Wto alla fine del ciclo.
Indipendenza alimentare al posto di protezionismo.
(diJacuqes Berthelot)
Il numero dei denutriti cronici, a livello mondiale, è passato da 826 a 852 milioni dal 1995-1997 al 2000-2002. Per i tre quarti si tratta di gente di campagna, per lo più contadini. Nell'Africa subsahariana, la regione dove la speranza di vita continua a scendere da vent'anni, i denutriti sono 204 milioni. Qui i contadini sono i due terzi degli attivi - ossia 110 milioni più che nel 1969-71 - e rappresentano un terzo della popolazione. Con il pretesto che negli scambi commerciali globali la parte relativa all'Africa subsahariana è diminuita dal 2% all'1,6%, tra il 1990 e il 2004, capita qua e là di leggere che la regione non sarebbe sufficientemente inserita nel mercato mondiale...
È una bugia scandalosa: nel 2003 la quota degli scambi nel prodotto interno lordo (Pil) della regione era del 52,7%, contro il 41,5% della media mondiale, il 19% degli Stati uniti, il 19,9% del Giappone e il 16% della zona euro (esclusi gli scambi interni) (1). Da qui una conclusione cui non si arriva mai pubblicamente: se si esclude il 70% dei paesi emergenti dell'Asia orientale (Cina in testa), la ricchezza delle nazioni è inversamente proporzionale al loro inserimento nel commercio mondiale! La percentuale di denutriti nei paesi in via di sviluppo (Pvs) è proporzionale alla parte dei prodotti agricoli nelle loro esportazioni totali (2). Al di fuori dei prodotti tropicali, il deficit alimentare (differenza tra produzione e consumo) è assai aumentato. Così, dal 1995 al 2003, le esportazioni agroalimentari dell'Africa dell'ovest sono cresciute del 50% (da 4 a 6,1 miliardi di dollari), ma il deficit dei suoi scambi alimentari è aumentato in misura maggiore, arrivando al 55% (è infatti passato da 2,9 a 4,3 miliardi di dollari).
L'obiettivo della conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) a Hong Kong dovrebbe essere quello di fissare regole di commercio durature, tenendo conto che tra il 2000 il 2050 si avrà un aumento della popolazione totale di 3 miliardi di persone, di cui 1 miliardo nell'Africa subsahariana. E questo, nel quadro di un riscaldamento climatico a causa del quale alcuni ricercatori brasiliani ritengono che, nel caso in cui la temperatura del pianeta aumentasse di 5,8 gradi, le terre del Brasile potenzialmente destinabili a soia, mais, riso pluviale, fagioli e caffè si dimezzerebbero, o diminuirebbero di un terzo se il rialzo termico fosse solo di 3 gradi (3). Il che dovrebbe moderare la febbre agro-esportatrice di un paese in cui la deforestazione accelerata dell'Amazzonia, attuata per produrre e vendere all'estero sempre più soia e carne bovina, contribuisce fortemente all'effetto serra.
Di fronte a simili problemi, qual è la risposta? Un frenetico tentativo, da parte di tutti gli stati, di trasformare il ciclo di negoziati commerciali detto «di Doha» (4) (o «di sviluppo») in un «accesso al mercato» in tutti i settori! La strategia multilaterale, ma anche bilaterale, dell'Unione europea e degli Stati uniti, le due superpotenze commerciali, è chiara: poiché l'agricoltura «pesa» meno del 2% nel loro Pil, contro il 75% circa fornito dai servizi e dal saldo per prodotti industriali (tra cui i prodotti agro-alimentari), gli imperativi di crescita e di occupazione impongono di aumentare sempre di più le esportazioni di servizi e prodotti industriali, anche a costo di importare più derrate alimentari. Tutte le riforme varate dall'Unione europea dal 1992 in tema di politica agricola comune (Pac), dagli Stati uniti dal 1996 in relazione alla legge sull'agricoltura (Farm Bill), così come l'Accordo per l'agricoltura (Asa) del Wto realizzato a partire dal 1995, hanno avuto unicamente questo obiettivo, lo stesso che viene riproposto nel ciclo di Doha.
Per fare accettare in termini politici agli agricoltori queste riforme, è stato necessario compensare il calo dei prezzi agricoli con sovvenzioni portatrici, secondo l'Asa, di limitati «effetti distorsivi sugli scambi» e collocate quindi, stando al gergo del Wto, nella «scatola blu»; oppure prive del tutto di conseguenze e allora sono da «scatola verde» (si veda il glossario di seguito). Questo significa che gli aiuti devono essere parzialmente (scatola blu) o totalmente (scatola verde) «disgiunti» dal livello dei prezzi o della produzione dell'anno in corso. Il discorso sui benefici che ne risulterebbero per l'ambiente, il paesaggio, la qualità dei prodotti e il benessere animale sono soltanto un alibi a uso dei contribuenti.
La matrioska delle sovvenzioni L'Unione europea ha cercato di «vendere» queste riforme ai Pvs in due modi. In primo luogo, ha accettato di eliminare a termine le «restituzioni», nome dato alle sue sovvenzioni all'esportazione, che sono effettivamente diminuite da 9,5 miliardi di ecu nel 1992 a 3,4 miliardi di euro nel 2002. Ma, come gli Stati uniti, rifiuta di notificare al Wto gli aiuti diretti delle scatole blu e verde, che favoriscono ugualmente, sia pure in modo indiretto, i prodotti esportati. È il caso, per esempio, degli aiuti destinati ai cereali e, di conseguenza, alle carni degli animali che li consumano. In secondo luogo, l'Unione ha proposto, il 28 ottobre 2005, di ridurre del 70% l'insieme dei suoi sostegni interni accoppiati, e di diminuire mediamente del 46% i suoi diritti doganali, salvo «prodotti sensibili».
Evidentemente, in contropartita, ci si aspetta dai Pvs che facciano offerte equivalenti per quanto riguarda l'accesso ai loro mercati nei settori dei servizi e dei prodotti non agricoli. Le proposte degli Stati uniti, volte a ridurre del 53% i loro sostegni interni accoppiati (5) e dal 55% al 90% i diritti doganali, vanno nella stessa direzione.
Fin dalla conferenza ministeriale del Wto di Cancùn (settembre 2003), i Pvs hanno messo fine all'egemonia della Quadrilaterale (Stati uniti, Unione europea, Giappone, Canada) sul WTO. Dopo la costituzione dei raggruppamenti di paesi denominati G20, G33 e G90 (si veda glossario), il Brasile e l'India hanno sostituito il Giappone e il Canada in un G4 che deve assicurare la conduzione dei negoziati. Con il rischio di tradire la maggioranza dei Pvs e di continuare a marginalizzare i paesi più poveri del G90.
I Pvs sono sempre meno disposti a quel «gioco delle scatole», al quale si sono dedicati l'Unione europea e gli Stati uniti dal 1992, trasferendo una percentuale crescente dei loro aiuti dalla scatola arancione (sostegni «accoppiati», dunque inevitabilmente destinati a diminuire) alla scatola blu, poi alla verde - nella quale la riforma della Pac del giugno 2003 e dell'aprile 2004 ha permesso di inserire il 90% delle sovvenzioni interne! In realtà, dal 1995, Washington e Bruxelles barano massicciamente sia nella notifica dei loro sostegni interni e all'esportazione che nella conformità della Pac e del Farm Bill alle regole dell'Asa.
L'articolo 6.2 dell'Asa stabilisce che, per i paesi sviluppati, le sovvenzioni agli input (cioè ai consumi intermedi, in particolare di materie prime) sono «accoppiate». Siccome il 60% della produzione di cereali, prodotti oleosi e ricchi di proteine (Cop) dell'Unione europea e degli Stati uniti sono degli input per le produzione animali, ne consegue che il 60% degli aiuti diretti ai Cop (9 miliardi di euro l'anno) sono «accoppiati». L'Unione, invece, li ha notificati nella scatola blu, mentre gli Stati uniti hanno notificato i loro pagamenti diretti nella scatola verde. In tre recenti giudizi, l'Organismo per la regolazione delle controversie (Ord) del Wto ha finalmente ammesso che bisogna considerare l'insieme delle sovvenzioni di cui beneficiano i prodotti esportati - incluse quelle della scatola verde - come elementi che contribuiscono al dumping.
Nei confronti di Bruxelles e Washington, i G20, G33 e G90 esigono di comune accordo che i paesi sviluppati eliminino le restituzioni, riducano in modo significativo i sostegni «accoppiati» e i diritti doganali. Nessuno di questi gruppi contesta la legittimità del Wto di fronte ai rischi, considerati nettamente superiori, di accordi bilaterali di libero scambio come quelli, particolarmente iniqui, che l'Unione europea intende imporre ai paesi Acp (Africa, Caraibi, Pacifico) nel 2008 (6). Tutti rifiutano di aprire i loro mercati dei prodotti non agricoli e dei servizi, prima di ottenere garanzie circa il blocco del dumping agricolo del Nord e un'importante apertura dei suoi mercati agroalimentari. L'8 novembre, il ministro del commercio indiano, Kamal Nath, ha dichiarato: «La scommessa di questo ciclo sta nel sapere se andrà a beneficio di chi guadagna 1 dollaro al giorno o 5.000 dollari al mese (7)».
Salvo queste convergenze, i 3 G (G20, G33, G90) sono divisi sul livello di protezione del proprio mercato interno. Il G20 è dilaniato tra i suoi nove membri più competitivi - quelli del Mercosur (8) e la Tailandia - che vorrebbero l'apertura dei mercati, inclusi quelli del Sud, e l'ostilità dei dieci membri che fanno parte anche del G33 (tra cui Cina, India e Indonesia) che vogliono mantenere una forte protezione, anche nei confronti degli altri Pvs. Perché, nel 2004, il 51% delle esportazioni agroalimentari del Brasile è stato destinato ad altri Pvs, contro il 23% nel 1990. I membri del G90, da parte loro, temono, a ragione, una netta erosione delle preferenze tariffarie di cui ancora godono, se Unione europea e Stati uniti decidessero di ridurre drasticamente i diritti doganali non preferenziali.
Le attuali regole dell'Asa sono ingiuste: solo i paesi ricchi possono sostenere i propri agricoltori con sovvenzioni interne autorizzate, che hanno però effetti di dumping e di sostituzione alle importazioni, mentre obbligano, nello stesso tempo, i paesi poveri a ridurre il solo strumento alla loro portata: la protezione all'importazione.
È per questo che l'indipendenza alimentare - una protezione efficace contro l'importazione - associata al divieto di qualsiasi esportazione al di sotto del costo totale medio di produzione, senza sovvenzione diretta o indiretta è, paradossalmente, la forma di sostegno alle agricolture meno protezionista per tutti i paesi.
Rifondare Pvs e Asa sulla base della sovranità alimentare conviene, con ogni evidenza, all'Unione europea, perché le sue esportazioni verso i paesi terzi, in percentuale alla produzione totale 2000-2003, sono state solo del 10,7% per i cereali, 6,9% per le carni e 9,5% per i prodotti lattieri. L'agricoltura le serve da moneta di scambio nei negoziati col Wto e con il Mercosur, allo scopo di aprire mercati supplementari per le sue esportazioni di servizi e prodotti industriali.
Ma, con questo gioco, rischia di perdere infinitamente più dei suoi 11 milioni di attivi agricoli, se si tiene conto del carattere «multifunzionale» dell'agricoltura: produzione alimentare, preservazione dell'ambiente, strutturazione dei territori, ecc. Gli Stati uniti sono in una situazione analoga, visto che la loro eccedenza agroalimentare continua a diminuire: è passata dai 26,8 miliardi di dollari del 1996 ai 14,3 miliardi del 2001, fino ai 7,3 miliardi del 2004, mentre le previsioni per il 2005 sono di 4 miliardi, con un deficit in crescita nel medio e lungo termine.
Per indurre Europa e Stati uniti ad impegnarsi in una politica di indipendenza alimentare, la strategia è semplice: mettere fine alle loro frodi sistematiche per costringerli, sotto la pressione dei loro stessi agricoltori a corto di sovvenzioni, a rifondare la Pac e il Farm Bill su prezzi rimunerativi per i produttori, dunque su un'efficace protezione all'importazione.
Poiché un tale procedimento è incompatibile con gli obiettivi del Wto, si possono ipotizzare due soluzioni: o ritornare allo statuto speciale dell'agricoltura, come previsto nell'Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt) anteriore al 1995 (dove tutte le forme di protezione erano autorizzate di fatto), ma proibendo in compenso qualsiasi forma di sovvenzione all'esportazione; o, preferibilmente, affidare la regolamentazione degli scambi agricoli ad un'istituzione, che potrebbe essere l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) o la Conferenza delle Nazioni unite per il commercio e lo sviluppo (Cnuced); oppure un'istituzione creata ad hoc. Questo organismo dovrebbe avere anche il compito di garantire il coordinamento internazionale del controllo dell'offerta, per evitare sovrapproduzioni strutturali, e quello di imporre dei prezzi minimi, in particolare per i prodotti tropicali.
note:
* Economista autore di L'Agriculture, talon d'Achille de la mondialisation, l'Harmattan, Parigi, 2001.
(1) Fonte: Banca mondiale, Country Data Profiles, www.worldbank.org/data/countrydata/ countrydata.html
(2) Fao, La Situation de l'agriculture et de l'alimentation, novembre 2005, www.fao.org/unfao/bodies/conf/c2005/C2005_fr.htm
(3) www.unicamp.br/unicamp/unicamp_hoje/ ju/fevereiro2005/ju278pag12.html
(4) Dal nome della capitale del Qatar dove, nel novembre 2001, è cominciato questo ciclo di negoziati del Wto.
(5) Jacques Berthelot, Les Vaines Promesses et le Jeu dangereux de la Commission européenne de réduire fortement ses soutiens agricoles, 4 novembre 2005. (www.ourworldisnotforsale.org/showarticle.asp?search=898).
Anche Le Roi est nu: l'impossible promesse des Etats-Unis de charcuter leurs soutiens agricoles, 10 novembre 2005. (www.tradeobservatory.org/library.cfm?refid=77468).
(6) Lire Raoul Marc Jennar, «I patti leonini di Bruxelles con l'Africa», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2005.
(7) www.ourworldisnotforsale.org/showarticle. Asp?search=919
(8) Mercato comune del Sud (delle Americhe): Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay ai quali molto presto si aggiungerà il Venezuela.
(Traduzione di G. P.)
Le Monde Diplomatique
giovedì 2 febbraio 2006
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