nonostante l’esportazione dell’olio vada a gonfie vele, i cittadini non riescono neanche a comprarlo per bisogni alimentari. L’esempio dell’olio di palma è indicativo dell’atteggiamento del governo, che dà la priorità alle multinazionali invece che alla popolazione.
In Indonesia ci sono in media 0,3 ettari da coltivare per persona. E questo non è abbastanza! Oltretutto le multinazionali controllano tutta la filiera produttiva, in una condizione di oligopolio. I contadini sempre più poveri sono costretti a vendere la terra alle grosse imprese. In certi casi rimangono a lavorare con una paga misera nelle stesse coltivazioni di cui erano padroni fino a poco prima.
QUAL È IL MODELLO ALTERNATIVO DI PRODUZIONE CHE PROPONETE? SU CHE BASI SI FONDA?
Santin. LA funzione dell’agricoltura è quella di produrre alimenti, e garantire l’accesso all’alimentazione a tutti, oltre che rispettare l’ambiente e la salute di chi consuma i prodotti.
Un’agricoltura che usa gli Ogm, ad esempio, finisce col distruggere la diversità ambientale. Ma il modello agricolo deve avere come obbiettivo la soddisfazione delle persone e non dell’industria chimica. Il modello alternativo che proponiamo, familiare e sostenibile a livello ambientale, è realizzabile.
Pramano. Il governo dovrebbe riprendersi le licenze in scadenza, concesse alle multinazionali, e ridare la terra ai contadini.
COSA RISPONDETE A CHI DICE CHE L’AGROINDUSTRIA GLOBALIZZATA È L’UNICO MODELLO POSSIBILE?
Santin. In brasile il 70 per cento della produzione agricola è fatto da agricoltura familiare. E questo nonostante l’assenza di politiche pubbliche adeguate. Ma un modello alternativo si afferma anche quando si riesce a cambiare anche il modello di consumo. Ad esempio, il consumo esagerato di carne. Si produce una quantità di proteine vegetali molto maggiore, per nutrire le bestie e permettere alle persone di assumere proteine animali. Tanto vale sostituire il più possibile le proteine animali, con quelle vegetali. Nel caso delle monoculture per agrocarburanti, invece, non basterebbe occupare tutti i campi del mondo con questa coltivazione per garantire carburante a tutte le auto in circolazione. Bisogna piuttosto affrontare il tema dei trasporti, cercando di ridurre le auto in circolazione.
Pramano. Chi dice che l’agricoltura globalizzata è l’unica via percorribile non dice una cosa reale. Anche perché i piccoli produttori privati della terra finiscono con l’impoverirsi e aver bisogno dei sussidi statali. Diventano un costo, mentre con il proprio pezzo di terra baderebbero a se stessi.
QUALI SONO GLI EFFETTI SUL CLIMA DELL’AGRICOLTURA INDUSTRIALE BASATA SUGLI AGROCOMBUSTIBILI?
Santin. Gli effetti della monocultura per agrocombustibili sono gravi. Serve una quantità enorme di combustibile per i trasporti, per produrre i pesticidi, e i fertilizzanti chimici. Queste emissioni hanno un effetto sul pianeta: in alcune regioni del Brasile, come il Nord Est, le regioni aride aumentano, e anche nella regione del sud piove di meno che in passato. Le temperature si sono certamente alzate.
Pramano. Questo tipo di agricoltura ha un grosso impatto anche sui cambiamenti climatici. La coltivazione di grosse estensioni a monocultura comporta in molti casi la distruzione di foreste e vegetazione, che hanno una parte importante nel trattenere le emissioni di co2. Si aggiunga l’effetto nefasto di pesticidi e lunghi trasporti.
IL BIOLOGICO PUÒ ESSERE UNA SOLUZIONE NELLA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI E NELLA BATTAGLIA PER LA SOVRANITÀ ALIMENTARE?
Santin. Certo. Però bisogna stare attenti: in Brasile ci sono alcuni produttori bio che hanno un grosso mercato, e quindi si comportano con la stessa logica delle multinazionali. Monocoltivazioni, economie di grande scala, profitto prima di tutto. Invece il bio deve avere a che fare con l’ambiente e con la persona.
Pramano. L’agricoltura non ha bisogno di fertilizzanti chimici. Per questo il biologico può essere una soluzione per un’agricoltura che assicura il cibo al popolo e che rispetta l’ambiente. Purtroppo, negli ultimi vent’anni la Fao non ha fatto il suo dovere di protezione dell’agricoltura. ha difeso l’agrobusiness, e si è dimenticata che l’obbiettivo principale dell’agricoltura è garantire cibo a tutti.
ORA E' IL MOMENTO DELLA SOVRANITA' ALIMENTARE. PIATTAFORMA PER UN'AZIONE COLLETTIVA.
Forum Terra Preta* – Roma, 4 Giugno 2008
(*Terra Preta (“terra nera” in Portoghese) is the incredibly fertile soil
created by Indigenous Peoples in central Amazonia. Even today it continues
to regenerate itself though no research has been able to uncover how this
happens.)
La grave ed urgente crisi alimentare e climatica viene usata dalle elites politiche ed economiche
come opportunità per stabilire un controllo da parte delle multinazionali sulla agricoltura mondiale e sui beni
ecologici. Nel momento in cui la fame cronica, lo spodestamento dei produttori di cibo e dei lavoratori,
speculazione di merci e terra e il riscaldamento globale sono all’apice, governi, agenzie multilaterali e
istituzioni finanziarie stanno offrendo proposte che aggravano solamente queste crisi attraverso versioni
ancor più pericolose di politiche che originariamente hanno innescato l’attuale situazione. Le azioni di alcuni
governi e delle principali leadership delle Nazioni Unite alla Conferenza di Alto Livello sulla Sicurezza
Alimentare, i Cambiamenti Climatici e le Bioenergie (il vertice FAO) costituiscono un’aggressione ai
produttori di cibo su piccola scala (tra i quali le donne sono in prima linea) e ai beni naturali.
Quando ci fu la crisi alimentare ed energetica del 1974, le elite politiche ed economiche
frammentarono le istituzioni internazionali di allora, depotenziando la capacità dei popoli e dei governi di
rispondere con competenze e pratiche appropriate ai contesti locali. I piani di aggiustamento strutturale della
Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale hanno creato le condizioni per ricorrenti crisi
alimentari attraverso le politiche di liberalizzazione che hanno minato la capacità locale e nazionale di
garantire politiche appropriate e l’autosufficienza alimentare.
Da allora, le crisi alimentari sono state sfruttate dall’agro-industria, dalle elites locali e globali per
concentrare il controllo sui contadini, i pescatori, il suolo e il territorio, l’acqua, le foreste, i semi, le razze,
trasporti, le fonti di distribuzione ed energia. La crisi climatica in rapida crescita viene sfruttata dalle stesse
elites attraverso le transazioni commerciali come il commercio di carbone e le quote di emissioni di gas
serra, e le vantaggiose tecnologie come gli agro-carburanti, i brevetti, le biotecnologie. Alcune agenzie
multilaterali hanno creato le condizioni politiche per rafforzare le conglomerazioni corporative attraverso la
gestione delle risorse energetiche, l’agrobusiness, la bio-tecnologia e la meccanizzazione industriale.
Oggi, le multinazionali sono molto più potenti che trent’anni fa e controllano gran parte dei sistemi
globali alimentari ed energetici. Attualmente, la Task Force di alto livello delle Nazioni Unite sulla Crisi
Alimentare faciliterà la futura convergenza dei principali attori del settore finanziario privato, tecnologico e
commerciale per trarre profitti dalla gestione della crisi. La consapevolezza della provata capacità di
approvvigionamento del modello agricolo di piccola scala e i risultati dell’IAASTD, che sollecitano uno
spostamento della ricerca da un’agricoltura dipendente dalla chimica ad un’agricoltura maggiormente agroecologica,
a prassi non proprietarie, sono state deliberatamente ignorate.
Noi, più di 100 organizzazioni – provenienti dai 5 continenti – partecipanti al Forum Terra Preta, che
si è svolto parallelamente al Vertice FAO, proponiamo un modo diverso e sostenibile di affrontare le attuali
crisi ecologiche, alimentari e il cambiamento climatico e proponiamo soluzioni che rafforzino le nostre
capacità, valorizzino il ruolo centrale delle donne nella produzione alimentare, proteggano i nostri ecosistemi
e risanino le nostre comunità, società ed economie. Noi rifiutiamo il modello di produzione e di
consumo industriale e intensivo che è la base delle continue crisi. Noi affermiamo che il paradigma della
Sovranità Alimentare dei popoli costituisce la struttura portante per le nostre azioni future e per la
sopravvivenza dell’umanità. Le nostre analisi e posizioni sono già articolate in numerose dichiarazioni e
richiedono un’azione urgente.
Noi ci impegniamo nelle seguenti azioni:
1. Non compromettere mai il Diritto al Cibo.
2. Realizzare una produzione agricola basata sulla piccola proprietà ed eco-sostenibile, pesca e
pastorizia come i fondamenti dell’alimentazione, la rigenerazione del carbone, il recupero degli
habitats naturali e agricoli per la realizzazione della sicurezza idrica e la gestione della cambiamento
climatico, in particolare sostenendo produzioni agricole organiche certificate e non.
3. Combattere il controllo da parte dei grandi gruppi di interesse del cibo e dell’attività agricola:
• Combattere la speculazione finanziaria e lo scambio dei futures delle derrate alimentari;
• Assicurare che il Rapporteur Speciale delle Nazioni Unite ed altri rilevanti meccanismi
internazionali si muovano contro ogni tipo di violazione del Diritto al Cibo;
• Continuare a rafforzare le nostre capacità per combattere gli Accordi di Libero Commercio;
• Sviluppare le campagne internazionali di solidarietà tra i movimenti sociali ed altri alleati;
4. Ottenere i fondi di mitigazione e di adattamento per finanziare produzioni agricole con basse
emissioni di anidride carbonica e sostenibili, assicurando che questi fondi non siano utilizzati a
favore della violazione del Diritto al Cibo. Insistere in particolare nei canali di finanziamento
governativo e multilaterale per produttori di cibo su piccolo scala.
5. Prevedere all’interno delle future negoziazioni sul cambiamento climatico forme di produzione
agricola che sostengano il concetto di sovranità alimentare, in particolare durante gli impegni di
Kyoto post-2012 che saranno negoziati in Polonia nel 2008 ed in Danimarca nel 2009. Allo stesso
tempo costruiremo le nostre alleanze in occasione del Forum Sociale Mondiale di gennaio 2009.
6. Promuovere e spingere una completa riforma agraria che abbia come prerequisito la protezione delle
nostre terre, dei nostri territori, delle acque, della biodiversità e della conoscenza. In particolar modo:
• Affermare i diritti dei lavoratori agricoli applicando la Convenzione dell’ILO 118;
• Opporsi a tutte le istituzioni, alle politiche, alle multinazionali e ai sottolineati paradigmi che
minacciano il diritto di accesso alle risorse naturali ed idriche dei piccoli produttori, delle
Popolazioni Indigene, delle comunità locali, dei giovani ed dei diritti dei lavoratori;
• Resistere alle forme di espropriazione e privatizzazione che minacciano le terre comuni;
• Promuovere e proteggere i diritti delle donne riconoscendo il loro contributo essenziale come
principali fornitrici di cibo e supportando fortemente il diritto di accesso alla terra per i giovani.
7. Organizzare una forma di lotta contro la produzione e l’esportazione degli agro-carburanti, proposte
da alcune grandi multinazionali di settore e facilitate anche da agenzie governative e multilaterali; ivi
compreso nel corso delle prossime conferenza internazionali, come per esempio in Brasile
(Novembre 2008), oppure nelle conferenze sul clima in Polonia e Danimarca.
8. Impegnarsi insieme ai governi nazionali e alle agenzie multilaterali nel sostegno di politiche che
rafforzino il diritto alla sovranità alimentare e quello ad un’ alimentazione adeguata, comprendendo
anche:
• Lavoro di educazione con la popolazione locale, scuole e decisori politici.
• Impegno a livello internazionale con strumenti ed istituzioni di sostegno (come per esempio le
linee guida volontarie per il Diritto al Cibo e l’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite
per i Diritti Umani, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, la
Commissione per lo Sviluppo Sostenibile, l’IAASTD, ecc.).
9. Noi vogliamo creare un nuovo modello di governance internazionale per il cibo e l’agricoltura, il cui
obbiettivo centrale è il promuovere e portare avanti la Sovranità Alimentare. A questo scopo noi
forniremo con suggerimenti collettivi alla conferenza della FAO sulla “Valutazione esterna ed
indipendente” che si terrà alla fine di questo anno, monitorando i risultati e le raccomandazioni.
I nostri compiti immediati sono di:
§ Chiedere che i governi avviino procedimenti giuridici a favore delle vittime dell’emergenza alimentare,
tenendo in considerazione, che attraverso procedimenti criminali, le società e le istituzioni (inclusi i
governi), le cui azioni, traendo profitto dagli input dei prodotti agricoli hanno negato alle comunità il loro
diritto al cibo.
§ Costituire una Commissione sulla sovranità alimentare, sotto l’auspicio delle Nazioni Unite, formata da
rappresentanti dei governi e delle organizzazioni di piccoli pescatori, contadini e coltivatori di piccola
scala, pastori e popoli indigeni, al fine di identificare documenti e di proporre strategie collettive per
risolvere la crisi del cibo e del clima.
§ Noi amplieremo le nostre competenze al fine di costruire conoscenze e analisi collettive e le nostre
capacità per modificare e organizzarci al fine di monitorare i risultati di questo summit della FAO.
I piccoli produttori di cibo stanno nutrendo il pianeta e noi chiediamo di continuare a rispettarli e a
sostenerli. Solo la Sovranità alimentare può offrire soluzioni di lungo termine, sostenibili, eque e giuste alla
grave crisi alimentare e climatica.
SENZA DI NOI NON CI SARANNO SOLUZIONI ALLA CRISI CLIMATICA ED ALIMENTARE!
International NGO/CSO Planning Committee for Food Sovereignty – Comitato Italiano Sovranità Alimentare
Bioagricoltura Notizie
venerdì 6 giugno 2008
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