Le mille repubbliche indiane fondate sul cotone.
Ogni villaggio è una repubblica». A lettere d’oro, la massima gandhiana campeggia sul frontone del portico-tempio-sala riunioni dell’ashram di Tukaram. Il centro geografico dell’India è a poche ore da qui. A Nagpur, capoluogo della provincia di Vidharba, nel Maharashtra orientale. È il regno del cotone.
Il tempo della raccolta sta finendo. Pochi campi hanno ancora qualche fiore di lanuggine. Le balle di cotone grezzo sono al sicuro, nelle case. È stata una buona annata. Il monsone è stato generoso, il sole deciso. Lungo la strada, file di scolari con l’uniforme pulita vanno in parata ai comizi. Oggi, 27 gennaio, è festa nazionale. L’India celebra la sua costituzione. Le bandierine tricolore sono ovunque.
«Cosa c’è nella bandiera indiana, tra il verde e l’arancio? Il charka, la ruota per filare». Sotto il portico di Tukaram, Dada Geetacharya spiega la sua filosofia. «Quest’anno ci sono le elezioni, e qui devono tornare, nei villaggi. Nelle nostre repubbliche, in mezzo ai nostri charka». Il cotone non è solo cotone, qui. È l’oro bianco, dai tempi degli inglesi, che hanno lasciato nella grande pianura che arriva a Mumbai le ferrovie a scartamento ridotto per trasportare l’oro bianco fino al mare e da lì a Manchester o a Liverpool. «Eh sì, qui devono venire a chiedere i nostri voti. Il primo ministro prende un salario per il suo lavoro. Noi no. Che vuol dire questo? Chi è che prende un salario? Il padrone o il servo?»
Il charka di Dada Geetacharya è una stella di legno con un buco al centro e degli archetti di metallo su ogni punta. Basta un dito per farla girare su un disco metallico. Il batuffolo di cotone grezzo, agganciato all’uncino, diventa inesorabilmente un rocchetto di filo e di pensieri, che si avvolge sugli archetti.
«Non abbiamo bisogno della Banca mondiale, qui», spiega e fila, «la Banca mondiale è un inganno. Dicono che portano i soldi per sviluppare i villaggi, e poi cosa otteniamo? Sei stato nei villagi, no? Hai visto?»
Sunita e Mandhabai
Il villaggio da cui veniamo si chiama Dhaman Gaon Wadhoda. Duemila abitanti, più o meno. L’economia si riassume in due parole: cotone e vacche. Mandabhai Mahadeorao Bahiramwar vive qui, come anche Sunita Kuchewar. Le troviamo nei campi, a raccogliere gli ultimi batuffoli. Sunita dice di avere «circa 30 anni», e due figli, Mandhabai «circa 40» e quattro figli. Il loro villaggio è diventato famoso grazie a un loro vicino: Purushattam Banjadkar. Come loro, Purushattam aveva un piccolo campo coltivato a cotone. Aveva deciso di prendere a prestito un po’ di soldi, per comprare delle mucche. Una grandinata, però, ha distrutto il suo raccolto. Senza scelta, Purushattam si è ucciso, lasciando una moglie e tre figli. La moglie ha trovato lavoro come infermiera, dopo il suicidio del marito, e i suoi cognati si occupano del campo, in attesa che i figli finiscano la scuola e poi decidano se tornare al villaggio o, come molti, cercare lavoro a Nagpur, a Chandrapur o a Mumbai.
Mandhabai e Sunita si svegliano alle 4. Dopo le preghiere del mattino, nel tempietto del villaggio, danno da mangiare alle vacche. Puliscono la casa con il pavimento di terra e sterco pressato, e preparano la colazione per marito e figli. Alle 7 sono sui campi. Tornano a casa verso mezzogiorno, cucinano, mangiano, riposano un po’ e poi di nuovo nei campi fino a pomeriggio inoltrato. Nel periodo della raccolta, anche di notte, se è necessario.
Sunita e Mandhabai hanno campi molto piccoli, meno di due ettari, perciò devono anche lavorare nei campi altrui. Il salario quotidiano è di 25 rupie, più o meno 45 centesimi di euro, che diventano 40 rupie, 80 centesimi, durante il raccolto. In un giorno, una brava raccoglitrice, può mettere assieme anche 150 chili di cotone. Un giorno, vuol dire dodici ore, dalle 6 di mattina alle 6 di sera.
Nel resto dell’anno, gli uomini si occupano di una parte dei lavori. «Sono loro che spargono il fosfato sui campi», si lamenta Sunita, «ma siamo noi che puliamo i campi dalle piante infestanti. E quando viene spruzzato il fosfato, le mani bruciano e la gola si secca».
Nella casa di Sunita, il cotone grezzo è stato ammassato vicino alla porta che dà su un cortile. Coperto e protetto, perché non si rovini, riceve quasi più attenzioni di quante ne raccolgano gli esseri umani della famiglia.
«Il cotone è tutto per i contadini di qui». Dada Geetacharya afferra un altro batuffolo destinato a diventare filo. «Ma è un tiranno, non una risorsa per vivere. I contadini si indebitano, perché devono comprare i semi ogni anno o perché muore una vacca. Poi, il prezzo del cotone non lo fanno loro, ma i mercanti, quelli della borsa del cotone di Mumbai, e i contadini possono solo accettare quel prezzo. Se è sufficiente, bene, un altro anno è passato. Se non basta…ci sono stati centinaia di suicidi come quello di cui hai sentito parlare».
L’ashram di Tukaram è il centro principale di un’associazione che controlla una sessantina di villaggi della zona. Si chiama Gram Swaraj, più o meno Autogoverno dei villaggi. Ogni villaggio ha un’assemblea e manda dei delegati a quella generale. Si discute e si prendono decisioni sulla distribuzione delle risorse, sulla raccolta del cotone, e mille altre cose. «In realtà, non facciamo nulla di nuovo», spiega Dada Geetacharya, «applichiamo la legge». L’ordinamento rurale indiano prevede che ogni villaggio [gram sabha] abbia un certo grado di autonomia. Cinque o sei villaggi formano un distretto [gram panchayat] e alcuni distretti formano una zilla parishad, che è il livello di governo locale. «Questo sistema però non funziona se i villaggi sono poveri e non hanno controllo sulle loro risorse. Il ricatto economico è troppo pesante», conclude Dada.
Gram Swaraj, allora, è ripartita dal charka e da Gandhi. Filare il cotone per vendere vestiti e tessuti, non solo materia prima; riciclare lo sterco umano e degli animali per farne fertilizzanti da usare al posto dei fosfati; diversificare la produzione per avere anche cibo e ridurre la dipendenza dal cotone; fabbricare nel villaggio quanto più possibile, cominciando dalla stuoia su cui Dada siede per filare.
La lobby tessile
«Nel Maharashtra esisteva un meccanismo di tutela dei contadini: era l’unico stato indiano in cui il governo locale comprava tutto il cotone a un prezzo stabilito e sufficiente. Il programma, che aveva alcuni aspetti negativi, ma garantiva almeno un po’ i contadini poveri, è stato abolito nel 2002, dopo trent’anni». A spiegare è Vijaya Jawandhia, dirigente di un’organizzazione contadina indipendente. «La legge prevede un limite alla proprietà terriera, 54 acri [circa 20 ettari] per le terre meno produttive. Ma la media è molto più bassa, a causa delle divisioni degli appezzamenti per le eredità o per le doti delle figlie. Inoltre, quando un contadino non riesce a pagare i debiti, la proprietà di un campo rimane formalmente sua, ma in realtà lui e la sua famiglia diventano dei braccianti che lavorano per i creditori. Nel Maharashtra ci sono circa 3 milioni di contadini e di braccianti che dipendono dal cotone e la produzione locale è un quinto di quella di tutta l’India. Il 60 per cento di questa produzione è qui, nella regione di Vidharba».
Vijaya si ferma per lasciare che le sue parole diano l’idea della dimensione del problema. «Quest’anno le cose sono andate bene: il raccolto negli Stati Uniti e in Pakistan è andato male, il cotone grezzo viene pagato, ai grossisti, al quintale circa tre mila rupie [poco meno di sei mila euro]. Anche i contadini ne hanno beneficiato. Però, cosa è successo? Appena è stato chiaro che il cotone indiano quest’anno sarebbe costato di più, è entrata in campo la lobby dell’industria tessile, che in India è forse la più forte. I giornali economici hanno iniziato a pubblicare analisi e articoli sulla crisi dell’industria tessile a causa dell’alto prezzo del cotone. E hanno detto che la colpa è degli esportatori di cotone grezzo [che va in Cina, negli Stati Uniti, in Europa], ma anche del fatto che ci sono dei dazi doganali sul cotone importato. I dazi sono al dieci per cento: i più bassi tra quelli sui prodotti primari dell’India. Il riso importato ha un dazio dell’80 per cento e il grano del 50 per cento. In pratica, i tessili vogliono importare liberamente cotone, quando quello indiano costa di più e impedire che il cotone indiano sia esportato quando costa di meno. Cioè il prezzo deve restare sempre basso, i contadini sempre alla fame».
«Ma poi», continua Vijaya, «quegli stessi tessili esportano i prodotti finiti a prezzi molto più alti e i nostri contadini hanno i vestiti di tessuti sintetici. In sostanza è la stessa politica dei britannici, solo che adesso viene fatta all’interno dell’India, da indiani su altri indiani. I grossi mercanti possono spostarsi da una regione all’altra, comprare in Maharshtra o in Gujarat, per loro è uguale. I contadini non hanno nessun accesso, né ai mercati principali, né alle banche, perciò finiscono nella trappola dei debiti».
L’organizzazione di Vijaya ha organizzato roghi di balle di nylon e di altre fibre sintetiche per protestare contro questo meccanismo, ma anche roghi di balle di cotone grezzo, per protestare contro il potere che i grossisti hanno di imporre il loro prezzo ai contadini.
Arriva la Monsanto
«La soluzione, secondo il governo, si chiama cotone Bt, cioè il cotone transgenico della Monsanto. La Monsanto si è presentata qui dicendo che il suo cotone avrebbe aumentato le rese, che ci volevano meno pesticidi e che quindi i contadini avrebbero guadagnato di più. La verità, però, è che dopo pochi anni i campi con il cotone Bt rendono meno di quelli con le varietà locali, e il contratto della Monsanto prevede che, se in un campo si trovano più di venti vermi vivi, allora è comunque necessario usare gli antiparassitari. Solo che consigliano ai contadini che hanno cotone Ogm di spargerli di notte. Così gli altri non li vedono. Non c’è da stupirsi che molti giovani preferiscano vendere il campo dei loro genitori e magari comprarsi un rickshaw a Mumbai. L’altra soluzione è la canna da zucchero, che ha invaso tutto il Mahashtra. Ma la canna da zucchero richiede molta acqua, che qui non c’è, e allora? Dighe, enormi dighe per deviare i fiumi. Un danno ancora peggiore».
«Ma quale charka!» esclama nella sua casa di Nagpur Roopa Kulkarni, sociologa, insegnante di sanscrito e attivista per i diritti dei dalit, gli intoccabili. «L’India non ha più bisogno di charka, il charka non è in grado di dare lavoro agli indiani, ci vogliono altre cose: la tecnologia, per esempio. Se restiamo alle immagini dei tempi di Gandhiji non andremo mai avanti».
Vilas Bhongade, dalit e sindacalista per i braccianti, mi accompagna a un negozio sulla strada principale di Nagpur. È uno dei negozi dove si vende il cotone filato a mano, come quello di Dada Geetacharya a Tukaram.
Sulla soglia, ci ferma Anant Andabakar, un poeta locale, amico di Vilas. A bordo di una vespa anni ’50, ci racconta che ha comprato il cotone per il suo charka. «Non sono bravissimo, ma quello che indosso l’ho filato io. Non so se il charka sia il futuro dell’India o se possa essere un simbolo di resistenza contro questo nuovo colonialismo. Io lo uso come uno strumento per la memoria. Mi ricorda la dignità del lavoro».
Carta
venerdì 18 agosto 2006
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