OGM NEL PIATTO, GLI ITALIANI RESTANO SCETTICI.
La presenza di questi prodotti negli alimenti è più diffusa di quanto non si creda perché in percentuali basse non sussiste obbligo di inserirli nelle etichette.
Gli italiani, come del resto gran parte degli europei, non vedono di buon occhio gli alimenti modificati geneticamente (Ogm). Nonostante una parte considerevole della comunità scientifica tenda a considerarli innocui, l'opinione pubblica è comunque diffidente. Si preoccupa non tanto di ciò che sappiamo, ma di quello che ancora non conosciamo e tende a preferire la cautela, rimandando a data da destinarsi l'impiego su vasta scala di questi prodotti (che negli Stati Uniti sono invece coltivati e mangiati comunemente).
La Commissione Europea sostiene la tesi della coesistenza fra le due filiere, ma lascia agli stati membri la responsabilità di definire tempi e modi per l'applicazione. L'Italia, come molte altre nazioni, tende per ora a frenare il più possibile la diffusione degli Ogm sul proprio territorio.
Ciò non significa tuttavia che gli Ogm non siano presenti nei piatti degli italiani. La legge attuale stabilisce infatti che debbano essere denunciati sull'etichetta solo se la loro percentuale supera lo 0,9% di ogni specifico ingrediente. Una soglia di tolleranza in parte legata alle difficoltà tecniche di separare le filiere Ogm e non Ogm, che espone tuttavia i cittadini alla possibilità di mangiare sostanze modificate geneticamente.
Una possibilità concreta?
I pareri divergono su questo punto. Ufficialmente i cibi Ogm sono quasi inesistenti in Italia, ma sono in molti a suggerire che la loro presenza sia più alta rispetto alle stime delle autorità.
I cibi che con più probabilità possono contenere Ogm sono quelli che contano fra i propri ingredienti il mais e la soia. Questi due vegetali sono alla base di moltissimi alimenti. L'industria alimentare ne estrae comunemente amidi modificati, che vengono impiegati in moltissimi cibi diversi, fra cui le merendine e i prodotti da forno. Altri derivati di soia e mais, come la lectina di soia e lo sciroppo di glucosio, possono essere anch'essi estratti da vegetali Ogm e venir poi impiegati rispettivamente nella preparazione di piatti pronti e succhi di frutta.
E poi c'è la questione dei mangimi. Alcuni studi scientifici considerano improbabile che gli Ogm impiegati per alimentare il bestiame e il pesce possano attraversare la catena alimentare fino all'uomo. Anche la prestigiosa Accademia dei Lincei si è espressa in tal senso nei mesi scorsi.
Ma molte associazioni che tutelano i consumatori sono convinte che gli studi fin qui effettuati non siano sufficienti, perché troppo brevi e spesso realizzati dalle stesse aziende che commercializzano i prodotti in questione. Di fatto, il 90% degli Ogm importati in Italia sono impiegati proprio per nutrire gli animali d'allevamento e sebbene la legge attuale imponga anche per essi la denuncia sull'etichetta se la percentuale supera lo 0,9%, non vi è al momento alcun obbligo di comunicare ai consumatori che la carne che acquistano proviene da allevamenti alimentati con Ogm.
Determinare la presenza di Ogm nel cibo è tutt'altro che facile.
Il test attualmente utilizzato si chiama Pcr (Polymerase chain reaction), ma è poco affidabile quando gli alimenti sono sottoposti a un intenso processo di trasformazione. È anche a causa di questa difficoltà che le autorità stanno introducendo regolamenti finalizzati a garantire la tracciabilità fino al campo, in modo da poter determinare con più sicurezza l'eventuale presenza di alimenti modificati geneticamente. Ma si tratta di un processo tuttora in corso, che si scontra con molte difficoltà, fra cui l'alto costo dei controlli sul territorio di produzione, che molto spesso si trova all'estero.
Infine, non esiste al momento alcun archivio ufficiale che raccolga i prodotti alimentari in commercio che contengono sostanze modificate geneticamente.
Il Sole 24 Ore, 22 dicembre 2005
Green Planet
giovedì 22 dicembre 2005
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