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Come toglierci dalla testa il mito della crescita.

Come toglierci dalla testa il mito della crescita articolo / di Maurizio Pallante * saggista Se il numero di coloro che si autoproducono lo yogurt crescesse in misura rilevante, diminuirebbe la domanda di yogurt prodotto industrialmente. Di conseguenza, le industrie del settore dovrebbero ridurre i loro addetti nonché gli ordini di vasetti di plastica, coperchietti di alluminio e cartoncini stampati per le confezioni. Le aziende che fabbricano questi prodotti dovrebbero a loro volta sfoltire il numero degli occupati e diminuirebbe anche il numero dei camion che portano su e giù per l’Italia gli yogurt, i vasetti di plastica, i coperchietti di alluminio e i cartoncini stampati. Toccherebbe allora alle aziende di logistica licenziare e ridurre gli ordini di carburante per autotrasporto. L’eccesso di produzione si estenderebbe quindi alle raffinerie, che sarebbero costrette a licenziare e diminuire le importazioni di petrolio. Ci sarebbe infine una riduzione di plastica, alluminio e cartoncino nei rifiuti, per cui le aziende che li raccolgono e/o gestiscono le discariche e gli inceneritori vedrebbero diminuire i loro utili e sarebbero costrette a ridimensionare gli organici.

Ma le riduzioni di occupazione derivanti dalla diminuzione della domanda di yogurt non si fermerebbero qui, perché i disoccupati di questi settori, non avendo più un reddito monetario, farebbero diminuire la domanda di tutte le altre merci, innescando un processo di licenziamenti a catena. Ammesso che l’autoproduzione dello yogurt possa migliorare, in misura infinitesimale, la qualità della vita di chi la pratica, questo miglioramento avverrebbe al prezzo di un peggioramento totale della vita di tutti i licenziati che ne deriverebbero. Il rapporto costi-benefici sarebbe disastroso. Sembra che questo ragionamento non faccia una grinza. In realtà, se lo si analizza con attenzione, si vede che è la sintesi di tre presupposti, ritenuti talmente evidenti da non dover essere dimostrati: 1. l’identificazione del lavoro con l’occupazione, cioè con il lavoro salariato; 2. la convinzione che la crescita economica faccia crescere l’occupazione; 3. la convinzione che la decrescita economica faccia decrescere l’occupazione. Nelle statistiche economiche la popolazione è divisa in due grandi categorie: le forze di lavoro e le non forze di lavoro. Le forze di lavoro sono a loro volta suddivise in due sottoinsiemi: gli occupati, cioè coloro che svolgono un’attività in cambio di un reddito monetario, e i disoccupati, cioè coloro che non hanno un’occupazione, ma la cercano. Le non forze di lavoro non comprendono le categorie di persone che non hanno un’occupazione e non la cercano, o perché non sono ancora, o non sono più, in condizione di farlo [le fasce di età da 0 a 15 anni; le donne ultrasessantacinquenni e gli uomini ultrasettantenni], o perché non ne hanno bisogno [chi vive di rendita] o perché scelgono di non farlo [le casalinghe].

Chi lavora e chi non lavora Se una persona produce direttamente la frutta e la verdura con cui si nutre la sua famiglia, non figura tra gli occupati, perché il suo lavoro non è svolto in cambio di un reddito monetario e non genera un reddito monetario, ma non figura nemmeno tra i disoccupati. Non fa parte delle forze di lavoro: non lavora. Sembra incredibile, ma è così. Chi produce frutta e verdura per il mercato, come coltivatore diretto, come imprenditore o come salariato agricolo, cioè svolge la stessa attività ma lo fa in cambio di denaro, è occupato e inserito nelle forze di lavoro. Le casalinghe lavorano per un numero di ore almeno doppio rispetto a ogni occupato e il loro lavoro ha mediamente un’utilità maggiore, ma non è svolto in cambio di denaro e non genera reddito monetario, per cui non sono incluse nelle forze di lavoro: non lavorano. Chiunque svolga un’attività non remunerata non è occupato e non fa parte delle forze di lavoro. Da dove derivano questi nonsensi a cui si dà valore scientifico? Dal fatto che i beni autoprodotti e i servizi autogestiti impediscono che il loro posto venga occupato da prodotti e servizi offerti in cambio di denaro. Ostacolano la crescita del Prodotto interno lordo. Ogni bene autoprodotto e ogni servizio autogestito costituiscono un impedimento e un’alternativa a una merce, per cui un sistema fondato sulla crescita della produzione di merci non può non ridurne progressivamente l’incidenza e svalorizzarli culturalmente, utilizzando tutto l’apparato dei media per far credere che il passaggio dall’autoproduzione di un bene all’acquisto di una merce costituisca un progresso, dall’ironia sulla ristrettezza mentale di chi continua a spezzarsi la schiena per produrre pomodori che si possono comodamente comprare al supermercato fino alla «damnatio nominis»: le attività che producono beni per autoconsumo e servizi autogestiti non vengono inserite nelle statistiche economiche perché non sono lavori. E non sono lavori perché non producono un reddito monetario. Sono il residuo di un mondo arcaico, tecnologicamente arretrato, timoroso dei cambiamenti, conservatore se non reazionario, incapace di apprezzare i vantaggi della modernità. Per realizzare trasferimenti di massa dalla produzione di beni alla produzione di merci, veri e propri esodi biblici dall’autosufficienza economica alla dipendenza assoluta dal mercato, non è stato trascurato alcun mezzo. All’inizio si è fatto ricorso alla violenza [nell’Inghilterra del Settecento la recinzione dei terreni agricoli e l’abolizione delle terre comuni per espellere i piccoli contadini dalla campagna e costringerli a trasferirsi in città, dove la legge puniva l’accattonaggio con la reclusione in fabbriche-carcere; l’introduzione delle

L’auto-produzione di energia Un discorso a sé merita la micro-cogenerazione diffusa, perché assomma entrambi gli aspetti della decrescita: la sobrietà, in quanto comporta una riduzione dei consumi attraverso il recupero degli sprechi, e l’autoproduzione di energia per autoconsumo, un’autoproduzione innovativa che non consiste nel recupero delle potenzialità di futuro insite in tecnologie del passato frettolosamente abbandonate per obbedire agli imperativi della crescita [come l’autoproduzione agricola], ma nell’applicazione di questa logica economica pre-industriale a una tecnologia più avanzata di quella attualmente in uso nei grandi impianti. Le stesse considerazioni valgono per tutte le energie rinnovabili che, per esprimere al meglio la loro efficienza e per ridurre al minimo i loro specifici impatti ambientali, devono essere di piccola taglia e tarate sull’autoproduzione per autoconsumo. Una centrale fotovoltaica ricopre di materiali inorganici enormi superfici, impedendovi lo svolgimento della fotosintesi clorofilliana, il modo in cui l’ecosistema terrestre assorbe la Co2 dall’atmosfera e la trasforma in energia. Un impianto fotovoltaico sul tetto di una casa occupa una superficie già ricoperta di materiale inorganico e non causa impatti ambientali. L’energia prodotta da una centrale va trasportata a lunghe distanze e una parte si disperde lungo i fili di trasmissione. L’energia autoprodotta si utilizza nello stesso luogo in cui si produce e non va trasportata. Ciò premesso, l’esemplificazione di questo modello sulla micro-cogenerazione consente in primo luogo di fare un discorso immediatamente attuabile e non futuribile, in secondo luogo di effettuare un confronto con l’industria automobilistica di cui è la figlia ripudiata, ma non illegittima. Un micro-cogeneratore è composto da un motore automobilistico, un alternatore e alcuni scambiatori di calore inseriti in una scatola di metallo insonorizzata. Il motore automobilistico fa girare l’alternatore, che produce energia elettrica. Mentre svolge questo lavoro, in cui l’energia chimica del combustibile si trasforma in energia meccanica con un rendimento di circa il 25 per cento, il motore sviluppa anche energia termica con un rendimento di circa il 70 per cento. Con una parte di questa energia termica, quella del radiatore, d’inverno si riscalda l’abitacolo delle automobili. Oltre al calore del radiatore, gli scambiatori dei micro-cogeneratori utilizzano anche l’energia termica dei gas di scarico [circa 700 gradi] e della coppa dell’olio per riscaldare l’acqua dei radiatori e dei sanitari. Se la loro potenza termica è tarata sul fabbisogno di calore, l’energia elettrica che producono è molto superiore alle esigenze della stessa utenza, per cui può essere ceduta in gran parte alla rete. Per produrre la stessa energia elettrica in centrale e la stessa energia termica in una caldaia, occorrerebbe il doppio del combustibile. Ogni micro-cogeneratore dimezza quindi il consumo di fonti fossili a parità di servizi energetici. Determina una decrescita. Tuttavia, se si incentivasse un programma nazionale di sostituzione delle caldaie con micro-cogeneratori quanta occupazione si potrebbe creare? [...] Ma c’è un elemento in più da considerare: la tecnologia per costruire i micro-cogeneratori è la stessa delle automobili. Soltanto che la produzione automobilistica ha più che saturato il mercato e da più di un decennio riduce costantemente il numero degli occupati. Inoltre le automobili circolanti contribuiscono a circa il 30 per cento delle emissioni di Co2, delle polveri sottili e dell’inquinamento atmosferico. Invece il mercato dei micro-cogeneratori è tutto da inventare, per cui ha enormi potenzialità di espansione e l’occupazione che si potrebbe creare in questo settore riconvertendo la produzione di una parte degli stabilimenti automobilistici, oltre che significativa, sarebbe di qualità, perché contribuirebbe a ridurre le emissioni di Co2 e l’inquinamento atmosferico. Vogliamo togliercelo dalla testa questo mito della crescita? Vogliamo smetterla di demonizzare la decrescita?
www.decrescita.it

lunedì 16 luglio 2007


 
News

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