La rivolta, da sola, non cambia il mondo. Ma senza rivolta, senza conflitto e senza partecipazione dal basso, nessuna trasformazione è possibile.
(di Francesco Febbraio) - C’è un filo che lega l’aumento delle spese militari, la perdita del potere d’acquisto dei salari, il caro affitti, lo smantellamento dei servizi pubblici e la precarietà che attraversa la vita di milioni di persone. È il filo di un modello economico e politico che chiede sacrifici alla società mentre prepara nuove guerre, investe nel riarmo e pretende di farci credere che non esistano alternative.
Ci dicono che bisogna riarmarsi per difendere la pace, che occorre stringere la cinghia per garantire la sicurezza, che non ci sono risorse sufficienti per la scuola, la sanità, il welfare, il lavoro. Ma i soldi, evidentemente, si trovano quando si tratta di finanziare gli eserciti, acquistare nuovi armamenti e alimentare un’economia di guerra. Il problema non è l’assenza di risorse: è la scelta politica di chi decide come distribuirle e a vantaggio di chi.
È questa la grande contraddizione del nostro tempo: mentre cresce la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, una parte sempre più ampia della società è costretta a vivere nell’insicurezza. E mentre i governi europei, da Parigi a Roma a Berlino, fanno del riarmo una priorità strategica, chiedono ai cittadini di accettare la riduzione delle aspettative sociali, la compressione dei diritti e la precarietà come condizioni inevitabili.
La guerra non comincia soltanto sui campi di battaglia. Comincia anche quando si decide che le armi valgono più delle scuole, che la rendita vale più del diritto alla casa, che i profitti valgono più dei salari e che la competizione deve prevalere sulla solidarietà.
Per questo opporsi alla guerra significa anche opporsi al neoliberismo. Non sono due battaglie separate, ma due fronti della stessa lotta contro un sistema che trasforma ogni aspetto della vita in una merce e ogni crisi in un’occasione di profitto.
Da qui nasce la necessità della mobilitazione sociale. Scioperare, occupare le piazze, bloccare la normalità di un sistema che vorrebbe cittadini rassegnati e lavoratori silenziosi significa rompere il consenso intorno a un modello presentato come inevitabile. Significa affermare che le risorse pubbliche devono servire a garantire la vita, non a preparare la morte; che la sicurezza delle persone si costruisce con il lavoro, la casa, la sanità, l'istruzione e la dignità, non con la corsa agli armamenti.
Ma qui si apre la questione decisiva: può la rivolta sociale trasformarsi in una forza capace di cambiare gli equilibri politici?
Il problema non è la mancanza di ragioni per protestare. Le ragioni sono ovunque: nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle periferie, tra i giovani senza futuro e tra quanti sono costretti a scegliere se pagare l’affitto o arrivare alla fine del mese. Il problema è che questa sofferenza diffusa fatica a diventare coscienza collettiva, organizzazione e progetto politico.
La sfida, allora, è costruire un ponte tra il conflitto sociale e una prospettiva politica capace di dare voce, continuità e direzione alle tante forme di resistenza che attraversano il Paese. Non basta sommare le proteste, né affidarsi alla convinzione che la radicalità delle condizioni materiali produca automaticamente una risposta collettiva. La storia ci insegna che il malessere può generare emancipazione, ma può anche alimentare rassegnazione, rabbia individuale e consenso verso quelle stesse forze che hanno prodotto le disuguaglianze.
È qui che si misura la responsabilità dei movimenti sociali Occorre ricomporre ciò che il sistema frammenta: lavoratori stabili e precari, giovani e anziani, chi una casa non ce l'ha e chi rischia di perderla, chi difende la sanità pubblica e chi lotta per un salario dignitoso. Non per cancellare le differenze, ma per riconoscere un interesse comune e trasformarlo in forza organizzata.
La questione decisiva non è soltanto come fermare il riarmo, ma come costruire un'alternativa sociale al modello che lo alimenta. Un'alternativa che rimetta al centro la redistribuzione della ricchezza, il diritto alla casa, il lavoro stabile, i servizi pubblici, la giustizia ambientale e la cooperazione tra i popoli. Un progetto capace di sottrarre il futuro alla logica del profitto e alla subordinazione delle scelte politiche agli interessi.
La pace, dunque, non può essere soltanto l'assenza di guerra. Deve diventare giustizia sociale, libertà dal bisogno, dignità del lavoro e diritto a un futuro.
l tempo che viviamo ci pone davanti a una scelta. Accettare che il riarmo sia inevitabile, che la precarietà sia una condizione naturale, che i diritti siano un lusso compatibile soltanto con le esigenze dei mercati; oppure rompere questa narrazione e rimettere in campo una forza sociale capace di cambiare le priorità, i rapporti di potere e l'orizzonte stesso della politica.
La rivolta sociale diventerà una forza di cambiamento quando smetterà di essere soltanto la somma di tante solitudini e saprà riconoscersi come un soggetto collettivo. Quando le vertenze particolari troveranno un terreno comune, quando la protesta si farà organizzazione e l'indignazione diventerà progetto.
Altragricoltura Nord Est
martedì 20 ottobre 2026
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