Pomodori rosso sangue, anche in Spagna.
SPAGNA – Almeria "Immaginate quello che avviene in Puglia, con i braccianti immigrati sfruttati per la raccolta dei pomodori. In Italia, nelle ultime settimane, è stata storia da copertina. Poi
moltiplicatelo a dismisura. Servirà a darvi l'idea delle disumane condizioni di vita in cui versano centinaia di migliaia di africani,
rumeni, ucraini di stanza in Europa".
Sono 120 mila. Vengono dall'Africa, dai Paesi dell'Est. Subiscono lo
stesso trattamento di chi lavora nei campi della Puglia.
SERRA INFERNO
SPAGNA – nella regione di Almeria si producono frutta e ortaggi per
tutta Europa. La raccolta dipende dagli immigrati che vivono senza
diritti, trattati come schiavi nell'indifferenza generale.
La Repubblica delle Donne – 7-10-2006 n. 519
Di Chiara Dino
Uno degli immigrati: il suo letto è all'aperto tra i rifiuti
C'è un odore aspro e pungente in questo spicchio di terra Andalusa.
L'aria è viziata dai pesticidi, le sconvolgenti bellezze di Cordoba,
Granada e Siviglia, marchio di fabbrica del sud della Spagna, sono
solo un lontano ricordo quando ti sposti un po' più ad est, in
direzione del mare. La Costa del Sol è tutt'altra cosa: un'immensa
distesa di plastica surriscaldata dal sole. Nel cielo non volano
uccelli, ma solo nugoli densi di mosche e insetti. Quanto alle
battaglie civili di Zapatero in questo luogo in cui gli stranieri sono
trattati da schiavi, sembrano un insulto al buon senso comune.
Benvenuti in Almeria, benvenuti nel territorio del miracolo economico
di Spagna, quello che vanta la più alta concentrazione di produzione
agricola in serra al mondo e insieme il triste primato di una delle
regioni più inquinate, ma soprattutto più razziste d'Europa. Da queste
parti la dignità è un concetto privo di senso. Sviliti, oltraggiati,
minacciati e offesi nella loro umanità, 120 mila immigrati lavorano
per pochi spiccioli all'ora come anelli di una catena di montaggio che
ogni giorno porta nei nostri supermercati peperoni, melanzane, legumi
e pomodori, belli d'aspetto e geneticamente modificati. Trattati come
bestie da soma gli extracomunitari vivono tra i loro escrementi in
baracche dove non ci sono nè acqua né luce. Uomini e donne, giovani ma
consumati dalla fatica e dal sole, sgobbano per alimentare il mercato
globale. E, quel che è peggio, vengono tacciati di essere ladri che
hanno portato solo incuria e violenza nella Spagna del Sud.
Immaginate quello che avviene in Puglia, con i braccianti immigrati
sfruttati per la raccolta dei pomodori.
In Italia, nelle ultime settimane, è stata storia da copertina. Poi
moltiplicatelo a dismisura. Servirà a darvi l'idea delle disumane
condizioni di vita in cui versano centinaia di migliaia di africani,
rumeni, ucraini di stanza in Europa.
El Ejido è un paesone nato dal nulla nel giro di non più di vent'anni.
Le cronache locali, negli ultimissimi tempi, davano buone notizie:
sostenevano che in città, dopo anni di tentativi falliti, era stato
aperto un ufficio del Soc (Sindacatos de obreros de campos), l'unica
organizzazione che si occupa di tutelare le condizioni di vita di chi
lavora la terra nei 35 mila ettari di serre. Addirittura, un nutrito
gruppo di immigrati, capitanati dai leader del Soc, lo scorso primo
maggio aveva partecipato per la prima volta alla manifestazioni.
El Ejido dista dalla bella spiaggia di Almeria e dai suoi chiringuitos
non più di 100 chilometri. La cittadina, che ha il più alto reddito
pro-capite di tutta la Spagna è un cantiere a cielo aperto tanto
brutto quanto sinistro, dove si respira un'aria pesante. Il divario
sociale è così profondo che ne ha fatto il simbolo di un razzismo
intollerante e ipocrita: i proprietari terrieri costruiscono case su
case per ostentare il loro potere; i cittadini stranieri sopravvivono
a stento.
Lo scontro più grave risale al 2000.
Due omicidi commessi da immigrati marocchini fecero infuriare gli
spagnoli, che aggredirono gli stranieri e distrussero le loro
abitazioni. Lo scorso anno a Campohermoso (un paio di chilometri da El
Ejido) un marocchino è stato ucciso in circostanze che ancora oggi non
sono state chiarite. In città negli ultimi mesi non più morti, ma una
sorta di coprifuoco. Gli immigrati che girano di giorno sono
pochissimi. Per lo più restano relegati nei loro quartieri-ghetto.
Qualcuno si azzarda a uscire, ma a tarda sera, e solo per comprare il
necessario. Sanno di essere sgraditi ai loro ospiti.
………………………….
Cosa è successo? Ce lo ha spiegato John: è arrivato dal Gambia qui in
Spagna un paio d'anni fa e da allora lavora a giornata nelle infuocate
serre andaluse. Alle 6 del mattino era sulla circonvallazione El
Ejido, dove ogni mattina decine di persone aspettano che il "caporale"
di turno scelga chi portare a lavorare nei campi.
Come funziona da queste parti, ce l'ha spiegato in un attimo:
"Un immigrato in regola costa dai 40 ai 41 euro al giorno, esclusi i
contributi. A noi, fino a qualche tempo fa davano non più di 30 euro.
Ma adesso che sono arrivati i rumeni il mercato è in ribasso: loro
accettano di lavorare otto, dieci ore di seguito per soli 20 euro. Ed
è un gran vantaggio per gli imprenditori di qui, perché così facendo
riescono a tenere bassi i costi del prodotto finale, che meglio riesce
a competere sui mercati internazionali. E' ovvio che, a queste
condizioni, ai padroni non conviene assumere mano d'opera a contratto.
Quanto a noi africani, per trovare lavoro dobbiamo accettare le
condizioni imposte dal mercato nero", anche perché ottenere un
contratto di lavoro costa dai 3 mila ai 4 mila euro: per la tangente.
Uno "stipendio" così basso non basta neanche a sopravvivere. Se si
aggiunge che gli immigrati cercano di fare economia per mandare denaro
alle mogli e ai figli, i conti sono presto fatti. "Se possiamo mangiare è già tanto", si intrufola Mohammed, che stava ad ascoltare
lì accanto, "e per la casa non ci resta nulla".
E' quello delle abitazioni il capitolo più spinoso. "Per condividere tuguri", ci spiega Ana Lopez, giornalista dell'Ideal, quotidiano
locale fortemente radicato in zona, i proprietari chiedono anche 400 uro a persona". Tutti lo sanno e fanno finta di niente. Agli immigrati non resta che accamparsi a pochi metri dalle serre in
baracche messe su coi detriti. Poco importa se la zona è contaminata dalle scorie dei concimi chimici e da carcasse di animali. E lì dentro
non ci sono né acqua né luce, né cucine né bagni. Le chabolas, come le chiamano qui, sono dei giacigli che sembrano cucce per randagi.
……………………………..
Nelle due stanze della neonata sede del Soc c'è un gran viavai, soprattutto di donne che chiedono aiuto: hanno bisogno di cibo, acqua, informazioni sanitarie. Le condizioni di vita di queste persone sono da emergenza sanitaria.
……………………………..
E poi, da un po' di tempo è cambiato il vento: prima il caso di El Ejido era, nel bene e nel male, su tutti i giornali. Adesso si è
scelta una nuova linea politica: nascondere tutto, non parlarne".
Eppure questa forza lavoro ha fatto la fortuna della gente del luogo.
Ogni giorno, dalle serre intorno a El Ejido partono circa 1000 camion pieni di frutta e verdura che invadono i mercati europei, Francia e
Germania in testa. Si calcola che la produzione sfiori le 3000 tonnellate annue, fra ortaggi e legumi, e che il 10 per cento della popolazione della regione sia costituita dagli stranieri che lavorano nel settore. La comunità più numerosa è quella marocchina (60 per
cento) , seguita dagli africani subsahariani (30 per cento). Il resto proviene dall'Europa dell'Est.
"Benvenuti in Almeria, benvenuti nel territorio del miracolo economico di Spagna, quello che vanta la più alta concentrazione di produzione agricola in serra al mondo e insieme il triste primato di na delle regioni più inquinate".
"Il divario sociale è così profondo che ne ha fatto il simbolo di un razzismo intollerante e ipocrita: i proprietari terrieri costruiscono
case su case per sostentare il loro potere; i cittadini stranieri sopravvivono a stento".
"Alle 6 del mattino era sulla circonvallazione El Ejido, dove ogni mattina decine di persone aspettano che il "caporale" di turno scelga
chi portare a lavorare nei campi".
"Un immigrato in regola costa dai 40 ai 41 euro al giorno, esclusi i
contributi. A noi, fino a qualche tempo fa davano non più di 30 euro.
Ma adesso che sono arrivati i rumeni il mercato è in ribasso: loro
accettano di lavorare otto, dieci ore di seguito per soli 20 euro. Ed
è un gran vantaggio per gli imprenditori di qui, perché così facendo
riescono a tenere bassi i costi del prodotto finale, che meglio riesce
a competere sui mercati internazionali. E' ovvio che, a queste
condizioni, ai padroni non conviene assumere mano d'opera a contratto.
Quanto a noi africani, per trovare lavoro dobbiamo accettare le
condizioni imposte dal mercato nero, anche perché ottenere un
contratto di lavoro costa dai 3 mila ai 4 mila euro: per la
tangente".
"Se possiamo mangiare è già tanto", si intrufola Mohammed, che stava
ad ascoltare lì accanto, "e per la casa non ci resta nulla".
"Per condividere tuguri …… i proprietari chiedono anche 400 euro a
persona. Tutti lo sanno e fanno finta di niente. Agli immigrati non
resta che accamparsi a pochi metri dalle serre in baracche messe su
coi detriti. Poco importa se la zona è contaminata dalle scorie dei
concimi chimici e da carcasse di animali. E lì dentro non ci sono né
acqua né luce, né cucine né bagni".
"E poi, da un po' di tempo è cambiato il vento: prima il caso di El
Ejido era, nel bene e nel male, su tutti i giornali. Adesso si è
scelta una nuova linea politica: nascondere tutto, non parlarne".
Eppure questa forza lavoro ha fatto la fortuna della gente del luogo.
Ogni giorno, dalle serre intorno a El Ejido partono circa 1000 camion
pieni di frutta e verdura che invadono i mercati europei, Francia e
Germania in testa. Si calcola che la produzione sfiori le 3000
tonnellate annue, fra ortaggi e legumi, e che il 10 per cento della
popolazione della regione sia costituita dagli stranieri che lavorano
nel settore. La comunità più numerosa è quella marocchina (60 per
cento) , seguita dagli africani subsahariani (30 per cento). Il resto
proviene dall'Europa dell'Est.
Rete Gas
venerdì 20 ottobre 2006
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