IO, SCHIAVO IN ITALIA.
Cosa c'è dietro un pomodoro? L'inviato dell'Espresso ha vissuto una
settimana con i raccoglitori. Sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in luridi
tuguri. Massacrati di botte. Diario di sette giorni nell'inferno. Tra i
braccianti stranieri nella provincia di Foggia vittime di un'industria
criminale che prospera grazie a sfruttamento, violenza e omertà.
Il servizio su l'Espresso n.35, in edicola fino al 7 settembre.
Oltre tale data, dovrebbe essere reperibile sul sito dell'Espresso; nel caso
non lo fosse più, riproduciamo il testo.
IO, SCHIAVO IN PUGLIA.
Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È
pugliese, ma parla pochissimo italiano.
Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli
garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi.
"Senti un po' cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a
posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino
parla un ottimo italiano.
Non ha gradi sulla maglietta sudata.
Ma si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?".
Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce
l'hai un'amica?".
"Un'amica?".
"Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa
lavorare subito. Basta una ragazza qualunque".
Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla
cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori:
"Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c'è stata".
"Ma io sono solo".
"Allora niente lavoro".
Non c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi.
Il caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone.
Questo è il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia.
Un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da
Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo.
Nella regione progressista di Nichi Vendola.
A mezz'ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio,
eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil.
Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San Giovanni
Rotondo.
Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni
disumana previsione.
Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l'orrore che gli immigrati
devono sopportare.
Sono almeno cinquemila.
Forse settemila.
Nessuno ha mai fatto un censimento preciso.
Tutti stranieri.
Tutti sfruttati in nero.
Rumeni con e senza permesso di soggiorno.
Bulgari.
Polacchi.
E africani.
Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea.
Alcuni sono sbarcati da pochi giorni.
Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d'estate
si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne
infischiano delle norme.
Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno,
due e tre.
E della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno
coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell'Est.
Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani
randagi vanno più a dormire.
Senza acqua, né luce, né igiene.
Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera.
E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno.
Chi protesta viene zittito a colpi di spranga.
Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia.
E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato
arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro.
Altri sono scappati.
I caporali li hanno cercati tutta notte.
Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker nel film 'Mississippi
burning'.
Qualcuno alla fine è stato raggiunto.
Qualcun altro l'hanno ucciso.
Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori.
La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della
trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta.
I perini cresciuti qui diventano pelati in scatola.
Diventano passata.
E, i meno maturi, pomodori da insalata.
Partono dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e
di mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri
ortaggi, come melanzane e peperoni.
Tra poco la vendemmia.
Gli imprenditori fanno finta di non sapere.
E a fine raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da
Bruxelles.
'L'espresso' ha controllato decine di campi.
Non ce n'è uno in regola con la manodopera stagionale.
Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all'Unione europea.
Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori
crimini contro i diritti umani.
Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco dell'Europa agricola.
Qualche nome inventato da usare di volta in volta.
Una fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa
dal centro di detenzione per immigrati.
E la bicicletta, per scappare il più lontano possibile in caso di pericolo.
Il caporale che pretende una ragazza in sacrificio controlla la raccolta dei
perini a Stornara.
Uno dei primi campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di
afa che porta a Stornarella.
Meglio lasciar perdere.
Per arrivare fin qui bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per
dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case
nell'agro.
Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della Costa d'Avorio, aveva detto
che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata.
Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro: lì a Nord
i pomodori devono ancora maturare.
Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in treno. In
cambio di qualche moneta.
Oggi dev'essere la giornata più torrida dell'estate.
Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all'edicola della stazione.
Sperduta nei campi appare nell'aria bollente una stalla abbandonata.
È abitata. Sono africani.
Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero.
Qualcuno parla tamashek, sono tuareg.
Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni.
La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono
con i rumeni.
I bulgari con i bulgari.
Gli africani con gli africani.
È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni.
Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri.
Bisogna prendere un nome in prestito.
Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato
al mondo gli orrori dell'apartheid.
"Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid, 28 anni.
È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel
giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni.
Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di
Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento.
Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada.
Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che
salpano verso l'Italia.
"In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per
la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui. Questa è solo una tappa. Non
avevo alternative", ammette Asserid: "Ma spero di risparmiare presto qualche
soldo e di arrivare a Parigi".
Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso.
A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata
male. Dalla Francia l'hanno espulso come lavoratore clandestino.
Ed è sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell'oro rosso. "Questo è
l'accampamento tuareg più a Nord della storia", ride Adama.
Ma c'è poco da ridere.
L'acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono bere.
È inquinata da liquami e diserbanti.
Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca.
Per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al
caporale cinquanta euro al mese a testa.
Ed è già una tariffa scontata.
Perché in altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a cinque euro
a notte.
Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata.
Più i cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito
quanto è facile il guadagno per il caporale.
Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con la sua Golf.
E la carica all'inverosimile. "Davvero questo è africano?", chiede agli
altri davanti all'unico bianco. Nessuno sa dare risposte sicure.
"Io pago tre euro l'ora. Ti vanno bene? Se è così, sali", offre l'uomo,
calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini
ritratta di schiena.
Si parte. In nove sulla Golf.
Tre davanti. Cinque sul sedile dietro.
E un ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore.
Solo per questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta
euro.
I ragazzi lo chiamano Giovanni.
Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30.
La pausa di due ore non è una cortesia.
Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero a una
siesta.
Giovanni si presenta subito dopo, guardando attraverso lo specchietto
retrovisore: "Io John e tu?".
Poi avverte: "John è bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo...".
Non capisce l'inglese né il francese.
E questo basta a far cadere il discorso.
Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui.
Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo stato d'animo dei ragazzi:
"Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo
finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni mangiamo solo pasta e
pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne per lavorare".
I tre euro l'ora promessi erano solo una bugia.
Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: "Noi turchi".
Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo accento potrebbe
essere russo oppure ucraino.
"Ti giuro su Dio", continua il caporale, "oggi arrivano i soldi e vi
paghiamo. Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in
giro i miei colleghi".
Giovanni abita alla periferia.
Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo per Stornarella.
Quasi di fronte a un'altra stalla pericolante senz'acqua, riempita di
materassi e schiavi.
La Golf stracarica corre e sbanda sulla stretta provinciale per Lavello. Il
contachilometri segna 100 all'ora.
Una follia.
Alle prime aziende agricole del paese, Giovanni svolta a destra dentro una
strada sterrata.
Altri due chilometri e si è arrivati. Si prosegue a piedi, in fila indiana.
Il campo è tra due vigneti.
Questi pomodori vanno raccolti a mano.
Quando il padrone vede arrivare il gruppo di africani, imita il verso delle
scimmie.
Poi dà gli ordini con gli insulti resi celebri dal vicepresidente del
Senato, Roberto Calderoli: "Forza bingo bongo".
Nello stesso istante un furgone scarica nove rumeni.
Tra loro tre ragazze, le uniche nella squadra. Si lavora a testa bassa. Guai
ad alzare lo sguardo: "Che cazzo c'è da guardare? Giù e raccogli", urla il
padrone avvicinandosi pericolosamente.
Si chiama Leonardo, una trentina d'anni.
È pugliese. Indossa bermuda, canottiera e occhiali da sole alla moda come se
fosse appena rientrato dalla spiaggia.
Da come parla è il proprietario dell'azienda agricola. O forse è il figlio
del proprietario.
Si occupa della manodopera.
Una sorta di comandante dei caporali.
La sua azienda è a una decina di chilometri, alle porte di Stornara. Proprio
sulla strada che Giovanni percorre per portare gli schiavi al campo.
Leonardo si fa aiutare da un altro italiano, il caporale dei rumeni.
Uno con la maglietta bianca, i capelli lunghi e i baffetti curati. Il terzo
italiano è probabilmente il compratore del raccolto. Magro.
Capelli biondi corti. Telefonino appeso al petto in fondo a una catena
d'oro. Parla con un forte accento napoletano.
Parcheggia il suo Suv e si fa subito sentire. Qualcuno ha appoggiato per
sbaglio le cassette piene sulle piante di pomodoro.
E lui grida come un pazzo: "Il primo che rimette una cassetta sulle piante,
com'è vero Gesù Cristo, gliela spacco sulla testa".
I tre italiani sudano. Ma solo per il caldo. Oltre a sorvegliare i loro
schiavi, non fanno assolutamente nulla.
Giovanni va a recapitare altri braccianti.
Poi torna due volte con i rifornimenti d'acqua. Quattro bottiglie di
plastica da un litro e mezzo da far bastare nelle gole di 17 persone
assetate.
Sono bottiglie riempite chissà dove.
Una zampilla da un buco e arriva quasi vuota.
L'acqua ha un cattivo odore. Ma almeno è fresca. Comunque non basta.
Due sorsi d'acqua in oltre quattro ore di lavoro a quaranta gradi sotto il
sole non dissetano.
La maggior parte dei ragazzi africani non ha nemmeno pranzato né fatto
colazione.
Così ci si arrangia mangiando pomodori verdi di nascosto dai caporali. Anche
se sono pieni di pesticidi e veleni.
E forse è proprio per questo che sulla pelle, per giorni, non comparirà più
nemmeno una puntura di zanzara.
Leonardo vuole sapere com'è che in Africa ci siano i bianchi. Gira tra le
schiene curve come un professore tra i banchi.
E dà il permesso a Mohamed, 28 anni, un ragazzo della Guinea. Per smettere
di lavorare o parlare, qui bisogna sempre chiedere il permesso. Mohamed sa
bene perché ci sono i bianchi in Sudafrica.
È laureato in scienze politiche e relazioni internazionali all'Università di
Algeri. Parla italiano, inglese, francese e arabo.
E risponde rimanendo in ginocchio, davanti a quell'italiano che confessa
senza pudore di non aver mai sentito parlare di Nelson Mandela.
"Avete capito?", ripete dopo un po' Leonardo agli altri due italiani: "In
Italia quelli chiari stanno al Nord mentre noi al Sud siamo scuri. In Africa
invece al Sud sono bianchi e questi qua del Nord sono neri".
L'incidente accade all'improvviso.
Michele è il più anziano tra i rumeni. Ha una sessantina d'anni, i capelli
grigi.
Sta caricando cassette piene sul rimorchio del trattore.
Il legno è troppo sottile, è secco. E una cassetta si sfonda rovesciando
dodici chili di pomodori.
Michele non fa in tempo ad abbassarsi a raccoglierli. Leonardo, con la mano
chiusa a pugno, lo colpisce.
Una sventola sulla testa. "Stai attento, coglione", urla, "credi che noi
stiamo ad aspettare mentre tu butti le cassette?".
Michele forse chiede scusa. È troppo stanco e offeso per parlare ad alta
voce. "Scusa un cazzo", continua Leonardo, "devi stare più attento".
Ci fermiamo tutti a guardare.
Una ragazza si alza in piedi per protesta.
Quello con l'accento napoletano accorre come una furia: "Giù, non è successo
niente. Giù o stasera non si va a casa finché non si finisce".
Come se questi ragazzi avessero una casa.
Michele ritorna a caricare il rimorchio aiutato da altri rumeni.
Ma dopo mezz'ora è ancora seduto a terra. Si tiene la testa.
Perde molto sangue dal naso.
Un suo compagno di lavoro spreme un pomodoro maturo per bagnarli la fronte.
Cosa ha fatto lo spiega a Leonardo l'uomo con i baffetti curati: "Ho dovuto
spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Ho dovuto. Quello stronzo se l'è
presa con me perché tu prima l'hai picchiato. E poi perché stasera non ci
sono i soldi per pagarli. Ma che c'entro io? Lui ha raccolto una pietra e io
gliel'ho tolta dalle mani. Tu pensa se un rumeno di merda mi deve
minacciare".
Leonardo sorride.
Si smette solo quando il sole va a nascondersi dietro i monti Dauni. Michele
sta meglio.
I rumeni si raccolgono intorno al loro caporale.
Giovanni scatta una foto ai suoi ragazzi. Serve per i pagamenti e per
scoprire se qualcuno scappa dal gruppo. Poi fa firmare il registro con le
ore lavorate.
Oggi si finisce prima del solito. Il perché lo racconta il caporale ad
Amadou, in macchina durante il ritorno: "Ci sono in giro i carabinieri".
Giovanni segnala un campo di pomodori lungo la strada: "Vedi qua? Questo
pomeriggio i carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Io lavoro
anche qui. Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio.
Ma non avere paura, il campo dove lavorate voi", dice indicandosi le spalle
come se avesse i gradi, "è controllato dalla mafia".
Succede spesso quando è giorno di paga.
A volte sono gli stessi padroni a chiamare vigili, polizia o carabinieri e a
segnalare gli immigrati nelle campagne.
Basta una telefonata anonima.
Così i caporali si tengono i loro soldi.
E la prefettura aggiorna le statistiche con le nuove espulsioni.
Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei
musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la
prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che
vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete
pagare la carne".
Il 14 maggio 1904 qua vicino la polizia attaccò una manifestazione di
braccianti.
C'era anche il giovane Giuseppe Di Vittorio. Morirono in quattro quel
giorno.
Tra le vittime Antonio Morra, 14 anni, amico d'infanzia del futuro leader
sindacale.
Adesso le proteste vengono spente prima che possano dilagare. I caporali
agiscono come una polizia parallela. Gli imprenditori si rivolgono a loro se
ci sono problemi.
A cominciare dall'imposizione delle regole: "Domani mattina vengo a
prendervi alle cinque", annuncia Giovanni dopo aver scaricato i suoi
passeggeri.
Sono quasi le dieci di sera ormai. Calcolando una doccia improvvisata con
l'acqua del pozzo e la misera cena, restano appena cinque ore di sonno.
I ragazzi africani spiegano subito le sanzioni.
Chi si presenta tardi, una volta al campo viene punito a pugni.
Chi non va a lavorare deve versare al caporale la multa.
Anche se si ammala.
Sono venti euro, praticamente un giorno di lavoro gratis.
Una cinquantina di chilometri più a nord, stesse storie. La carta stradale
indica Villaggio Amendola.
Era un borgo agricolo.
Ora è solo un paese fantasma riempito da immigrati rumeni e bulgari ridotti
in schiavitù.
Come l'ex zuccherificio di Rignano o il Ghetto che la sera, al suono della
township music, sembra Soweto.
Al Villaggio Amendola perfino la chiesa abbandonata è stata riempita di
materassi.
Qui il cento per cento degli abitanti non è italiano.
Tutti raccoglitori.
E tutti stranieri. Tranne una.
Giuseppina Lombardo, 51 anni. Viene dalla Calabria.
Per gli agricoltori del posto è una santa donna.
Lei e il suo amico tunisino che si fa chiamare Asis sono capaci di mettere
insieme una squadra di raccoglitori di pomodori in meno di mezz'ora.
Giuseppina e Asis con gli schiavi ci campano.
L'unico pozzo di Villaggio Amendola è loro.
L'acqua è inquinata ma la vendono ugualmente: cinquanta centesimi una tanica
da 20 litri.
Anche l'unico negozio del borgo è loro.
Hanno bottiglie di minerale, se uno proprio non vuole perdere la giornata
per la dissenteria.
E hanno carne e pollame: "A prezzi maggiorati del cento per cento e di
dubbia qualità", dicono gli abitanti.
Non è facile infiltrarsi come immigrato in questo ghetto e vincere la paura
dei suoi prigionieri.
Perché Asis, come tutti i caporali, non perdona chi parla.
Lui e la sua compagna qui sono l'unica legge.
Chi c'era si ricorda bene cosa è successo la settimana di Pasqua del 2005.
Quel pomeriggio un ragazzo rumeno, 22 anni, arrivato da appena quattro
giorni, torna al Villaggio Amendola con i sacchetti della spesa.
È stato a Foggia e cammina davanti al negozio del caporale con quello che si
è procurato.
Una bottiglia d'olio, un po' di pasta.
Il testimone che parla con 'L'espresso' è convinto che Asis abbia
considerato quel gesto una ribellione al suo controllo.
I rumeni raccontano di aver visto poco dopo due uomini affrontare il nuovo
arrivato.
Uno, secondo i testimoni, è parente di Asis.
Con una spranga lo centrano in mezzo alla testa. Un colpo solo.
Poi trascinano il corpo sanguinante e semisvenuto su un furgone. Nessuno al
villaggio rivedrà più quel ragazzo.
Lo stesso accade il 20 luglio di quest'anno.
Il giorno prima Pavel, 39 anni, ha una discussione con Giuseppina Lombardo.
Gli sono caduti quindici euro nel negozio e lei crede che glieli abbia
rubati dalla cassa.
Pavel in Romania faceva il cuoco per 150 euro al mese.
Dal 20 marzo 2004, quando è arrivato in Puglia, sopporta violenze e
angherie.
Lo fa per mandare quanto risparmia alla moglie e alla sua "fata", la figlia
studentessa, che ha 15 anni.
Pavel ha braccia veloci.
L'anno scorso è riuscito a riempire fino a 15 cassoni al giorno: 45 quintali
di pomodori, lavorando dall'alba a notte.
Con il cottimo a 3 euro a cassone, era una buona paga secondo lui: tolti il
trasporto al campo e la tangente per il caporale,
Pavel riusciva a guadagnare anche 25 o 30 euro al giorno.
Ma il 20 luglio Asis gli impedisce di ripetere il record.
Qualcuno gli ha riferito che Pavel ha protestato per la faccenda dei soldi e
per lo sfruttamento dei braccianti.
Il tunisino lo colpisce nel sonno, in una giornata senza lavoro, alle due
del pomeriggio.
Pavel si protegge la testa con le braccia.
La sbarra di ferro gli rompe le ossa e apre profonde ferite nella carne.
Lui è sicuro di non essere stato ucciso soltanto per l'intervento dei suoi
compagni di stanza.
Ma lo lasciano lì a sanguinare sul materasso fino all'una di notte. Gli
altri stranieri hanno troppa paura di Asis.
Anche di chiamare la polizia e correre il rischio di essere rimpatriati.
Alle otto di sera qualcuno finalmente telefona di nascosto all'ospedale.
L'ambulanza e una pattuglia dei carabinieri, al Villaggio Amendola, arrivano
soltanto cinque ore dopo.
Così è andata, secondo la denuncia.
Il 31 luglio Pavel viene dimesso dall'ospedale di Foggia.
È stato operato da appena quattro giorni.
Ha quasi due mesi di prognosi.
Ferri e chiodi nelle ossa. Le braccia ingessate.
Medici e infermieri lo consegnano alla polizia, violando il codice
deontologico.
E in questura lo trattano da clandestino.
Anche se dal primo gennaio 2007 tutti i rumeni potrebbero essere cittadini
dell'Unione europea.
Con le braccia immobilizzate, Pavel non riesce a impugnare la penna.
Il 'Primo dirigente dottoressa Piera Romagnosi', siglando la notifica del
decreto di espulsione, scrive che lui 'si rifiuta di firmare'.
Anche la prefettura di Foggia va per le spicce: nel decreto di espulsione
annota che Pavel è 'sprovvisto di passaporto'.
Un'aggravante. Eppure Pavel il passaporto ce l'ha.
Alla fine, non trovando alternative, un ispettore gli dona dieci euro.
E una macchina della questura lo riporta al Villaggio Amendola.
Lo scaricano davanti al negozio di Giuseppina e Asis.
Il tunisino se ne occupa subito.
Vuole dimostrare a tutti chi comanda.
Minaccia Pavel e lui va a rifugiarsi in un casolare a un chilometro dal
villaggio.
Qualche connazionale gli porta in segreto un po' di pane e da bere.
Dopo nove giorni di dolori e sofferenze un amico rumeno riesce a contattare
un avvocato di Foggia, Nicola D'Altilia, ex poliziotto al Nord.
L'avvocato trova il casolare. Incontra Pavel e lo riporta immediatamente in
ospedale.
Le ferite sono infette. Il bracciante rumeno è grave. Denutrito.
Viene ricoverato per setticemia.
Il resto è cronaca degli ultimi giorni. Il 21 agosto Pavel è di nuovo
dimesso dall'ospedale.
Va in questura a completare la denuncia contro il caporale tunisino e la sua
complice italiana, che era riuscito a presentare al posto di polizia del
pronto soccorso soltanto il 14 agosto.
Lo accompagna l'avvocato che l'ha salvato.
Ma dopo una giornata in questura, la Procura fa arrestare Pavel come
immigrato clandestino: non ha rispettato il decreto di espulsione che, così
è scritto, lo obbligava a lasciare l'Italia dall'aeroporto di Roma
Fiumicino.
Non importa se in quelle condizioni comunque non avrebbe potuto viaggiare.
Lo costringono a dormire su una panca di legno nelle camere di sicurezza.
Nonostante le operazioni, le ossa rotte e le ferite ancora fresche.
Il giorno dopo si apre il processo, immediatamente rinviato a ottobre.
Oltre ad aver perso il lavoro, grazie alla legge Bossi-Fini Pavel rischia da
uno a quattro anni di prigione.
Più di quanto potrebbe prendersi il suo caporale che intanto resta libero.
"Quell'uomo", racconta Pavel terrorizzato, "mirava alla testa. Voleva
uccidermi".
Qualche bracciante morto da queste parti l'hanno già trovato.
Slavomit R., polacco, aveva 44 anni quando è stato bruciato il 2 luglio 2005
in un campo a Stornara.
Un caso irrisolto.
Come quello di due cadaveri mai identificati abbandonati a Foggia.
Le scomparse sono un altro capitolo dell'orrore.
Nessuno sa quanti siano i lavoratori rumeni, bulgari o africani spariti. I
caporali, quando li ingaggiano o li massacrano di botte, non sanno nemmeno
come si chiamano.
Gli unici casi sono stati scoperti grazie alle denunce dell'ambasciata di
Polonia.
Hanno dovuto insistere i diplomatici di Varsavia.
È dal 2005 che cercano notizie di tredici connazionali. Erano venuti a
lavorare come stagionali nel triangolo degli schiavi. E non sono più tornati
a casa.
L'elenco compilato in agosto dal consolato sulle ricerche delle persone
scomparse non rende onore all'Italia.
Su dodici "richieste indirizzate alla questura di Foggia", l'ambasciata ha
dovuto prendere atto che per nove casi non c'è stata "nessuna risposta da
parte della questura".
Dopo mesi di inutile attesa l'appello è stato girato al Comando generale dei
carabinieri.
E, attraverso gli investigatori del Ros, la Procura antimafia di Bari ha
finalmente aperto un'inchiesta.
Nessuno sta invece indagando sulla morte di un bambino. Perché quello che è
successo apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe nato a fine
settembre.
Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di gravidanza, la settimana di
Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante di pomodoro. La fanno
lavorare in un campo vicino a San Severo.
Né il marito, né il caporale, né il padrone italiano pensano a proteggerla
dal sole e dalla fatica.
Quando Liliana sta male, è troppo tardi.
Ha un'emorragia. Resta due giorni senza cure nel rudere in cui abita.
Gli schiavi della provincia di Foggia non hanno il medico di famiglia.
Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la porta all'ospedale a San
Severo.
La ragazza rischia di morire. Viene ricoverata in rianimazione. Il bimbo lo
fanno nascere con il taglio cesareo.
Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte più. Anche lui
vittima collaterale.
Di questa corsa disumana che premia chi più taglia i costi di produzione.
L'industria alimentare campana paga i pomodori pugliesi da 4 a 5 centesimi
al chilo.
Sulle bancarelle lungo le strade di Foggia i perini salgono già a 60
centesimi al chilo.
A Milano 1,20 euro quelli maturi da salsa e 2,80 euro al chilo quelli ancora
dorati.
Al supermercato la passata prodotta in Campania costa da 86 centesimi a 1,91
euro al chilo. I pelati da 1,04 a 3 euro al chilo.
Eppure, nel ghetto di Stornara, nemmeno stasera che il mese è quasi finito
ci sono i soldi per comprare un pezzo di carne.
"Donald, non te ne andare", si fa avanti Amadou, "Giovanni è molto
arrabbiato con te perché hai lasciato il gruppo. Ti sta cercando, vado a
dirgli che sei qui".
Nel fondo di questa miseria, Amadou sa già con chi stare.
Tra tanti uomini costretti a inginocchiarsi, lui ha scelto i caporali.
È il momento di prendere la bici e scappare.
Nel buio.
Prima che Giovanni decida di chiamare i suoi sgherri.
E di dare il via alla caccia nei campi.
(Fonte: L'espresso n. 35 - 1/7 settembre 2006)
Green Planet
sabato 2 settembre 2006
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