SUI RIFIUTI E SULLA DECRESCITA
1. Rifiuti e criminalità
La crisi dei rifiuti scoppiata a Napoli e in Campania – la regione ne
produce annualmente 2.600.000 tonnellate, una piccola parte dei quali (una
percentuale oscillante tra il 10-12%) segue la strada della raccolta
differenziata, mentre il grosso è destinato a diventare CDR (combustibile
derivato dai rifiuti) – è un classico esempio di come un problema in
apparenza tecnico (cosa bisogna fare per smaltirli) sia in realtà solo l’
epifenomeno di questioni più profonde che investono, tra l’altro, la sfera
politica, economica, antropologica, sociologica. Si tratta, inoltre, di un
ottimo banco di prova per chi, come noi, sostiene da tempo che l’ambito
metapolitico, quello cioè in cui si formano le mentalità, le visioni del
mondo, ha un’importanza enormemente maggiore rispetto a quello politico,
perché, quando i nodi arrivano al pettine, è da lì che partono gli impulsi
decisivi che fanno pendere i piatti della bilancia in un senso o nell’altro.
Le cronache del periodo maggio-giugno 2007, nonché del dicembre 2007-gennaio
2008, cioè dei mesi caldi della crisi – l’ultima in ordine di tempo di una
serie di crisi che scoppiano periodicamente dal 1994 – parlano di almeno
centotrentamila tonnellate di RSU (rifiuti solidi urbani) che facevano bella
mostra di sé per le strade campane (ma la cifra è indubbiamente approssimata
per difetto), di incendi appiccati, a volte per autentica disperazione,
altre volte per torbidi calcoli criminali (rammentiamo che questo settore è
ampiamente inquinato dalla presenza della malavita), ai cumuli di immondizie
sprigionanti diossina, di autobus dati alle fiamme, di aggressioni al
commissario per l’emergenza Guido Bertolaso (poi sostituito dal prefetto di
Napoli, Alessandro Pansa, che ha a sua volta ceduto l’incarico a Umberto
Cimmino, cui si è infine aggiunto il commissario straordinario e
superpoliziotto Gianni De Gennaro), di un intero quartiere, quello di
Pianura, in rivolta, di assalti alle autoambulanze, di binari bloccati sulla
linea ferroviaria Napoli-Roma, di camion stracarichi di rifiuti scortati dai
carabinieri fino alle discariche, di un duro colpo all’immagine di Napoli e
del suo “rinascimento”, in buona parte mediatico, finito letteralmente in
discarica ed offerto allo sguardo perplesso del mondo intero, con ingenti
danni per il turismo, di umilianti moniti dell’Unione europea, di una totale
impotenza delle autorità politiche, sia locali che nazionali, la cui colpa
principale è stata di aver lasciato incancrenire il problema senza decidere
nulla, senza quindi fare il loro mestiere.
Un uomo politico che non prende decisioni, non importa se giuste o
sbagliate, e traccheggia, viene meno al suo più elementare dovere, all’ethos
che dovrebbe contrassegnare la sfera del politico. Dal 1994, anno in cui fu
istituito il commissariato straordinario, sono stati spesi 1100 milioni di
euro, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: la politica è stata
in grado solo di produrre 5 milioni di ecoballe, peraltro non a norma, per
smaltire le quali occorreranno non meno di 50 anni. L’inerzia, quando non la
connivenza, della politica è la causa non ultima dell’infiltrazione
malavitosa, che non riguarda solo le regioni a tradizionale presenza
camorristico-mafiosa, ma un po’ tutta l’Italia (per qualche misteriosa
ragione, o forse è solo un caso, sembra che soltanto il Trentino e la Valle
d’Aosta siano finora rimaste indenni dal “contagio”). I mezzi di
informazione riferiscono con preoccupante frequenza notizie relative ad
operazioni condotte dagli organi di polizia che dimostrano l’inquietante e
ingombrante radicamento della malavita in questo settore. Ne citiamo alcune,
che si sono svolte nei mesi successivi alla crisi napoletana di
maggio-giugno, per dare un’idea del fenomeno.
La prima, denominata “Pseudo-compost”, ha preso avvio nel bolognese per poi
toccare la Lombardia, la Toscana, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia, il
Veneto e l’Emilia Romagna; la seconda, battezzata sinistramente “Chernobyl”,
dal nome della località dell’Ucraina dove si verificò il noto disastro
nucleare, ha avuto come teatro il napoletano e altre zone del sud Italia. Ci
imbattiamo ancora nel capoluogo campano anche nel caso di una terza
inchiesta, scattata nel mese di settembre, che ha accertato la presenza di
rifiuti altamente inquinanti (ferro, cemento, asfalto, oli, liquidi di
scarico e bitume) seppelliti sotto i binari della linea ferroviaria veloce
(Tav) in costruzione in Campania e provenienti dall’aeroporto di
Capodichino, dove erano all’epoca in corso lavori di ampliamento – en
passant, rileviamo che nel successivo mese di ottobre il Noe, Nucleo
operativo ecologico dei carabinieri, ha scoperto l’esistenza nelle acque del
porto di Napoli di percolato, sostanza pericolosissima che si forma a
seguito della fermentazione di rifiuti solidi evidentemente smaltiti con una
sconcertante disinvoltura. Certamente, queste operazioni non saranno le
ultime, dal momento che nel nostro Paese si commettono ogni giorno illeciti
collegati in vario modo con lo smaltimento illegale dei rifiuti. Esse hanno
però un carattere paradigmatico, nel senso che vi ritroviamo una serie di
elementi ricorrenti nei reati di questo tipo, e perciò non è inutile
soffermarvisi per cominciare a inquadrare gli aspetti criminali del
fenomeno. “Chernobyl” ha portato alla emissione di 38 mandati di cattura, al
sequestro di 4 società, ha accertato lo smaltimento illegale di 1 milione di
tonnellate di rifiuti, un giro d’affari di 50 milioni di euro, con 7 milioni
di tasse evase. Queste invece le cifre dell’inchiesta rifiuti-Tav: i rifiuti
speciali illegalmente seppelliti risultano essere 5000 tonnellate, per un
valore economico di 4 milioni di euro, importo analogo al ricavo stimato per
le attività illegali collegate allo smaltimento. Nell’inchiesta risultano
indagate 18 persone, tra cui un sottufficiale dei carabinieri e due della
Guardia di finanza; sono state altresì coinvolte 30 società, sequestrati 32
automezzi, nonché alcuni cantieri della Tav e varie discariche. A Bologna,
sono stati emessi 15 decreti di perquisizione, 5 ordinanze di custodia
cautelare, sono state sequestrate 11 società, 47 sono le persone coinvolte
nell’inchiesta, 800.000 le tonnellate di rifiuti tossici. In tutti e tre i
casi compaiono figure di intermediari, in genere membri di clan
delinquenziali, la cui funzione è quella di procacciarsi i rifiuti a prezzi
stracciati, contattando le aziende che debbono disfarsene e che non guardano
troppo per il sottile, come invece sarebbero tenute a fare. E questo è un
primo, importante livello di complicità, di zona grigia, in cui ambienti
malavitosi e ambienti formalmente rispettosi della legge entrano in
contatto. In tal modo, vengono messe fuori mercato, o comunque in grave
difficoltà, le ditte oneste, che hanno costi molto più alti. Questo fenomeno
dovrebbe, in teoria, far inorridire gli apologeti del mercato e delle sue
regole, che, nel settore dei rifiuti, sono completamente ribaltate, senza
che nessuno si scandalizzi. In un mercato normale, infatti, secondo quanto
si insegna nelle scuole e nelle università, vi è un agente, il venditore,
che propone una merce, prodotta da lui o da altri, e un altro agente, il
compratore, che la acquista pagando un prezzo adeguato, in base alla legge
della domanda e dell’offerta. Quando si tratta di “monezza”, invece, è colui
che produce il rifiuto, cioè il venditore, a pagare il compratore che dovrà
poi preoccuparsi di smaltirla. Evidentemente, il produttore-venditore ha
interesse a cedere la sua maleodorante e sovente pericolosa merce al prezzo
più basso possibile, ed è altrettanto evidente che a poterlo praticare è
spesso un’impresa di smaltimento inquinata dalla criminalità, e quindi
esistente unicamente sul piano formale, che si guarderà bene dall’osservare
le normative previste per lo smaltimento, limitandosi a sotterrare o
scaricare la merce dove capita, con conseguenze facilmente immaginabili.
Dopo essere stati così conferiti, i rifiuti vengono a questo punto
“declassificati”, ossia perdono, grazie a laboratori di analisi compiacenti
e a funzionari e impiegati infedeli, il carattere di pericolosità (secondo
livello di complicità). Il terzo tassello del reato prevede il trasporto dei
rifiuti in centri di compostaggio nei quali la frazione organica dei rifiuti
dovrebbe essere opportunamente trattata in vista della sua riutilizzazione
quale ammendante in vari ambiti come l’agricoltura, il giardinaggio, la
floricoltura e la vivaistica. Tutto questo, naturalmente, non accade, se non
sulla carta, ed i rifiuti, una volta usciti dagli impianti di compostaggio,
vengono semplicemente seppelliti in discariche improvvisate, oppure
utilizzati come compost, mettendo gravemente a repentaglio la salute
pubblica. Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Bologna
hanno accertato la presenza di questo falso compost in campi destinati alla
coltivazione di pere!
Tra i rifiuti illegalmente smaltiti nell’inchiesta “Chernobyl” è stata
invece riscontrata la presenza di cromo esavalente, una sostanza cancerogena
pericolosissima, che è finita nel circuito dell’agricoltura ed ha inquinato
le falde freatiche campane. Con conseguenze innegabilmente gravi, anche se
al momento non è possibile quantificarle. Purtroppo, il cromo non è la sola
sostanza sepolta illegalmente. Molte altre compaiono infatti nelle inchieste
della magistratura: cadmio, piombo, rame, arsenico, mercurio, cromo, nichel,
cobalto. Ed ancora: polveri di abbattimento fumi delle acciaierie, fanghi di
depuratori industriali e civili, terre di bonifiche contaminate da
idrocarburi. L’elenco potrebbe continuare a lungo, perché in verità si
smaltisce illegalmente qualsiasi cosa, finanche, come si legge nel dossier
“Rifiuti S.p.a” redatto da “Legambiente” e dal nucleo di tutela ambientale
dei carabinieri, “le carte utilizzate per la pulizia delle mammelle delle
mucche, le terre e gli inerti provenienti da lavori cimiteriali, fino alle
banconote triturate provenienti dalla Banca d’Italia”. Sarebbe quindi
riduttivo e fuorviante focalizzare l’attenzione solo sul caso-Napoli. In
Italia, il capoluogo campano non è, purtroppo, l’eccezione, ma la regola.
Altrove, certo, non vediamo la “monnezza” ai margini delle vie, ma il
sistema di smaltimento dei rifiuti presenta ampie crepe e fa acqua da tutte
la parti un po’ ovunque nella penisola, come dimostra la sentenza c-135/05
del 26 aprile 2007 della Corte europea di Giustizia che ha condannato l’
Italia in quanto “è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi
della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti pericolosi, della direttiva del
Consiglio 26 aprile 1999, 1999/31/CE, relativa alle discariche di rifiuti”.
All’origine della sentenza vi è un dettagliato censimento del territorio
nazionale operato dal Corpo delle Guardie forestali, iniziato nel 1986 e
stando al quale nel Bel Paese erano all’epoca dislocate ben 5978 discariche
illegali. A distanza di dieci anni, le discariche abusive censite erano
5422, nel 2002 ammontavano a 4866. Sommando le discariche abusive, si
ottiene la strabiliante cifra di 16.519.790 metri quadrati di territorio
inquinato da rifiuti pericolosi per la salute pubblica. Il magistrato
Antonino Cordova, quando era procuratore capo della repubblica di Napoli,
ebbe a dichiarare, sconsolato, che la giustizia italiana combatteva contro
la criminalità con una spada di latta. Questa amara affermazione, se vale
per la giustizia nel suo complesso, sembra adattarsi particolarmente al
settore dei rifiuti. Fino al marzo 2001, i reati contro l’ambiente erano
considerati di tipo contravvenzionale, quindi meno importanti. Gli
inquirenti erano perciò costretti a fare lo slalom nel codice penale per
cercare di colpire gli autori dei reati con sanzioni che non fossero
irrisorie (ad esempio, ricorrevano ad altre fattispecie criminose, come il
disastro o la truffa). Con l’adozione dell’articolo 53 bis del decreto
Ronchi, poi confluito nell’articolo 260 del Codice ambientale, è stato
introdotto, ed adeguatamente sanzionato, il delitto di organizzazione di
traffico illecito di rifiuti, ma non per questo l’eco-criminalità è stata
sconfitta o almeno ridimensionata. Si può dire che proprio l’accresciuto
livello di contrasto ha evidenziato ancora di più la gravità della
situazione. Le ragioni dell’impasse sono in parte legate all’inefficienza
della macchina giudiziaria, afflitta da una perenne mancanza di fondi e di
mezzi. Tutto sommato, se si è disposti a correre qualche rischio e non si
hanno scrupoli morali o di altro tipo, in Italia delinquere conviene perché
o non si è presi – l’80,7% degli autori di reati restano ignoti, percentuale
che supera il 90% per il furto (96%), il danneggiamento (91, 9%) e la
falsità in monete (94,3%) – oppure, se si viene scoperti, è possibile
cavarsela con poco. Le sanzioni, anche quando sulla carta esistono, vengono
depotenziate da benefici generosamente concessi dal legislatore in omaggio
al principio della risocializzazione del condannato, sorvolando però
allegramente sul fatto che la prima misura risocializzante è quella secondo
cui chi sbaglia paga, e paga tutto, non qualcosa. Se invece, come purtroppo
accade da noi, si applica con larghezza anche all’amministrazione della
giustizia la tecnica di marketing, largamente in uso nei supermercati, del
3x2, il messaggio che si veicola è tutt’altro che risocializzante, e cioè
che il gioco vale la candela.
Un’altra ragione del vicolo cieco in cui si trova la giustizia è data dalla
mole stessa dei rifiuti, che i paesi sviluppati producono in una quantità
davvero impressionante. L’Europa ne “partorisce” annualmente 1,3 miliardi di
tonnellate, 40 milioni dei quali rientrano nella categoria di quelli
considerati pericolosi. Nel 1995, la media europea era di 482 chilogrammi di
rifiuti per abitante, nel 2003 di 577. In Gran Bretagna, i rifiuti aumentano
annualmente più rapidamente del Pil. Gli “Amici della Terra” britannici
hanno calcolato che “nel Regno Unito, il cittadino medio butta via l’
equivalente del suo peso corporeo in spazzatura ogni tre mesi […] La maggior
parte di questi rifiuti potrebbe essere riciclata, invece finisce nelle
discariche e negli inceneritori”. In Italia, stando al “Rapporto rifiuti
2005” dell’APAT, si sono prodotti, nel 2004, 31,1 milioni di tonnellate di
rifiuti, il che significa un aumento di oltre il 3,7% rispetto al 2003. Nel
2000, ogni italiano ha prodotto 501 chili di rifiuti, nel 2004, 533. Al nord
la media oscilla tra 514 e 530 chilogrammi di rifiuti per abitante all’anno;
al centro, tra 557 e 617, al sud tra 454 e 491. Di fronte a numeri così
imponenti, e considerando lo sfascio dell’amministrazione della giustizia,
non c’è da stupirsi che la malavita si inserisca per trarre lucrosi
profitti.
2. Che fare?
Le soluzioni proposte sono sostanzialmente tre: l’incenerimento, la raccolta
differenziata e la decrescita dei rifiuti. L’establishment politico,
ampiamente sorretto dai mezzi di comunicazione, è, nella sua totalità
(destra, centro e sinistra), favorevole alla prima strada: per smaltire i
rifiuti bisogna costruire degli inceneritori – anzi, dei termovalorizzatori
o termoutilizzatori, come oggi si dice, ricorrendo a termini più neutri e
rassicuranti. In questo modo si pensa, tra l’altro, di risolvere la crisi
napoletana. Ad Acerra è quasi pronto un inceneritore che dovrebbe entrare in
funzione il prossimo anno, magistratura permettendo, poiché la società ex
appaltatrice del servizio rifiuti in Campania è sotto inchiesta. Gli
inceneritori sarebbero la soluzione migliore perché disponiamo, così almeno
ci viene ufficialmente garantito (ma, come vedremo, la realtà è molto
diversa), della tecnologia adatta e di tecnici validi capaci di portare a
termine felicemente l’opera di smaltimento. I problemi di inquinamento da
diossina e da polveri sottili denunciati dagli ambientalisti sono molto meno
drammatici di come vengono presentati, e comunque altre soluzioni non sono
realistiche. Lo smaltimento di rifiuti tramite termovalorizzatori può
addirittura diventare un ottimo business. Con un poco scientifico atto di
fede, si pensa che i problemi che la tecnica fa sorgere sarà la stessa
tecnica a risolverli. Dietro queste argomentazioni tecniche c’è, con ogni
evidenza, la volontà, niente affatto tecnica, di considerare indiscutibile l
’ideologia dello sviluppo e l’attuale modello di società consumistica (e di
uomo visto solo come homo consumans) in cui il 20% dell’umanità (l’
Occidente) produce e butta via, a ritmi sempre più accelerati perché l’
industria ha costantemente bisogno di immettere sul mercato altri prodotti,
quantità crescenti di merci spesso inutili, appropriandosi dell’80% delle
risorse non rinnovabili del pianeta (in primo luogo il petrolio e il gas). E
questa è la causa vera del ciclo di guerre scoppiate negli ultimi tempi. Al
di là degli slogan (l’esportazione della democrazia, dei diritti umani, la
lotta al terrorismo), appare infatti chiaro, almeno a chi non si lascia
irretire dalla propaganda o, peggio, ne è complice, che i conflitti contro l
’Iraq, la Jugoslavia e l’Afghanistan hanno nella necessità di controllare le
fonti e le vie dell’energia indispensabile per sostenere un modello sociale
fortemente “energivoro” una delle molle più potenti. George Bush padre fu,
del resto, molto esplicito quando dichiarò: “Il nostro tenore di vita non è
negoziabile”. E il democratico Clinton espresse un punto di vista non
dissimile quando motivò il suo rifiuto di sottoscrivere il protocollo di
Kyoto con le seguenti parole: “Non firmerò niente che possa nuocere alla
nostra economia”. La scelta per gli inceneritori si inserisce all’interno di
questo contesto, è l’opzione di chi vuole continuare a tenere in piedi a
qualunque costo la formazione sociale capitalistica e predatoria che da
alcuni secoli a questa parte sta letteralmente spogliando il mondo,
distruggendo la biodiversità, avvelenando l’atmosfera, producendo l’effetto
serra, il buco nell’ozono, il surriscaldamento globale. È la scelta di chi
non intende rinunciare nemmeno a un grammo del suo presunto benessere e si
illude che, bruciando le tonnellate di “monnezza” prodotta da uno stile di
vita che la terra fa ormai fatica a sostenere, brucia anche i problemi che
stanno dietro ogni rifiuto.
Proviamo ad esaminarli questi problemi, sia pure in modo sintetico. In primo
luogo, l’opzione per gli inceneritori è in palese contrasto con gli
orientamenti più volte ribaditi dall’Unione europea che li considera come
una sorta di ultima ratio. Secondo l’Ue, bisogna che i paesi membri si
impegnino prima a raggiungere livelli di eccellenza nella riduzione dei
rifiuti, nella raccolta differenziata e nel riciclo, per poi avviare quel
che resta agli inceneritori. Ma se si seguisse questo suggerimento, che
nasce da considerazioni di puro buonsenso, non ci sarebbe granché da
incenerire e quindi non avrebbe senso battersi per gli inceneritori. Per
rendere economicamente conveniente la costruzione di un termovalorizzatore
finalizzato al recupero energetico, che richiede notevoli impieghi di
capitali, occorrono infatti grandi masse di rifiuti che sarebbero di
difficile reperibilità qualora si desse luogo a una cernita dei vari tipi di
rifiuti. Basti pensare che l’ammontare di carte e cartoni prodotti nel
nostro paese equivale al 55% del potere calorifico dei RSU. Se li si
destinasse, grazie alla raccolta differenziata e al riciclo, alle cartiere,
si priverebbero gli inceneritori di una essenziale fonte di combustibile. La
stessa operazione potrebbe essere fatta con le materie plastiche, che
incidono per il 37,5%. “In altri termini – commenta Luigi Mara – togliendo
dai RSU le carte e i cartoni e le materie plastiche, si riduce
complessivamente il loro potere calorifico intrinseco di oltre il 90%!
Questa è la dimostrazione inconfutabile della totale inutilità, ferma
restando l’intrinseca pericolosità, degli impianti di incenerimento” (cfr.
la sua ampia presentazione al saggio di Marino Ruzzenenti L’Italia sotto i
rifiuti, Jaca Book). D’altra parte, anche se li consideriamo come possibile
fonte di energia, gli inceneritori appaiono una scelta discutibile dato che,
come ha notato Gianni Tamino, “dell’energia contenuta nei rifiuti solo un
decimo diventa energia elettrica, mentre con il riciclaggio se ne può
recuperare più del 50%”. Per questo, gli inceneritori andrebbero definiti,
più che termovalorizzatori, “termodistruttori” (si veda l’intervista
pubblicata in Natura & Città, febbraio 2007). Chi vuole gli inceneritori
deve, perciò, necessariamente volere, magari senza dirlo apertamente per non
rischiare l’impopolarità, pure i rifiuti e le discariche dove sistemarli
prima di avviarli all’incenerimento, nonché le discariche in cui seppellire
le pericolose ceneri prodotte dalla combustione. Anche i termovalorizzatori
tecnologicamente più avanzati, inoltre, pongono il grave problema delle
emissioni di sostanze dannose per la salute umana, come le cosiddette
particelle ultrasottili, contro le quali non vale appellarsi al concetto di
soglia di sicurezza da non superare perché tale soglia, semplicemente, non
esiste, dal momento che, ad esempio, il processo di cancerogenesi, secondo
quanto affermato da uno dei nostri più noti oncologi, il professor Cesare
Maltoni, “è un processo probabilistico stocastico”. Detto più semplicemente,
basta anche una sola molecola tossica per attivarlo. Questo discorso è
applicabile sia al cosiddetto particolato primario, cioè le polveri
direttamente immesse nell’aria dai camini degli inceneritori, sia al
particolato secondario, ossia quello che si forma per reazione a contatto
con l’aria. Un rapporto di Greenpeace cita, a questo riguardo, una serie di
studi scientifici che “non hanno trovato un livello di sicurezza del
particolato, in altre parole, una soglia sotto la quale il tasso di morte
non aumentava”. Si è calcolato che un inceneritore immette ogni giorno nell’
atmosfera milioni di metri cubi di fumi contenenti almeno 250 sostanze
inquinanti. Come si può ragionevolmente escludere che queste sostanze
producano danni alla salute? Ed infatti, non solo non lo si può escludere,
ma esistono, come ha scritto ancora il professor Gianni Tamino, biologo dell
’Università di Padova, “innumerevoli ricerche epidemiologiche che correlano
un aumento di malattie, e di tumori in particolare, con l’esposizione ai
fumi degli inceneritori” (cfr. il suo articolo “Inceneritori: nuovamente
ignorato il parere dei cittadini”, in Natura & Città, anno II, n. 10,
gennaio 2008). Oltre all’esposizione diretta, bisogna considerare altresì
quella indiretta, più difficilmente valutabile ma dall’impatto sicuramente
negativo, derivante dall’assunzione di cibi prodotti con materie prime
provenienti da zone vicine agli impianti di incenerimento. Probabilmente, è
proprio in virtù di questi elementi di criticità insiti nella scelta a
favore degli inceneritori che molti paesi europei, dopo un iniziale
entusiasmo, hanno deciso di tirare i freni. Mentre l’Italia ha adottato
finora una politica di sostegno, mediante contributi, alla costruzione di
impianti di incenerimento, in Europa si procede in senso inverso: la
Danimarca ha introdotto una tassa sull’incenerimento, negli altri paesi i
contributi sono stati ridotti o eliminati.
In materia di rifiuti, occorre tornare a percorrere la strada che tutte le
culture hanno sempre percorso, prima dell’avvento del capitalismo e del
consumismo, ossia la strada del riciclo e dello “zero rifiuti”. Ma per fare
questo, dobbiamo uscire dallo sviluppo e dalla mentalità economicistica.
Quanto più ci si sviluppa, infatti, tanto più si producono rifiuti, come ha
osservato Nicholas Georgescu-Roegen: “Non possiamo produrre frigoriferi,
automobili e aerei a reazione migliori e più grandi senza produrre anche dei
rifiuti migliori e più grandi”. Il concetto di rifiuto, del resto, è molto
recente. Si potrebbe paradossalmente dire, con Giorgio Nebbia, che la nostra
società occidentale, identificata come società dei consumi, sia in realtà
una società del rifiuto, e che le vere società “consumistiche” siano quelle
pre-capitalistiche, in quanto queste ultime davvero “consumavano” ciò che
producevano, nel senso che ne traevano tutto ciò che potevano ricavarne,
mentre noi spesso buttiamo via cose (oggetti o cibi) di cui potremmo ancora
tranquillamente servirci. Zero rifiuti significa, in pratica, che “se una
ditta vuole produrre cucchiai, prima di fabbricarne anche uno solo dovrà
aver elaborato un piano su come estrarre il metallo in modo etico, come
trasportarlo con mezzi a bassa emissione di anidride carbonica, cosa fare
dei trucioli di metallo e come riutilizzare l’acqua di raffreddamento del
metallo, oltre ad aver pensato a un imballaggio riutilizzabile. Zero
difetti. Zero rifiuti” (si veda l’articolo di Andrew O’Hagan “The things we
throw away”, in London Review of Books del 24 maggio 2007).
La seconda soluzione, quella della raccolta differenziata dei rifiuti, è
riconducibile all’orizzonte culturale dello sviluppo sostenibile. Essa,
infatti, benché sia compatibile anche con altri scenari, non mette in
discussione, in ultima analisi, la mercificazione del mondo e degli esseri
viventi operata dalla forma capitale, ma propone semplicemente di fare una
cernita tra gli innumerevoli scarti del capitalismo, distinguendo, ad
esempio, tra secco e umido, materiali riciclabili e non riciclabili, allo
scopo di ridurne l’impatto ambientale, ed in particolare evitando di
destinare tutti i rifiuti agli inceneritori. Se questo è vero sul piano
teorico, a tal punto che i fautori degli inceneritori la presentano, a scopi
propagandistici, come una soluzione integrativa e non sostitutiva rispetto
ai termovalorizzatori, va però anche aggiunto che, in pratica, laddove la si
adottasse in modo serio, sistematico, ovvero, per usare il linguaggio degli
ecologisti, qualora si facesse ricorso a una raccolta differenziata “spinta”
, si potrebbe assestare, come si è visto precedentemente, un colpo forse
mortale agli inceneritori per mancanza di materia prima. E questa è,
probabilmente, la ragione vera per cui tale raccolta stenta a decollare.
Quella ufficiale è invece un’altra. Si sostiene che la raccolta
differenziata è applicabile in piccole realtà locali, ma sarebbe inattuabile
in grandi città o metropoli. Effettivamente, almeno in Italia, laddove è
stata realizzata con successo, la raccolta differenziata ha riguardato
piccoli comuni, ma c’è da chiedersi se ciò sia dipeso da un limite
intrinseco a questa modalità di smaltimento dei rifiuti o da una volontà
politica di non procedere in questa direzione. Nulla vieta, infatti, di
dividere una grande area urbana in piccole zone coordinate in funzione dello
smaltimento. Altrove si è già provveduto in questo senso e i risultati sono
stati buoni. Friburgo (Germania) e Canberra (Australia) non sono certo
modeste realtà urbane, eppure la raccolta porta a porta ha avuto un ottimo
esito. In un contesto di tipo democratico, non si dovrebbe poi trascurare un
importante effetto positivo di tipo politico della raccolta differenziata,
cioè il consolidamento del legame col territorio e del senso di cittadinanza
della popolazione interessata, che è indotta a prendersi cura del luogo in
cui vive, a considerarlo non con indifferenza, ma con sollecitudine. Il
porta a porta consente, infine, di verificare la quantità e il genere di
rifiuti prodotto da ciascun cittadino, il che dà la possibilità di
personalizzare la tassa sui rifiuti, premiando quelli che ne producono di
meno e sanzionando coloro che ne producono di più con una tassa più alta.
La terza soluzione, proveniente dai teorici della decrescita, è quella più
radicale. Per costoro, il problema dei rifiuti si risolve riducendo la
produzione di merci (destinate in poco tempo alle discariche e agli
inceneritori) e incrementando quella dei beni (sottratti al mercato e quindi
più duraturi e di qualità migliore, perché quando si produce per sé, per
soddisfare propri bisogni, si cerca il meglio e non l’usa e getta). Nella
società dei consumi capitalistica, la merce è, come ha osservato Maurizio
Pallante, solo la forma transitoria e dalla vita sempre più breve che una
risorsa assume prima di diventare rifiuto. Non si tratta di tornare alle
candele o all’età della pietra (che peraltro, secondo l’antropologo Marshall
Sahlins, fu un’età di abbondanza), ma di ricondurre la mercificazione a
dimensioni più accettabili e fisiologiche. Gli esseri umani hanno sempre
prodotto merci che sono state poi scambiate al mercato. “Sacche” di mercato,
come le ha definite Alain Caillé, sono una costante rinvenibile in tutte le
culture. Ma una volta questo tipo di produzione era temperato dalla
auto-produzione di beni, destinata all’economia di sussistenza, e da una
serie di attività che fino a qualche tempo addietro – prima dello tsunami
della globalizzazione – erano svolte dallo Stato sociale e che nelle
comunità prestatali rientravano tra le incombenze a carico della comunità,
ed erano realizzate a titolo gratuito. Ora è venuto il momento di
ristabilire, ovviamente secondo modalità nuove, l’equilibrio infranto,
ovvero di “reintrodurre il sociale e il politico nel rapporto di scambio
economico, ritrovare l’obiettivo del bene comune e della qualità della vita
nel commercio sociale” (cfr. Serge Latouche, Come sopravvivere allo
sviluppo, Bollati Boringhieri, p. 58). Ancora a Latouche dobbiamo un’
interessante osservazione, e cioè che le istituzioni che siamo abituati a
considerare tipiche del liberalismo e del capitalismo, come il mercato, la
moneta, il profitto, sono in realtà rinvenibili in molte altre società
(Latouche pensa in particolare all’Africa), il cui immaginario, però, “è
così poco colonizzato dall’economia, che esse vivono la loro economia senza
saperlo. Uscire dallo sviluppo, dall’economia e dalla crescita non implica
dunque il rinunciare a tutte le istituzioni sociali che l’economia ha
incorporato, ma il reinserirle in un’altra logica” (cfr. l’articolo “La
décroissance: un projet politique”, in Entropia, n. 1, autunno 2006, pp.
9-21).
Ciò che quindi si propone non è un riassetto dell’esistente, ma la
costruzione di un nuovo paradigma, di una “società della decrescita” dove la
frugalità, la sobrietà, la convivialità, l’austerità, l’auto-limitazione
avranno un ruolo centrale e dove il volume dei rifiuti sarà naturalmente
molto più ridotto e soprattutto più facilmente smaltibile, in quanto
eco-compatibile. La decrescita non è nemica dello sviluppo, ma postula un
ritorno all’idea originaria di sviluppo – idea strettamente legata a quella
di limite. Crescere va bene, ma non si può crescere all’infinito. Una
crescita illimitata è sinonimo di malattia, non di salute, come accade con
le cellule cancerogene che si riproducono in modo incontrollato. Gilbert
Rist ha acutamente osservato (ne Le développement. Histoire d’une croyance
occidentale, Presses de Sciences Po, Paris 1996, pag. 53) che la parola
physis usata dai greci per designare la natura deriva dal verbo phuo, che
significa “crescere, svilupparsi”. Ma la crescita di cui qui si tratta è,
per dirla con Denis de Rougemont, la “crescita vivente, quella dell’erba,
degli alberi, degli animali e dell’uomo”, nella quale “troviamo già
inscritti il suo fiorire, il suo declino e la sua morte”, e che non va
confusa con la “falsa crescita”, quella della modernità, dell’Occidente
capitalistico e consumistico, caratterizzata dal fatto di essere “senza
programma, teoricamente illimitata” e che “una volta lanciata, va verso l’
entropia crescente e non verso morti e rinascite” (cfr. L’avenir est notre
affaire, Stock, Paris 1977, pagg. 53-54). La crescita dei rifiuti – cui
sarebbe bene opporre uno scenario di decrescita e di crescita zero dei
rifiuti – è dunque solo un aspetto, quello più nauseabondo, di una abnorme
proliferazione che riguarda l’intera società e alla quale occorrerebbe porre
un freno.
3. Destra-sinistra: il vicolo cieco della decrescita
La via della decrescita ci pare la proposta più ragionevole di
riorganizzazione della vita collettiva a tutti i livelli e non solo, quindi,
in riferimento alla questione dei rifiuti, di cui ci siamo serviti come
cartina di tornasole utile per far emergere altre e più vaste problematiche.
Il che, beninteso, non significa che tutto ciò che dicono i fautori della
decrescita sia vangelo, né che questa strada sia anche quella più facilmente
percorribile. Tutt’altro. Sarebbe ragionevole smettere di fumare perché,
come si legge sui pacchetti di sigarette, “il fumo uccide”, ma ciò non
impedisce a milioni di persone di fumare e morire anzitempo, nonostante le
campagne antifumo e il divieto di fumare nei luoghi pubblici. Sarebbe
ragionevole, quando si circola in automobile, non superare i limiti di
velocità, non passare col rosso e rispettare tutte le altre norme del codice
della strada, ma le tante, troppe vittime di incidenti stradali – si pensi
alle cosiddette “stragi del sabato sera” – dimostrano che thanatos può avere
facilmente e irrazionalmente il sopravvento sull’impulso opposto. Questo
ragionamento vale pure per la decrescita. Sembra ragionevole auspicare, in
un mondo dalle risorse limitate, una società sobria, ma lo spreco, che poi
si traduce anche in rifiuti da smaltire, regna sovrano nel mondo sviluppato.
Si direbbe che viviamo in una condizione schizofrenica, non riuscendo a
pensare e agire in modo coerente. Facciamo, per dirla con San Paolo, non il
bene che diciamo di volere, ma il male che diciamo di non volere.
Periodicamente, apprendiamo dagli istituti demoscopici che i cittadini dei
paesi più sviluppati e inquinatori sarebbero propensi a larga maggioranza ad
assumere comportamenti ecologicamente virtuosi e sostenibili, ma quando si
passa dal dire al fare, i loro atteggiamenti concreti smentiscono questa
teorica disponibilità. Tocchiamo qui con mano un punto davvero nodale, che
un teorico della decrescita come Serge Latouche ha riassunto nella formula
della “decolonizzazione dell’immaginario”. Prima di lui, Vandana Shiva aveva
parlato delle “monoculture della mente” delle quali ci dobbiamo liberare se
vogliamo cominciare seriamente a riflettere sulle alternative allo sviluppo.
Siamo addestrati a pensare, fin da quando emettiamo i primi vagiti, che
crescere, svilupparsi, progredire – tutte parole che, con sfumature diverse,
rimandano a significati abbastanza vicini – sia qualcosa di positivo in sé.
E non occorre nemmeno una particolare bravura da parte degli
educatori-addestratori per farcelo capire, giacché questo messaggio è nell’
aria che respiriamo, nei cibi che mangiamo, negli spettacoli che vediamo,
nelle vetrine colme di cose, merci, gadget. Lo abbiamo perciò
interiorizzato, e – tornando per un attimo alla questione dello smaltimento
dei rifiuti da cui abbiamo preso le mosse – è questo processo di
interiorizzazione, e non solo o non tanto l’esistenza di indubbi e
consistenti interessi economici, a spingere una serie di soggetti ed enti in
direzione della costruzione di mega-inceneritori, malgrado vi siano valide
ragioni che lo sconsiglierebbero. Di qui l’oggettiva problematicità di una
proposta che vorrebbe scalzare ab imis le fondamenta del vivere in
Occidente. Siamo talmente abituati a configurare il nostro rapporto col
mondo e con gli esseri umani in termini competitivi e di performance, che ci
viene spontaneo pensare che il modo migliore per risolvere i problemi sia
quello di spingere il piede a tavoletta sull’acceleratore. Abbiamo
ingaggiato con la natura una sorta di match pugilistico, senza capire che,
molto probabilmente, se non ci diamo una calmata, sarà la natura a sferrare
il pugno del knock-out.
È in grado, la corrente della decrescita, di dare un contributo per evitare
un tale esito? Cerchiamo di capirlo. Essa si presenta, per ammissione di
alcuni dei suoi stessi sostenitori, in modo niente affatto dogmatico, bensì
come un insieme “instabile”, un “incrocio” verso il quale convergono persone
con alle spalle un vissuto culturale e politico, nonché delle sensibilità,
diverse (si veda l’articolo di Bruno Clémentin “La décroissance se
situe-t-elle sur l’axe gauche-droite?”, in Entropia, n. 1, autunno 2006, pp.
34-41). Ciò crea al suo interno un dibattito che riguarda anzitutto le
modalità attraverso le quali avviare e condurre in porto il processo di
decrescita. A questo proposito, Latouche, occupandosi del saggio di Pallante
La decrescita felice (Editori Riuniti, Roma 2007), ne critica, pur
apprezzandole, le tesi “dal lato della risposta all’effetto sistemico della
crescita nei rapporti di produzione” (cfr. il citato numero di Entropia, p.
219). Detto altrimenti, per Latouche le tesi di Pallante possono avere degli
effetti positivi a livello individuale, o di piccoli gruppi, ma sarebbero
insufficienti sul piano politico generale. In secondo luogo, la discussione
si è incentrata sul posizionamento politico e culturale della corrente lungo
il clivage destra-sinistra. Latouche ne riassume così i termini: “Che cosa c
’è dietro questo nuovo concetto? Siamo di fronte a un movimento riformista o
rivoluzionario? La decrescita è solubile nello sviluppo durevole? Nel
capitalismo? Si tratta di una rivendicazione di destra o di sinistra? Il
movimento della decrescita costituirà un nuovo partito politico?” (Entropia,
art. cit. pag. 10). Questi interrogativi hanno innescato reazioni molto
accese sulle quali è necessario soffermarsi perché qui si gioca, a nostro
parere, una delle carte decisive per il futuro di questa tendenza culturale.
Ci sono, infatti, delle questioni sistemiche sulle quali gli “obiettori
della crescita”, come si autodefiniscono, non possono fare nulla, o molto
poco, dato il carattere ancora “confidenziale” e “semiclandestino” (usiamo
qui due termini adoperati da Latouche) della decrescita che ha finora
conosciuto una (molto) relativa diffusione solo in Francia e, in parte, in
Italia, coinvolgendo alcuni settori (nemmeno tutti, quindi) variamente
ostili alla globalizzazione. Ma ve ne sono altre, come il rapporto con la
sfera politica, su cui tocca esclusivamente ai “decrescenti” fare chiarezza,
declinare la loro carta di identità, dirci come si auto-percepiscono e si
rappresentano. La decrescita si trova in una fase della sua ancora giovane
vita che ci ricorda quella attraversata dalla Nuova destra quando si trovò
di fronte allo stesso dilemma, poi sciolto privilegiando la scelta
metapolitica su quella dell’impegno politico militante. Questo ha comportato
scissioni e rotture talvolta dolorose, ma che hanno consentito alla Nd di
conservare una coerenza interna (e di evolvere successivamente in direzione
delle nuove sintesi di pensiero) che costituisce, data la sua posizione di
estrema minoranza, il suo bene più prezioso. Qualcosa di simile è
auspicabile anche per la decrescita, al cui interno si sono delineate due
correnti, la prima che spinge verso la formazione di un partito politico
della decrescita orientato a sinistra o, in subordine, verso un
coinvolgimento dei partiti di sinistra già esistenti nella tematica della
decrescita, rappresentata da Vincent Cheynet e, nel citato numero di
Entropia, da Paul Ariès (“Une pensée sur la crête) e Arthur Mitzman
(“Convaincre la gauche européenne”), la seconda, che vorrebbe dare alla
decrescita una allure più metapolitica e sfumata rispetto alla politique
politicienne (Latouche e Clémentin). Qualora prevalessero i “politici”, la
decrescita si trasformerebbe inevitabilmente nella bandiera di un gruppo di
ideologi settari affetti da tutte le idiosincrasie della politica che nulla
dovrebbero avere a che fare con una seria opera di ricerca intellettuale.
Che questo rischio sia reale e non frutto della nostra immaginazione, è d’
altronde dimostrato dal contributo di Ariès, tutto incentrato sulla
designazione di un nemico, Alain de Benoist e la Nouvelle droite, colpevoli
di aver tentato di sporcare la decrescita semplicemente parlandone in
termini positivi, e caratterizzato da uno sconcertante e delirante
linguaggio patologico, da manuale della medicina. Vi si parla, infatti, di
“virus ideologici” da cui bisognerebbe premunirsi “dando la caccia ai
concetti equivoci” (mentre un intellettuale dovrebbe piuttosto sviscerarli e
capirli) e della necessità di sviluppare “anticorpi” per evitare di finire
nelle “paludi nauseabonde degli ambienti più reazionari”. Ariès accosta le
tesi di de Benoist al “Manifesto di Unabomber”, alla “Chiesa dell’Eutanasia”
e al “Movimento per l’Estinzione Volontaria della Specie Umana” (sic!) e si
chiede, in tutta serietà: “È un caso se la Deep ecology di Arne Naess e
George Sessions sia stata introdotta in Francia prima da de Benoist e poi
ripresa dalla rivista L’Écologiste di Edward Goldsmith?”, dimenticando però
di precisare che de Benoist non ne accetta a scatola chiusa le tesi e che
una cosa è introdurre queste tesi nel dibattito culturale, altra cosa è
condividerle (per i rilievi critici di de Benoist all’ecologia profonda,
cfr. Le sfide della postmodernità, Arianna, pp. 231-246, nonché Demain la
décroissance!, Édite, pagg. 173-199).
Ci sembra chiaro che con simili, mediocri argomenti, tanto mediocri da
risultare addirittura imbarazzanti, la decrescita non può sperare di andare
da nessuna parte, qualora prendessero il sopravvento. C’è, tuttavia, un
punto su cui è difficile dare torto ad Ariès, ed è quando scrive: “Le
polemiche che dividono i ranghi degli obiettori della crescita non sono
soltanto dispute locali o fra personalità, ma esprimono scissioni
intellettuali le quali mostrano che, molto spesso, i nostri accordi
nascondono disaccordi altrettanto fondamentali”. Ariès è dunque consapevole
della posta in gioco, così come lo è Vincent Cheynet, che attacca a fondo
non solo Alain de Benoist e la Nd, ma anche lo stesso Latouche, preso di
mira per le sue presunte relazioni con “autori del tipo Alain de Benoist o
altri scagnozzi infrequentabili e tarati” (cfr. l’articolo “Entropia
commence très mal. Décroissance et politique: censurons la politique!” sul
sito www.decroissance.org). Sullo stesso sito, recensendo l’ultima fatica di
Latouche, La scommessa della decrescita (Feltrinelli), Cheynet rincara la
dose accusando Latouche di difendere posizioni antiuniversaliste,
antiumaniste e relativiste. Siamo ad un passo dall’accusa suprema, quella di
fascismo, che peraltro in Italia è già stata formulata. Le repliche di
Latouche e Clémentin risultano abbastanza flebili e tremebonde. Essi
escludono che la decrescita debba impegnarsi politicamente, ritenendo più
proficuo in questa fase un impegno di tipo intellettuale, ma assumono un
posizione esitante e contraddittoria quando debbono rispondere al quesito se
si considerano o no di sinistra (e quindi se la decrescita debba o no
ancorarsi a sinistra, sconfiggendo quelli che agli occhi settari di Cheynet
e Ariès appaiono come tentativi di appropriazione indebita ad opera di de
Benoist e della Nd). Così, Clémentin risponde al quesito con un altro
quesito: non dobbiamo chiederci se la decrescita sta a destra o a sinistra,
ma se destra e sinistra sono in grado di farsi carico dei necessari e
radicali cambiamenti di cui abbiamo bisogno. Dal contesto, sembra di capire
che per Clémentin la risposta debba essere negativa, ma certo sarebbe stato
molto meglio assumere una posizione più esplicita e forte proiettata in
direzione della creazione di nuovi spartiacque culturali.
La stessa timidezza si ritrova in Latouche, che dopo aver criticato a fondo
la sinistra, in un articolo apparso in Italia su “Liberazione” e su “Carta”,
conclude inopinatamente: “La nostra lotta si colloca risolutamente a
sinistra”. Lo stesso articolo viene riproposto da Latouche nel numero di
Entropia di cui ci stiamo occupando, ma qui la conclusione del suo
ragionamento è alquanto differente: “Perciò, la nostra lotta si situa
risolutamente contro la mondializzazione e il liberalismo economico”. È
evidente che le due conclusioni non coincidono, perché non è affatto
scontato che chi si situa a sinistra si schiera anche ipso facto contro la
mondializzazione e il liberalismo. Questi ondeggiamenti nascono,
probabilmente, dal timore di recidere un cordone ombelicale dal quale si
spera di trarre linfa e nutrimento, mentre in realtà esso rischia di
ostacolare e soffocare il neonato. La sinistra (come, d’altro canto, la
destra) è ormai parte integrante di un partito unico occidentalista e
sviluppista che si divide sui mezzi ma non sui fini. Quanto poi alla
sinistra cosiddetta radicale, anti o altermondialista o in qualunque altro
modo la si voglia chiamare, essa può unicamente danneggiare non soltanto la
causa della decrescita, ma ogni tentativo volto a creare nuove sintesi di
pensiero, avendo mostrato, almeno fino ad oggi, di essere priva di quel
minimo di lucidità intellettuale necessaria per riconoscere (traendone poi
le conseguenze) la sostanziale divergenza, strategica quindi e non tattica,
tra la sua critica dello sviluppo e l’accettazione dello sviluppo e del suo
immaginario da parte della componente maggioritaria della sinistra, sia pure
sotto forma di sviluppo sostenibile. Basta leggere la Lettera aperta agli
economisti (Manifestolibri, 2001) per rendersi conto dell’irriducibilità
delle due posizioni e quindi dell’inutilità della ricerca di un impossibile
accordo (interessanti panoramiche di queste differenti posizioni si trovano
anche nel numero 81, giugno-luglio 2005, di “Manière de voir” e in “Carta
etc.”, novembre 2005). Oppure dare uno sguardo al dialogo tra Carla Ravaioli
e Bruno Trentin (Processo alla crescita, Editori Riuniti) dove il nocciolo
della divisione emerge con ancora maggiore chiarezza. Mentre le
argomentazioni della Ravaioli sono tutte svolte seguendo il filo della
nozione di equilibrio, della ricerca di un equilibrio tra gli uomini e tra
gli uomini e il mondo, quelle di Trentin ruotano implacabilmente intorno al
concetto di sviluppo. Ne risulta un dialogo tra sordi. Ma, ciò nonostante,
la Ravaioli rifiuta di guardare in faccia questa realtà, che la colloca su
un altro versante rispetto al suo interlocutore, e continua imperterrita a
ritenere di essere “proiettata verso obiettivi che sono sostanzialmente gli
stessi” di quelli di Trentin, il quale, invece, dice chiaro e tondo che non
vuole cambiare nulla, che non intende battersi “per un mondo radicalmente
diverso” perché ritiene, evidentemente, che l’Occidente sia il migliore dei
mondi possibili, che si tratta solo di ritoccare qua e là, facendo peraltro
molta attenzione dal momento che il rischio del totalitarismo è sempre in
agguato. A Trentin va riconosciuta l’onestà intellettuale di non nascondersi
dietro un dito e di dire pane al pane. La decrescita avrà fatto un grosso
passo in avanti quando anche i suoi sostenitori acquisiranno la medesima
perspicacia.
Giuseppe Giaccio (Diorama Letterario n.286)
Fonte: www.ariannaeditrice.it
Link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=17314
dicembre/gennaio 2008
www.comedonchisciotte.org
venerdì 29 febbraio 2008
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