America Latina di fronte alla globalizzazione.
Intervento di Ignacio Ramonet - Direttore de "Le Monde Diplomatique" all'Auditorio "Roberto González" - UNAN Managua - Nicaragua.
Tutti gli studenti latinoamericani devono avere idee chiare su come il
fenomeno della globalizzazione si è diffuso in America Latina, che
conseguenze ha avuto la sua applicazione e quale è stata la reazione della
società latinoamericana di fronte a questo fenomeno economico, politico e
sociale.
Che cosa chiamiamo globalizzazione?
La globalizzazione è un fenomeno che pretende di essere unicamente economico
e pretende di esserlo con molta arroganza. In realtà pretende di essere
l'unica formula economica che funzioni, basandosi sul principio del
neoliberalismo. Cioè, l'idea che dopo il fallimento dell'Unione Sovietica
non esistano oramai vie alternative in materia economica.
Questa idea, sviluppata originariamente da Milton Friedman e da un gruppo di
economisti statunitensi e oggi non solo da statunitensi, che ha preso piede
negli anni 70, teorizza che per favorire la flessibilità dell'ideologia
bisognasse a tutti i costi ridurre la misura dello stato. Pensavano che lo
stato, durante il secolo XX, avesse avuto la tendenza ad ingrandirsi troppo,
ad occupare troppo spazio e che quindi bisognava ridurlo, bisognava
sopprimere allo stato una delle sue più importanti prerogative. Cioè che lo
stato non dovesse svolgere nessun ruolo economico, non possedere niente, né
risorse di denaro, né terre, né imprese strategiche come quelle dei
trasporti, dei servizi basilari, eccetera.
Lo stato doveva vendere, cioè privatizzare. Queste privatizzazioni che
incominciarono in modo brutale negli anni 80, venivano fatte per la prima
volta nella storia. Dopo il secolo XVIII, gli stati vissero un gran sviluppo
e furono anche importanti attori economici per potere avere le risorse e
distribuire la ricchezza nazionale.
In precedenza, in molti paesi dove esistevano solo alcune fonti di
ricchezza, soprattutto materie prime, queste ricchezze appartenevano ad
alcuni piccoli gruppi della società, le oligarchie nazionali e queste
possedevano il 80 o 90 per cento della ricchezza nazionale. La situazione
era eccessivamente ingiusta e la gente continuava a protestare. Questi
piccoli gruppi (circa il 10 per cento della popolazione), difendevano i loro
privilegi con l'aiuto di apparati repressivi forti che non servivano per
difendere il paese, bensì per difendere i ricchi dalle proteste dei poveri.
Nelle società moderne, a partire dal secolo XIX e dopo una serie di
rivoluzioni, poco a poco lo stato si appropriò di queste proprietà per
distribuire la ricchezza tra la maggioranza della società. Lo stato passò ad
essere un attore economico molto importante.
Durante il secolo XX, lo stato aveva sviluppato la sua capacità di
riscuotere, cioè creò imposte che dovevano pagare i settori che se lo
potevano permettere, in pratica chi guadagnava di più e queste imposte
servivano allo stato per costruire le infrastrutture, che permettevano di
dare alla società quello di cui aveva bisogno, come i servizi basilari ed
essenziali per la popolazione.
Si trasformò in un stato benefattore introducendo i principi della
previdenza sociale, della pensione. Uno stato stratega e programmatore per
il futuro. Questo stato era in definitiva uno stato per i poveri.
La tesi della globalizzazione era che questo stato dovesse sparire e di
conseguenza dovessero sparire anche le imposte, con l'idea che "uno stato
minimo è un miglior stato", "meno stato migliore stato", ma questo
avvantaggiava solo i ricchi e non certo i poveri.
E si sviluppò la tesi che bisognava privatizzare tutto quello che
apparteneva allo stato.
Se un paese possedeva petrolio ed apparteneva allo stato, al momento di
privatizzarlo accadeva che veniva acquistato dai ricchi o ancora peggio,
veniva comprato da stranieri ed il paese perdeva l'unica risorsa per aiutare
i più bisognosi.
In poco tempo, questa si trasformò in un'ideologia e non in una scienza
economica, come questi economisti pretendevano. Pretendevano cioè che fosse
una scienza economica che favorisse lo scambio commerciale, vendere quello
che si aveva ed importare quello che non si produceva, abbattendo le
barriere fiscali che proteggevano i settori più fragili dalla società.
Se per esempio in un paese si produce caffè, i produttori devono esportarlo
ed a volte non lo possono fare perché altri paesi, molto più ricchi e
sviluppati, sovvenzionano la propria produzione e lo vendono ad un prezzo
molto più basso.
È quello che per esempio succede in Africa con la popolazione Saharawi, che
produce un cotone in condizioni infraumane nella zona del Sahara. Lavorano
come schiavi per loro stessi, per produrre un cotone di eccellente qualità e
ad un buon prezzo, ma alla fine questo cotone non riescono a venderlo
nemmeno nel loro paese, in quanto negli Stati Uniti producono cotone con
macchinari moderni e con grandi sovvenzioni e il loro cotone risulta essere
esportabile nella stessa Africa ad un prezzo più economico di quello che
producono i produttori locali.
Aprire le frontiere si trasforma allora nella rovina dei piccoli e medi
produttori agricoli e produttori in generale.
Ridurre lo stato vuole dire anche diminuire il suo Bilancio e la Spesa
Pubblica e quindi, il numero dei suoi funzionari ed i paesi che hanno
applicato la globalizzazione hanno licenziato migliaia di funzionari, hanno
ridotto la loro pensione ed in molti paesi quasi già non esiste
un'istruzione ed una sanità pubblica. I più poveri vanno ad una scuola di
scarsa qualità ed i ricchi frequentano la scuola privata che ha molta più
qualità, mantenendo in questo modo la stratificazione sociale: i più poveri
saranno sempre poveri ed i ricchi saranno sempre ricchi.
La globalizzazione ha creato un'espropriazione della ricchezza e della
sovranità nazionale, mantenendo una differenza di categoria sociale e di
spesa sociale molto marcata.
E questo in un contesto politico, quello degli anni 90, dove per ragioni
storiche non esisteva una gran volontà di reazione sociale.
Questa teoria fu applicata senza consultare la società.
Il primo paese dove si applicò fu il Cile di Pinochet, il quale con la forza
aggressiva della dittatura, potè imporre questa riforma ed intimorire la
società che non poteva reagire per paura della repressione.
Si applicò più tardi nel Regno Unito, in Inghilterra, con il governo di
Margaret Thatcher nel 1979. Riuscì a rompere i sindacati, privatizzare i
trasporti, le miniere ed applicò questo metodo rompendo una tradizione di
due secoli di lotte sociali.
Nel 1980 vinse le elezioni Ronald Reagan, il quale introdusse negli Stati
Uniti questa teoria della globalizzazione e l'applicò in tutte le
istituzioni controllate dagli Stati Uniti, come sono il FMI e la Banca
Mondiale. A partire da quel momento, controllando queste istituzioni, la
globalizzazione cominciò ad estendersi a tutti i paesi.
Il secondo paese in America Latina dove si applicò questa nuova teoria fu la
Bolivia. Fu una vera "terapia d'urto", dove con una brutalità impressionante
vennero strappati alla società, ai lavoratori, i loro diritti e la ricchezza
del paese.
Nel 1983, il presidente Sánchez de Lozada, durante il suo primo mandato,
cominciò questa terapia d'urto con la privatizzazione degli idrocarburi.
Seguì il Perù col governo di Fujimori e il Venezuela, dove nel 1992 Carlos
Andrés Pérez applicò la stessa terapia e si produsse un'insurrezione
popolare conosciuta come "el Caracazo", dove l'Esercito represse la
popolazione provocando tra 2 e 3 mila vittime e si considera che furono
anche molte di più.
Le proteste e la repressione furono osservate, in qualità di ufficiale della
Guardia Presidenziale, da un giovane Hugo Chávez che capì che la società
stava protestando con legittimità contro un'usurpazione della sovranità
nazionale.
Due anni dopo, il primo di Gennaio del 1994, entrò in vigore il primo
Trattato di Libero Commercio tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta).
Lo stesso giorno entrarono in scena gli zapatisti del Subcomandante Marcos,
che uscirono dalla Selva Lacandona per protestare simbolicamente contro il
Nafta ed occuparono San Cristóbal de Las Casas con le armi. In questa
occasione e per la prima volta, il Subcomandante Marcos cominciò a
diffondere una visione chiara di cosa fosse la globalizzazione e di quali
fossero i suoi effetti.
Quando gli zapatisti entrarono a San Cristóbal de Las Casas, quella che oggi
chiamiamo "globalizzazione" non aveva ancora nome.
Non sapevamo dare un nome a questo fenomeno di privatizzazioni, violazioni
ai diritti lavorativi, trasformazioni dell'economia nella misura in cui la
finanza comincia ad avere più importanza della produzione industriale, di
speculazione smisurata, il ricorrere all'investimento straniero che domina
l'economia nazionale.
Gli analisti pensavano ancora che fossero strumenti separati e che non fosse
una sola formula.
A questa formula, in cui esiste una sola soluzione ai problemi economici, io
avevo proposto di mettere il nome di "Pensiero Unico", perché non ci
permettevano di pensare in un altro modo, questa era la unica cosa che
funzionava e bisognava accettarla come un dogma indiscutibile.
Solo più tardi si cominciò a chiamarla con il nome di "globalizzazione", ma
il Subcomandante Marcos l'aveva già capito ed aveva cominciato a produrre
riflessioni sulla globalizzazione ed a diffonderle in internet.
In questo momento, che cosa stava succedendo da più di 10 anni in America
Latina?
Si stavano instaurando esperienze di globalizzazione. C'erano proteste, come
a Caracas, ma non più forti che in altri paesi. Questo si doveva anche al
fatto che tutti i mezzi di comunicazione ripetevano costantemente alla gente
che si trattava di formule magiche che avrebbero permesso alle società
latinoamericane l'entrata alla modernità, allo sviluppo, alla ricchezza per
tutti e la gente aspettava per vedere quello che sarebbe successo e le
stesse vittime della globalizzazione non osavano protestare.
Oggi, la situazione della comunicazione non è molto cambiata.
A differenza dei primi anni 90, il sistema di comunicazione è molto più
sofisticato, c'è una gran proliferazione di mezzi scritti, radiali,
televisivi e la comunicazione è massiccia, tuttavia la constatazione è che
tutto questo sistema in realtà non sta presentando una varietà di
informazione, bensì la stessa informazione.
Esistono molte fonti, ma che funzionano in realtà come un'unità, un solo
messaggio di appoggio ideologico ed indiscriminato alla globalizzazione e di
critica sistematica ed altrettanto indiscriminata contro il pensiero
dissidente e chi critica la globalizzazione.
Viviamo in un mondo di democrazia e pluralità politica e di mezzi di
comunicazione, ma la nostra impressione è che ci occultano l'informazione.
Quelli che hanno risorse possono cercare questa informazione critica in
internet, ma questo presuppone un certo livello di educazione, di formazione
e di risorse economiche.
Il tema della comunicazione mediatica internazionale sta funzionando come
l'apparato ideologico della globalizzazione, come l'apparato di propaganda
della globalizzazione.
Dopo il 1994 si incominciò a riflettere a scala internazionale su come
combattere questa teoria che si stava applicando anche nel Nord del mondo e
che la stavano applicandole i governi di destra ed anche di sinistra,
provocando grossi disastri.
Cominciò a sorgere un pensiero autonomo di come tentare di riflettere per
identificare questa globalizzazione. Era come se tutti avessero una malattia
della quale si conoscono i sintomi, ma senza sapere di che malattia si
trattasse, le sue cause e le relazioni tra i differenti sintomi.
A poco a poco si trovò una definizione che nessuno aveva teorizzato.
Incominciammo ad organizzarci con la partecipazione di associazioni, ong,
gruppi, sindacati e cominciammo a protestare, ma non contro la
globalizzazione in generale, bensì contro le sue applicazioni in ogni paese
del mondo.
In questione si cercò di scoprire quali fossero le organizzazioni che
stavano stimolando la globalizzazione, il vero motore della globalizzazione.
In dicembre del 1999 a Seattle, Stati Uniti, si produsse una grande
manifestazione a cui parteciparono organizzazioni che venivano da molti
paesi, perché in questa città si svolgeva per la prima volta un vertice di
un'organizzazione ancora poco conosciuta: l'Organizzazione Mondiale del
Commercio (OMC). La OMC è uno dei motori della globalizzazione ed è quella
che dice ai paesi come si devono comportare per aprirsi ai capitali
stranieri, come sacrificare i loro lavoratori affinché possano stabilirsi le
imprese che non rispettano i diritti lavorativi, che danno stipendi di
miseria, che offrono posti di lavoro-spazzatura e che dicono che questo è
positivo per il paese.
In quell'occasione si denunciò che la OMC era un'organizzazione responsabile
delle grandi tragedie sociali che si producono nel mondo.
A partire da quel momento cominciarono proteste in tutto il mondo contro la
globalizzazione e le società cominciarono a ribellarsi.
A Cochabamba, l'impresa multinazionale che aveva comprato la distribuzione
dell'acqua e che aveva cominciato ad aumentare il suo prezzo dovette
affrontare l'ira della gente e dovette andare via.
Ad Arica, Perù, si era privatizzata l'elettricità con il conseguente aumento
delle tariffe. La gente cominciò forti proteste e l'impresa dovette
abbassare i prezzi. In Costa Rica protestarono ed ostacolarono le
privatizzazioni.
Poi si cominciò a pensare che non si dovesse solo protestare, ma che si
dovesse passare ad una nuova tappa e riunirsi in un posto a livello del
mondo per cercare e proporre, insieme, soluzioni alternative alla
globalizzazione
Nel 2001 decidemmo di farlo in una città del Brasile e si fece in
Portoalegre ed arrivarono 15 mila persone. In questo primo incontro mondiale
si rifletté e si cercarono alternative ed ognuno le diffuse nei propri
paesi.
Nel 2002 arrivarono 70 mila persone e si sommarono altri movimenti ed
organizzazioni.
I globalizzati incominciava a produrre teorie sulla globalizzazione per
vedere come si potesse passare ad un altro sistema.
In questa occasione ci fu una gran partecipazione degli argentini, perché
nel dicembre del 2001, l'Argentina aveva vissuto un'insurrezione popolare
molto importante, si ribellò di fronte alle politiche devastatrici del
presidente Ménem, che aveva venduto il paese ed il prodotto della vendita se
l'era messo nella tasca.
Le società cominciarono a respingere le politiche neoliberiste, come in
Ecuador, in Perù ed in Venezuela. In questo paese aveva preso il potere Hugo
Chávez e cominciò lentamente ad ispirarsi al Movimento Antiglobalizzazione.
Sorse il motto che "Un altro mondo è possibile" e Chávez cominciò una serie
di riforme molto importanti come le campagne di alfabetizzazione e l'Unesco
dichiarò il Venezuela libero da analfabetismo, la ridistribuzione della
terra, il recupero del petrolio e la ridistribuzione del guadagno che
produceva, inoltre contribuì a togliere Cuba dal suo isolamento.
Ora abbiamo un panorama ampio di governi che presentano programmi contro le
politiche neoliberiste, come in Brasile, Uruguay, Argentina, Cile,
Venezuela, Panama e forse Perù e Messico.
L'idea non è quella di scartare i meccanismi che hanno permesso gli scambi
tra società, bensì respingere gli atteggiamenti della globalizzazione che
consistono in mantenere le società in una situazione di regressione sociale
e di sfruttamento.
Globalizziamo la società, l'educazione, la sanità, la produzione, ma non con
accordi o trattati dove uno domina e sfrutta l'altro, ma in parità. Esiste
l'esperienza di un'internazionalizzazione delle risorse tra Venezuela, Cuba
e Bolivia che è l'ALBA. L'ALBA permette accordi in cui ogni paese può
avvantaggiarsi dagli scambi commerciali e non che uno vince sempre e l'altro
perde.
Oramai non si possono fermare tutti questi cambiamenti, perché con tante
persone che non riescono a sopravvivere e che stanno morendo di fame, non
possono continuare ad applicare ricette economiche che ogni giorno stanno
creando più poveri. Favoriamo lo scambio, ma con altri metodi e con un
modello differente di società che risponda ai bisogni della gente.
Esiste oggi in America Latina una luce di fronte alle stragi sociali
prodotte dalla globalizzazione ed una speranza che sia possibile un altro
tipo di economia. Un'economia più umana, più solidale, che metta al centro
del suo agire la persona umana e non la ricchezza e l'egoismo.
Credo che oggi un governo che pretenda realizzare cambiamenti sociali
importanti o restituire alla società la ricchezza che le è stata rubata per
secoli, per permettere che la gente possa vivere con dignità, con lavoro,
educazione, sanità, abitazioni, deve essere molto modesto. Non può pensare
che il governo, come si pensò in un'altra epoca, abbia tutte le soluzioni,
che arrivi con un programma e pensi di potere fare tutto calando e imponendo
le misure dall'alto.
Quello che deve fare è ascoltare la società, che cos'è quello che la società
sta chiedendo come cambiamento, che tipo di soluzione sta cercando nei
diversi ambiti sociali, quale è la migliore soluzione che collettivamente la
società vuole trovare in materia di produzione, organizzazione, nel sociale.
È indispensabile che il movimento sociale partecipi alle soluzioni ed è
quello che il Subcomandante Marcos riassume in una frase, "che il Governo
deve comandare ubbidendo", non comandare con superbia e deve farlo
indipendentemente dal tipo di potere politico che si presenti.
È quello che ha fatto Evo Morales con la nazionalizzazione degli idrocarburi
e c'è bisogno di molto coraggio per sopportare le critiche. E non l'ha fatto
perché fosse un capriccio, bensì perché era la società che lo aveva eletto
che glielo chiedeva e che voleva che la ricchezza della Bolivia ritornasse
alla Bolivia e la stessa cosa sarà con la riforma agraria.
Ma contemporaneamente, i movimenti sociali devono organizzarsi e lavorare a
livello di base e non aspettare che tutto cali dall'alto. Questa è decisamente la cosa più importante, affinché la nostra società latinoamericana possa continuare a sperare e sognare che un altro tipo di mondo sia realmente possibile. (Ignacio Ramonet -6 giugno 2006).
(Note: elaborazione di Giorgio Trucchi Ass. Italia-Nicaragua - gtrucchi@itanica.org)
Il Manifesto
sabato 28 ottobre 2006
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