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GDO, WAL MART SI RITIRA DALLA GERMANIA.

Nei guai la catena dei bassi salari. La debacle in Germania segue quella in Sud Corea, negli Usa municipalità, assemblee locali e molti esponenti democratici la contestano. Tempi duri, questi, per Wal Mart, la più grande catena mondiale di supermercati e centri commerciali. Incapace di penetrare l'ostile mercato tedesco, il colosso statunitense è stato costretto a chiudere le proprie operazioni in Germania dopo 8 anni di costanti perdite.

Questa débâcle segue quella, in scala minore, avvenuta in Corea del Sud e sembra mettere in discussione l'esportabilità del modello di distribuzione commerciale a basso costo e gran volume che Wal Mart ha diffuso negli Usa. Al di là di questi insuccessi, è però sul piano interno che sta emergendo una sfida ben più minacciosa a Wal Mart e a ciò che rappresenta. Questa sfida è mossa da municipalità e assemblee locali controllate dai liberal, da molti candidati alle prossime elezioni di novembre, ma anche da alcuni tra i più importanti esponenti del partito democratico, come i senatori Joseph Biden, John Kerry, John Edwards e il governatore dell'Iowa, Thomas Vilsack. Figure moderate - in particolare Vilsack e Biden- che solo pochi anni fa si sarebbero guardate bene dal partecipare ai tour anti-Wal Mart organizzati da associazioni indipendenti e organizzazioni sindacali di categoria per denunciare la politica di bassi salari e scarse tutele sociali della grande corporation, ma che ora fanno invece a gara per parteciparvi. Sondaggisti e commentatori storcono il naso. Il tono della campagna anti-Wal Mart è decisamente populista e protezionista, argomentano con qualche ragione. Gli elettori moderati potrebbero venire spaventati, mentre i ceti più poveri - che apprezzano l'economicità dei prodotti Wal Mart - difficilmente sosterranno una campagna che odora, forte, di elitismo liberal. Eppure è difficile credere che questi rischi non siano stati messi in conto; che la decisione di muovere in forze contro Wal Mart non sia stata il frutto di una scelta ponderata, nella quale le valutazioni elettorali s'intrecciano con la consapevolezza di un mutamento del clima politico e culturale. Alle obiezioni di chi teme una nuova ghettizzazione a sinistra dei democratici è possibile infatti rispondere in vari modi, che dimostrano come l'azione anti-Wal Mart possa essere elettoralmente conveniente. Innanzitutto, sottolineando come nelle ultime tornate elettorali la vittoria non sia stata raggiunta con la corsa al centro, ma attraverso la piena mobilitazione del proprio elettorato e l'accettazione della conseguente polarizzazione del dibattito politico. In secondo luogo, ricordando la rinnovata importanza elettorale dei sindacati, il cui coinvolgimento politico è tornato ad aumentare in modo significativo negli ultimi anni: l'impegno dell'Afl-Cio nell'attuale campagna per le elezioni di mid-term, costato 40 milioni di dollari, non ha precedenti nella storia del paese. Infine, evidenziando la centralità, soprattutto in alcune elezioni locali, di quel «voto etnico» nel quale hanno un ruolo importante i piccoli commercianti maggiormente penalizzati dalla diffusione della grande distribuzione. In una delle elezioni municipali recenti più significative - quella di Edison, in New Jersey - l'attacco a Wal Mart ha rappresentato uno dei fattori fondamentali nella vittoria del giovane candidato di origine coreana Jun Choi. Choi è riuscito a veicolare un messaggio potente, ancorché sincretico, che combinava diversi elementi e riusciva a unire dimensione locale e dimensione nazionale: denuncia delle grandi corporation; attacco alla globalizzazione e difesa del lavoro statunitense; tutela della comunità e della sua identità contro le devastazioni dei grandi shopping center. Wal Mart ha cercato di rispondere con un contro-messaggio progressista, tutto centrato sui diritti dei consumatori, nella speranza di trovare ricezione soprattutto tra gli afro-americani. Un'iniziativa che non sembra però avere riscosso particolare successo e non solo per la gaffe che ha portato alle dimissioni dell'ex sindaco di Atlanta Andrew Young, cui Wal Mart aveva affidato il compito di promuovere la propria immagine, e che non ha trovato niente di meglio da fare che prendersela con i profittatori «ebrei, coreani e arabi» che per anni avrebbero «derubato le comunità urbane» (e nere) vendendo «pane ammuffito, carne cattiva e frutta andata a male». A monte vi è un clima che rende la denuncia di Wal Mart non solo vantaggiosa, ma anche accettabile e politicamente corretta. Essa può infatti far leva sulle paure e le insicurezze che cinque anni di Bush non hanno curato, ma hanno finito per esacerbare. Rappresenta per molti aspetti una delle tante espressioni differite della crisi del modello affermatosi negli anni '90. Anni durante i quali Wal Mart è prosperato anche perché la precarietà sembrava rappresentare l'inevitabile (e tollerabile) complemento dello straordinario sviluppo economico e della grande mobilità sociale che esso prometteva e in parte garantiva. In un'idea - tutta stadiale e progressiva - della crescita economica individuale e collettiva, Wal Mart, i suoi bassissimi salari e le sue improbabili offerte (i chili di cocomeri da consumare in giornata) rappresentavano un punto di partenza, contingente e transitorio. Avevano anch'essi una loro precisa collocazione nella bolla, illusoria e immensamente ottimistica, della New Economy. Oggi, invece, Wal Mart preoccupa, spaventa e diventa, inaspettatamente, tema di dibattito elettorale. (fonte Il riformista, 27 agosto 2006)


Green Planet

domenica 27 agosto 2006


 
News

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