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WAL MART ALL'ASSALTO DEL MONDO.

La multinazionale della distribuzione è diventata la più grande impresa del mondo. E la pratica del dumping sociale, che le è valsa una multa di 172 milioni di dollari per aver rifiutato la pausa pranzo ai propri lavoratori, contamina l'economia occidentale.

tratto da "Green Planet" - 19/03/2006 Mercato, imprese, prodotti WAL MART ALL'ASSALTO DEL MONDO. La multinazionale della distribuzione è diventata la più grande impresa del mondo. E la pratica del dumping sociale, che le è valsa una multa di 172 milioni di dollari per aver rifiutato la pausa pranzo ai propri lavoratori, contamina l'economia occidentale. Nel 1992, il presidente degli Stati uniti pronunciò questa frase: «Il successo di Wal-Mart è il successo dell'America». Ormai, la multinazionale della distribuzione è diventata la più grande impresa del mondo. E la pratica del dumping sociale, che le è valsa una multa di 172 milioni di dollari per aver rifiutato la pausa pranzo ai propri lavoratori, contamina l'economia occidentale. Così, nel nome della lotta a Toyota, la General Motors - che ha già annunciato 30.000 licenziamenti, vuole imporre ai suoi operai una diminuzione dei salari, e ai suoi fornitori una riduzione dei prezzi. Delphi, la più grande industria componentistica statunitense, vorrebbe pagare i salariati 9,50 dollari all'ora invece dei... 28 attuali. «Dagli stracci al patrimonio»: questa definizione rituale del «sogno americano» di mobilità sociale deve diffondere in continuzione la sua serie di belle storie che rendono permenente l'illusione comune. È stato il caso di John D. Rockefeller, ragionierucolo di Cleveland, diventato a 31 anni il più potente padrone del petrolio del mondo. È stato quello di Steve Jobs, che ha lasciato l'università senza diploma per fondare nel proprio garage una società, la Apple, che ha reso miliardario il giovane californiano all'epoca del suo trentesimo compleanno. Adesso è il turno di Wal-Mart, ma più in grande. All'inizio, un negozietto in uno degli stati (l'Arkansas) più poveri del paese. Alla fine, un fatturato che nel 2005 era di circa 310 miliardi di dollari, una famiglia in cui quattro dei figli figurano tra le dieci persone più ricche della terra, una catena di ipermercati che è diventata al contempo la più grossa impresa del mondo - nel 2003 ha superato ExxonMobil - e il primo datore di lavoro privato. Le vendite di Wal-Mart rappresentano 1 cd su 5 comprati negli Stati uniti, un tubetto di dentificio su 4, 1 pannolino per bambini su 3. E, ancora più significativo, il 2,5% del pil complessivo statunitense (1). L'impresa, più ricca e più influente della maggior parte degli stati, deve alle regole che questi hanno varato il potere che esercita oggi. A questo livello di potere, è in effetti inutile stupirsi che la maggior parte delle trasformazioni (economiche, sociali, politiche) della terra abbia trovato riscontro - a volte l'origine, la cinghia di trasmissione, l'acceleratore - a Bentonville nell'Arkansas, sede della società. Lotta contro i sindacati, delocalizzazioni, ricorso a una manodopera supersfruttata che la deregulation del lavoro e gli accordi di libero-scambio rendono ogni anni più prolifici: è il modello Wal-Mart. Pressioni sui fornitori per costringerli a tagliare i prezzi comprimendo i salari (o a spostarsi all'estero); missioni poco definite per favorire la concatenazione delle attività, annullando così ogni tempo morto, ogni pausa: è il modello Wal-Mart. Costruzione di edifici orribili (le «scatole da scarpe») riforniti dalla flotta dei 7.100 camion giganti dell'impresa, che viaggiano e inquinano 24 ore su 24 per riempire all'ora stabilita i bauli di milioni di auto allineate negli immensi parcheggi delle quasi 5mila «scatole da scarpe » che la multinazionale gestisce nel mondo: è il modello Wal-Mart. E poi, quando i sindacati contrattaccano, quando gli ecologisti si risvegliano, quando i clienti infine si rendono conto di cosa li derubano i «prezzi più bassi», quando gli artisti smettono un attimo di vendersi per dare voce al movimento popolare, quando i cittadini fanno muro contro l'insediamento di altri nuovi cubi di cemento sul loro territorio, è ancora Wal-Mart che, questa volta, recluta degli ex della comunicazione della Casa bianca, democratici o repubblicani, e ingiunge loro di migliorare l'immagine dell'impresa, di saturare i media (2). Diranno: ormai Wal-Mart è diventata «etica»; cerca solo di creare posti di lavoro - certo, pagati maluccio - , ma è meglio che niente e i clienti amano tanto i prezzi bassi... Aggiungeranno che la ricerca ostinata del rendimento ha permesso di migliorare la produttività nazionale. E che d'ora in avanti l'impresa difenderà l'ambiente come ha soccorso le vittime dell'uragano Katrina. Sfruttamento, comunicazione: ancora un modello... In fondo, come stupirsene davvero? Non si diventa la più grossa impresa del mondo per caso, solo perché, quarant'anni prima, il fondatore Sam Walton (deceduto nell'aprile del '92, qualche giorno dopo aver ricevuto dalle mani dell'ex presidente George H.Bush una delle più alte distinzioni statunitensi) ha avuto l'illuminazione di vendere dei cocomeri sul marciapiede di un negozio e di offrire contemporaneamente ai bambini dei suoi clienti delle passeggiate a dorso d'asino sul parcheggio (3). Il primo Wal-Mart ha aperto nel '62, a Rogers in Arkansas, in una zona rurale e abbandonata. Nove anni dopo, l'impresa aveva già ampliato la propria influenza a cinque stati. I primi mercati che serve, in aree a scarsa densità, sono ignorati dai grandi distributori: Wal-Mart vi costruirà il proprio monopolio, prima di estendersi altrove. Privilegia la periferia dei centri urbani per profittare contemporaneamente della clientela delle città e del basso prezzo dei terreni. Anticipando nel '91 l'accordo di libero-scambio nord-americano (Nafta), che il presidente Bill Clinton, ex governaore dell'Arkansas, farà ratificare due anni dopo (4), il pollicino di Bentonville si internazionalizza e sbarca in Messico. Il Canada seguirà nel '94. Poi vengono il Brasile e l'Argentina (nel '95), la Cina (nel '96), la Germania (nel '98), la Gran Bretagna (nel '99). Nel 2001, le entrate di Wal-Mart sono superiori al prodotto interno lordo della maggior parte dei paesi, tra cui la Svezia. Carrefour, numero 2 del settore (72 miliardi di euro nel 2004), che Wal-Mart aveva pensato di acquisire nel 2004, ha una maggiore presenza internazionale. Ma l'impresa fondata da Sam Walton ha un vantaggio importante: i 100 milioni di statunitensi che ormai andranno a cercare ogni settimana gli «everyday low prices» («i prezzi quotidiani più bassi») che propone loro. In effetti, i prezzi sono più bassi. In media, del 14% (5). Ma a quale prezzo, è questa la questione. La risposta cambia a seconda che ci si preoccupi prima di tutto dell'individuo-cliente alla ricerca dei migliori affari, o piuttosto dei dipendenti delle migliaia di fornitori di un'impresa abbastanza potente per imporre a ognuno di rispettare - o di ridurre - i costi. Perché il cliente di Wal-Mart sia contento, il lavoratore deve soffrire... Perché i prezzi di Wal-Mart e dei suoi fornitori siano sempre i più bassi, è necessario anche che le condizioni sociali che li circondano si degradino. Di conseguenza, è meglio che i sindacati non esistano. O che i prodotti vengano dalla Cina. La schizofrenia del cliente che economizza con un accanimento tale da contribuire, cammin facendo, ad impoverire se stesso in quanto produttore, può apparire teorica e lontana. Al livello di potere che Wal-Mart esercita (8,5% delle vendite al dettaglio degli Stati uniti, escluse le automobili), la contraddizione diventa in fretta reale e immediata. Per esempio, la società di Bentonville si vanta dei «2.329 dollari l'anno» che «permette di far economizzare alle famiglie che lavorano»; afferma di aver fatto crescere nel 2004 il potere d'acquisto di ogni statunitense di 401 dollari e, lo stesso anno, di aver permesso la creazione, diretta o indiretta, di 210mila posti di lavoro (l'idea è che i soldi economizzati dai suoi clienti sono stati destinati ad altri consumi e quindi hanno drogato l'attività altrove). Gli avversari della multinazionale hanno in testa degli indicatori meno brillanti. I prezzi bassi non cadono dal cielo; si spiegano in parte con il calo, dal 2,5 al 4,8%, del reddito medio dei dipendenti in ognuna delle contee degli Stati uniti dove la multinazionale si è insediata. La società abbassa le remunerazioni dove è presente. Crea le condizioni degli «everyday low prices». E, tra l'altro, moltiplica il numero dei clienti che a breve non avranno altra risorsa che di dover economizzare nei suoi supermercati. Il sindacato è il nemico principale Difatti, tra la forza della distribuzione e la debolezza dei fornitori, dei dipendenti della multinazionale, dei supermercati rivali, il «gioco del mercato» opera un triplice effetto di deflazione salariale. Prima di tutto, a causa del dominio di un'impresa poco generosa verso i propri «associati» (il termine è d'uso per i designare i dipendenti). In seguito, a causa della distruzione della maggior parte dei concorrenti o dell'obbligo a cui vanno incontro per sopravvivere di allinearsi su norme sociali minime. Infine e soprattutto, a causa degli ukase che Wal-Mart lancia ai fornitori, stati compresi, dove di fatto determina sovente i prezzi (nel 2002 ha comprato per esempio il 14% degli 1,9 miliardi di dollari di prodotti tessili esportati negli Stati uniti dal Bangladesh [6]. Con il tempo, e sul filo delle sue peregrinazioni, la società di Bentonville non ha mai rinunciato a due delle sue caratteristiche originarie: il paternalismo e l'avversione nei confronti dei sindacati. Nel sud degli Stati uniti, gli stati più poveri - in particolare l'Arkansas ai tempi in cui Clinton era il giovane governatore - si sono regolarmente vantati delle mediocri remunerazioni locali per attirare gli investimenti delle imprese. Le cose sono molto semplici per il 1.300.000 di «associati» di Wal-Mart negli Stati uniti: non ci sono sindacati. Mona Williams, portavoce dell'impresa, ha spiegato: «la nostra filosofia è che solo degli associati scontenti vorrebbero iscriversi a un sindacato. Ma Wal-Mart fa tutto il possibile per offrire loro quello che vogliono e di cui hanno bisogno». A condizione, è chiaro, di non aver «bisogno» di troppe cose: «è davvero realista - si chiede Mona Williams - pagare qualcuno 15 o 17 dollari l'ora per riempire gli scaffali?» (7). Il presidente dell'impresa, Lee Scott, non riempie gli scaffali. Ha quindi guadagnato 17,5 milioni di dollari nel 2004. Per meglio difendersi dai sindacati dall'incerto realismo, ogni gestore di magazzino dispone di vari «strumenti». Appena fa capolino un segno di scontento organizzato, chiama una linea rossa e subito viene inviato sul posto, con aereo privato, un quadro dirigente di Bentonville. Seguiranno vari giorni di indottrinamento, inflitto agli «associati» per purgarli dalle cattive tentazioni. Tuttavia, nel 2002 la manovra non è riuscita: il reparto di macelleria di un magazzino texano di Wal-Mart si è iscritto a un'organizzazione operaia. L'impresa ha soppresso questo servizio e licenziato gli «ammutinati». È illegale, ma il procedimento di ricorso, che non porta mai a grandi cose (la deregulation ha prodotto i suoi frutti) è interminabile. D'altronde è ancora in corso. L'anno scorso, gli «associati» di un grande magazzino del Québec volevano anch'essi essere rappresentati da un sindacato. Wal-Mart ha chiuso il negozio e spiegato: «questo magazzino non avrebbe funzionato. Riteniamo che il sindacato voleva alterare da capo a piedi il nostro sistema operativo abituale» (8). Non è una bugia. Per avere successo, il modello Wal-Mart obbliga a pagare gli «associati» il 20-30% al di sotto dei concorrenti del settore, ma anche a essere molto più avaro di questi quando si tratta di determinare le protezioni sociali (malattia, pensione ecc.) sulle quali i dipendenti possono contare. Come succede sovente con dei padroni liberisti, poi tocca allo stato o alla carità far fronte ai danni. Dopo che un rapporto del Congresso ha stimato che ogni dipendente di Wal-Mart costava 2.103 dollari l'anno alla collettività, sotto forma di complementi di assistenza vari (sanità, figli, casa), uno studio interno dell'impresa ha ammesso: «la nostra copertura sociale costa cara alle famiglie a basso reddito e Wal-Mart conta un numero importante di associati e famiglie iscritti nei registri dell'aiuto pubblico». Meno del 45% dei dipendenti può in effetti pagare l'assicurazione medica che propone loro l'azienda; il 46% dei figli degli «associati» non ha nessuna protezione sociale, oppure è coperto dal programma federale riservato agli indigenti (Medicaid). Profitti privati (10 miliardi di dollari nel 2004), perdite pubbliche. Forzando un po' i tratti, Jesse Jackson, candidato democratico alla Casa bianca nell'84 e nell'88, ha recentemente paragonato i reparti della multinazionale a delle «piantagioni», perché gli ricordano le condizioni di lavoro dei campi di cotone del sud. Ma, questa volta, il sud sta per vincere la guerra. Quella dei salari. Nel 2002, Wal-Mart aveva previsto di investire il mercato californiano, e di insediare nella regione di Los Angeles una quarantina dei suoi «Supercenters» dove si trova di tutto, dagli alimentari agli accessori auto. Reazione dei concorrenti minacciati (Safeway, Albertson)? Esigono subito dai loro dipendenti - che però sono rappresentati da un sindacato - una riduzione delle remunerazioni e delle garanzie sociali. Da un lato, 13 dollari l'ora e una buona copertura medica; dall'altro (Wal-Mart), 8,50 dollari e una protezione minima. La lotta era ineguale. Nell'ottobre 2003, i 70mila dipendenti delle catene di supermercati presenti in California rifiutano le concessioni loro richieste e scendono in sciopero. Uno sciopero che durerà cinque mesi. Serrate, assunzione di sostituti: 25 anni di deregolamentazioni del diritto del lavoro rafforzano la risposta padronale. Il sindacato cede. Il Gosplan privato del maggiore negozio del mondo Quando Wal-Mart arriva, i piccoli commerci chiudono. Dopo che la società si è insediata nell'Iowa, a metà degli anni '80, lo stato ha perso la metà delle drogherie, il 45% dei negozi di articoli per la casa e il 70% di quelli di abiti per uomini. Utilizzando i termini soliti del «populismo di mercato», la società replica che non fa che difendere i consumatori senza soldi che legittimamente reclamano «i prezzi più bassi» a corporazioni in buona salute di produttori o di dettaglianti che si arricchiscono con remunerazioni indifendibili. La multinazionale repubblicana si vanta di essere «eletta» ogni giorno dai dollari dei suoi clienti che fanno la fila pazienti di fronte alle casse dei suoi magazzini (9). Per Lee Scott, tutto il resto è soltanto visione «utopica» e pastorale, destinata a dei privilegiati, mentre i poveracci «non potrebbero accedere a una vita piacevole, soltanto perché altri hanno deciso come deve essere il mondo invece di preoccuparsi prima di tutto del metodo più efficace per rendere servizio al consumatore (10)». Scott minaccia sotto traccia: se una località rifiuta Wal-Mart, sarà la località vicina ad accoglierlo. La località ribelle allora subirà quasi tutti gli incovenienti di quella che ha accettato di sottomettersi (distruzione dei commerci di vicinanza, calo dei salari) senza però poter godere di nessuno dei suoi vantaggi (occupazione, entrate di tasse). Stessa finta libertà per i fornitori. Come se fosse un Gosplan privato, il più grosso dettagliante del mondo puo' determinare i prezzi dei fornitori, i salari che versano, i tempi delle consegne. Tocca poi a loro arrangiarsi, impiegare dei clandestini, andare a rifornirsi in Cina. Anche se succede un «incidente», Wal-Mart potrà sempre pretendere di non essere implicata direttamente nel caso, e che è anzi offesa per quello che è successo... Quale altra multinazionale si comporta in modo diverso? Sanofi Aventis, per esempio, sub-appalta negli Stati uniti le pulizie a un'impresa che sotto-paga i dipendenti, non procura loro nessuna copertura sanitaria e combatte i diritti sindacali. Wal-Mart va solo un po' più lontano degli altri: «secondo il quotidiano messicano La Jornada, alcuni fornitori sono costretti a permettere al potente fornitore di ordini di guardare nei loro conti per scovare i "costi superflui"» (11). Wal-Mart non è altro che un sintomo di un male che esiste. Ogni volta che il diritto sindacale è preso di mira, che le protezioni dei dipendenti vengono limate, che un accordo di libero-scambio aumenta l'insicurezza sociale, che le politiche pubbliche vengono ridotte all'ombra delle scelte delle multinazionali, che l'individualismo del consumatore soppianta la solidarietà dei produttori, allora ogni volta Wal-Mart avanza... note: (1) The Wall Street Journal, 2 dicembre 2005 (2) Per esempio, Michael Deaver, consigliere del presidente statunitense Ronald Reagan, e Thomas Mc Larty, che ebbe lo stesso ruolo con il presidente William Clinton. Sulle tecniche impiegate e a cui hanno fatto ricorso in questo momento, si legga «Faiseurs d'élections made in Usa», Le Monde diplomatique/ilmanifesto, agosto 1999. (3) Aneddoto raccontato da George H. Bush quando consegnò, nel marzo 1992, la Presidential Medal of Freedom a Sam Walton. (4) Hillary Clinton ha fatto parte del consiglio d'amministrazione di Wal-Mart tra il 1986 e il 1992. (5) Steven Greenhouse, «Wall-Mart, driving workers and supermarkets crazy», The New York Times, 19 ottobre 2003. (6) Rapporto parlamentare di George Miller alla Camera dei rappresentanti, 16 febbraio 2004. (7) The Wall Street Journal Europe, 7-9 novembre 2003. (8) International Herald Tribune, 11 marzo 2005. (9) Si legga Thomas Frank, Le Marché de droit divin Capitalisme sauvage et populisme de marché, Agone, Marsiglia, 2003. (10) Citato da The Financial Times, 6 luglio 2004. (11) In Walter Bouvais e David Garcia, Multinationales2005, Danger public, Parigi 2005, p. 235. (Traduzione di A.M.M.) LE MONDE diplomatique - Gennaio 2006


Green Planet

domenica 19 marzo 2006


 
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