L’immigrazione è!
L’immigrazione non deve essere combattuta né favorita: l’immigrazione è!
È faccenda che interessa il capitale, ma anche il lavoro.
Da “Marxismo e imperialismo” Lenin Opere Complete. Quaderni sull’Imperialismo
“Le conquiste di quella parte del proletariato che si trova in una condizione più
favorevole, saranno sempre messe in pericolo finché ne godrà solo una minoranza”
[...] “Ciò vale per le masse all’interno di un paese, come per tutto il mercato mondiale.
Un proletariato di avanguardia può mantenersi solidarizzando, appoggiando quelli che
sono rimasti indietro, e non separandosi da essi, non distaccandosene non
opprimendoli. Là dove, sotto l’influenza di un miope corporativismo, il proletariato
segue questo ultimo metodo, questo prima o poi fallisce e diviene uno dei mezzi più
pericolosi per indebolire la lotta di emancipazione proletaria”.
Dall’invito del Consiglio generale dell’Internazionale ai sindacati inglesi a partecipare al
congresso di Bruxelles. 1868. I passaggi citati sono fortemente annotati nel quaderno 39
pag 627.
L’immigrazione non deve essere combattuta né favorita: l’immigrazione è!
È faccenda che interessa il capitale, ma anche il lavoro.
Senza andare troppo in là nel tempo, è bene ricordare alcuni fatti che appartengono
alla nostra storia recente: storia del conflitto di classe, naturalmente.
Negli anni 60’ e 70’, in Europa, la gran parte dei lavoratori di linea nelle grandi
fabbriche dell’auto erano operai immigrati: dalla Ford di Daghenam, alla Opel in
Germania, alla Renault di Billancourt, alla Fiat di Torino, solo per citare le più note.
Avendo la disgrazia di essere un po’ avanti negli anni e la fortuna di aver cominciato
la mia militanza politica molto giovane, ricordo benissimo le condizioni di vita e lo
stigma a cui erano sottoposti i meridionali a Torino: cittadini italiani, ma discriminati
esattamente e forse anche peggio degli immigrati di oggi. Sono stato ospite di quei
lavoratori nelle soffitte e nei retrobottega trasformati in alloggi dove, nei pochi letti
disponibili, si alternavano gli ospiti secondo i ritmi della turnistica di fabbrica. Questi
lavoratori "migranti" sono stati tra i principali protagonisti del più formidabile ciclo di
lotte che abbia investito la fabbrica torinese dal secondo dopoguerra, e le grandi
fabbriche "fordiste" dell'intera Europa. Erano "amati" dai lavoratori torinesi alla stessa
maniera in cui tanti lavoratori italiani "amano" oggi gli immigrati. Tuttavia
conquistarono rispetto e cittadinanza con le lotte formidabili di cui furono protagonisti.
Per qualche anno furono silenti e obbedienti alla disciplina del capitale per poi
rovesciarne il comando.
La grande ristrutturazione capitalistica, partita alla metà degli anni '70 a livello
mondiale è anche la risposta a quel ciclo di lotte che inceppò il meccanismo
dell'accumulazione. Nel 1973, all'incontro della Trilateral, presenti i grandi del
capitalismo europeo, del Giappone e degli Usa, tra questi Agnelli, Kissinger, Rotschild,
“eccesso di domanda” (il proliferare delle lotte sul salario e per il Welfare) ed “eccesso
di democrazia” (la permeabilità dei sistemi istituzionali ai conflitti sociali) erano
indicate come le distorsioni patologiche e sistemiche da combattere per ridare fiato ai
profitti. Sappiamo come è andata. Una classe operaia multinazionale e meticcia,
proveniente dall'Anatolia, dal Magreb, dai paesi dell'osso Appenninico e dalle isole del
Mediterraneo aveva inceppato i meccanismi dell'accumulazione capitalistica,
incrociandosi con le lotte dei popoli contro l'imperialismo (In Asia-America latina-
Africa) e con le lotte degli operai afroamericani nelle fabbriche di automobili degli USA.
La controffensiva liberista che ha avuto avvio deciso negli anni ottanta nasce qui.
Ancora una volta vale il principio: prima leggere le lotte operaie e "poi" i movimenti
del capitale.
I migranti, centinaia di milioni in tutto il mondo, sono stati e sono in Italia parte
essenziale della classe operaia. Lo dice anche l'alto tasso di sindacalizzazione,
superiore a quello degli autoctoni nel nostro paese, e se non bastasse lo dicono, ancor
meglio, le lotte di cui si sono resi protagonisti in un ganglio vitale della produzione
delle merci: la logistica. Sono concentrati nei settori meno qualificati della forza lavoro
e più sfruttati, hanno salari inferiori agli autoctoni, ma per questo non sono meno
combattivi.
Certo, oggi siamo dentro una nuova fase. L'Europa è investita da un esercito di
profughi e migranti che premono alle frontiere, che scappano dalle guerre e dalla fame
per trovare un destino migliore nel nostro continente. Sono tra quelli costretti a
migrare i più fortunati (perché ancora vivi), molto spesso i più scolarizzati, con
retroterra famigliari economicamente favoriti, spesso con parenti residenti in Europa,
in grado di sostenere i costi notevoli dei viaggi e delle traversate, imposti dai trafficanti.
Meno, certamente meno, fortunati/e quelli che migrano all'interno dei loro stessi
continenti, talvolta in paesi anch'essi poveri, ma che offrono una qualche miserabile
possibilità in più. Molti, molti di più sono quelli/e costretti alle migrazioni interne dalle
desertificazioni e dall'espulsione dalle campagne in cui vivevano, dall'introduzione dei
sistemi di produzione capitalistica in agricoltura e dallo sviluppo delle monoculture. Le
megalopoli africane, asiatiche, sudamericane con le loro immense periferie dense di
miseria ce lo mostrano. Sono migranti interni i centinaia di milioni di lavoratori cinesi
che hanno lasciato senza permesso le campagne in cui vivevano e che popolano le
grandi fabbriche. Nel settore della manifattura e delle costruzioni sono stati
protagonisti di molti conflitti. Una novità? Non direi: un aspetto necessario e
conseguente della crescita del mercato mondiale. Sono migranti anche gli ottantamila
italiani che vivono a Londra, non tutti impiegati nel settore immobiliare o nella finanza
o nella ricerca, come i migranti di altri paesi dell'Europa attirati nella megalopoli
britannica dalla possibilità, fino a ieri, di accedere oltre che a maggiori opportunità di
lavoro, spesso precarie e malpagate, anche a un sistema di welfare più generoso. Così
hanno fatto anche molti bengalesi immigrati in Inghilterra dopo aver acquisito la
cittadinanza italiana e quindi europei a pieno titolo - tra questi alcuni nostri compagni
del Prc di Padova - nonostante avessero un'occupazione con salari di fabbrica,
qualcuno anche con significative professionalità.
I migranti sono parte costituente e centrale della classe a livello mondiale.
Si riversano verso l'Europa per l'insostenibilità delle condizioni di vita dei loro paesi e
vanno a coprire i buchi che nel succedersi delle generazioni si sono determinati nella
asfittica demografia del nostro continente. Il primo e il secondo paese manifatturiero
in Europa, la Germania e l'italia, sono da questo di vista già alla canna del gas. Le
ultime statistiche relative alla popolazione in Italia sono chiarissime: senza l'apporto
dei migranti, dei migranti che già ci vivono e di quelli che verranno, il nostro è un
paese già morto.
Per la Germania nei prossimi anni, sindacati e Confindustria si stanno già organizzando
in questo senso: ci sarà bisogno di milioni di nuovi lavoratori soltanto per sostituire
quelli che andranno in pensione, in larga parte skilled, qualificati, e molti di loro non
potranno essere tedeschi.
Da questo punto di vista, nonostante la crisi e la ristrutturazione capitalistica, le
necessità delle economie e delle società europee sono evidenti. Senza nuovi ingressi
non si va da nessuna parte. Un milione di rifugiati e richiedenti asilo nel 2015 - il totale
degli ingressi in Europa – è un numero assolutamente risibile rispetto alle capacità di
accoglienza della prima economia mondiale; è il minimo necessario rispetto alle
insufficienti capacità riproduttive di gran parte dei paesi europei.
Ciò nonostante abbiamo un tasso di disoccupazione superiore al 10%. Ciò nonostante
i formidabili livelli di disoccupazione giovanile nel nostro paese. Perché? Perché solo
gli imbecilli guardano al mercato del lavoro e alla realtà italiana con l'ottica del
contabile. Il mercato, la domanda e l'offerta di lavoro sono profondamente stratificate
e territorializzate. Nel Veneto, Verona ha un tasso di disoccupazione inferiore al 5%;
in alcune zone della provincia di Rovigo si arriva al 18%. I giovani del sud preferiscono
migrare al Nord oppure all'estero - fenomeno in netta ripresa - piuttosto che andare a
raccogliere i pomodori o i meloni in Puglia. Poca concorrenza e minima sovrapposizione
nel mercato locale, la stragrande maggioranza di chi piega la schiena nei campi per
pochi euro al giorno, di chi lavora con paghe da fame in molti appalti della Fincantieri,
lo fa costretto dal ricatto del permesso di soggiorno da rinnovare, o sotto la sferza dei
caporali. Il punto è esattamente questo. La frammentazione e la stratificazione che
riguarda in generale la forza lavoro come elemento fondante della Governance del
mercato della forza lavoro dal punto di vista del capitale. Stratificazione e
frammentazione che passano anche attraverso l'etnicizzazione di determinate tipologie
di lavoro, anche settoriale.
Per andare a un passato recente, nei primi anni di questo secolo, in un periodo di forte
crescita dell'economia italiana e globale, quando ai cancelli delle fabbriche e dei
cantieri c'erano i cartelli “cercasi operai” (come negli anni ‘60), il movimento operaio,
il sindacato italiano, ma anche Rifondazione comunista - allora una grande forza con
milioni di voti e più di 100mila iscritti - non seppero cogliere la necessità di connettere
strettamente la difesa dell'articolo 18 alla lotta contro la Bossi/Fini interpretandola per
quello che essa è. Una legge che regolamenta il mercato del lavoro prima che i flussi
immigratori, connettendo contratto di lavoro e permesso di soggiorno, consegnando
così milioni di lavoratrici e lavoratori al conseguente, facile, ricatto dei datori di lavoro.
La frammentazione e la precarizzazione di tutta la forza lavoro è passata anche da qui,
anzi ha avuto qui uno snodo legislativo fondamentale.
La federazione di Rifondazione comunista di Padova, che come struttura organizzata
del Prc fu la sola a sostenere materialmente e politicamente lo sciopero dei migranti
di Vicenza contro la Bossi Fini nel Veneto, fu anche l'unica a fare almeno una decina
di assemblee e manifestazioni nella provincia di Padova lanciando la parola d'ordine
della mobilitazione unitaria contro l'attacco portato all'art 18 e la Bossi-Fini. Ci sono
non poche/i compagne/i immigrati che sono ancora iscritti al nostro partito da quelli
anni, che costruirono allora con noi la nostra "Rete del lavoro migrante", a sottolineare
la nostra chiara differenza dalle posizioni, talvolta interessate, dell'accoglienza
compassionevole. Una battaglia persa, sostanzialmente non fatta nelle forme
necessarie, per la miopia e l’opportunismo delle organizzazioni sindacali e politiche che
avevano iscritte nelle loro bandiere e nei loro programmi la rappresentanza del mondo
del lavoro.
Il punto della questione mi pare essere assolutamente chiaro. I profughi e i migranti
che premono alle frontiere europee devono poter "entrare" attraverso canali puliti e in
maniera legale, con permessi di soggiorno che garantiscono la possibilità di accedere
al mercato del lavoro senza ricatti. Confini nazionali e barriere, che merci e capitali
superano con grande facilità, sono invece un formidabile strumento di regolazione e
gestione del mercato del lavoro. Lo sono negli Stati Uniti dove 10 milioni di clandestini
garantiscono l’abbattimento dei costi di riproduzione della forza lavoro nell’agricoltura
e nei servizi, lo sono nel paese del sol levante dove i migranti dalla Nigeria, dal
Bangladesh , vivono per anni da reclusi nelle fabbriche dove lavorano, a paga globale,
senza diritti e senza alcuna possibilità di organizzarsi, per poi riportare nei paesi di
origine soldi, che nei contesti locali, sono cifre importanti: lavoro servile a basso prezzo
per i padroni Giapponesi, da questo punto di vista in continuità con la loro storia
imperiale.
A noi il compito di organizzare politicamente questi lavoratori, costruire con loro e con
gli autoctoni le condizioni per rompere per tutti/e confini e barriere, le gabbie della
precarietà e dello sfruttamento.
Un terreno di iniziativa oggi possibile, a partire da una nuova capacità di lettura dei
luoghi dello sfruttamento e l’oggettiva fragilità interna di alcuni settori, oggi centrali o
comunque importanti dal punto di vista della ristrutturazione capitalistica e dei profitti
che sono in grado di generare.
Faccio due soli esempi per essere chiaro: il turismo e l’agricoltura. Realtà di larga
diffusione di livelli altissimi di precarietà e sfruttamento ma, al contempo, costretti
dentro le logiche necessarie degli andamenti stagionali, tremendamente sensibili allo
sviluppo dei conflitti.
Una battaglia di classe, il terreno della ricostruzione dell’internazionalismo proletario
fuori e contro il dominio del capitale, contro i populismi nazionalistici di ogni colore,
per una società senza classi.
Il lavoro non ha patria. Nostra patria è il mondo intero.
Paolo Benvegnù
segretario regionale di Rifondazione comunicazione del Veneto
Rifondazione comunicazione del Veneto
venerdì 24 giugno 2016
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