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AGRICOLTORI SI RI-MOBILITANO CONTRO I SEMNI "TERMINATOR".

Un gruppo di agricoltori indigeni peruviani presenta una ricerca per contrastare il tentativo del Canada di rimettere in circolazione i semi “terminator”.

I semi terminator funzionano infatti solo una volta, e per la successiva coltivazione gli agricoltori devono tornare a rivolgersi ai fornitori. Questi semi, che non si rigenerano come quelli tradizionali, favorirebbero ampiamente le multinazionali, a discapito dei coltivatori. Al momento, la commercializzazione dei semi terminator è bloccata da una moratoria delle Nazioni Unite (Onu). Ma un gruppo di paesi guidati dal Canada ha sfidato la regolamentazione di sicurezza dell’Onu, con la creazione di una Convenzione sulla diversità biologica, con sede a Montreal, volta ad aprire nuovi dibattiti sull’allentamento della moratoria su questi semi. Finora, una delle maggiori mobilitazioni per contrastare questo tentativo è venuta non da esperti e funzionari, ma dai peruviani, secondo quanto dichiarato da Michel Pimbert, dell’Istituto internazionale per l’ambiente e lo sviluppo (IIED) con sede a Londra, che promuove lo sviluppo sostenibile a livello locale. Dopo aver monitorato i metodi di coltivazione, circa 70 capi indigeni in rappresentanza di 26 comunità delle Ande e dell’Amazzonia si sono riuniti per due giorni in un villaggio montano lo scorso mese, per mettere insieme i dati raccolti e valutare i danni che potrebbero causare i semi terminator. “Quando succede che i cittadini emarginati ed esclusi si fanno avanti e parlano in questo modo?”, ha detto Pimbert all’IPS. Gli agricoltori indigeni peruviani sono riuniti nell’Associazione Quechua-Aymara per la natura e lo sviluppo sostenibile (ANDES), e nell’IIED, un’assemblea generale largamente composta dai popoli indigeni dei villaggi andini. “I popoli indigeni e i gruppi emarginati non hanno praticamente nessuna voce in capitolo, quando si tratta di politiche e legislazioni”, ha segnalato Pimbert. “Queste erano le voci dei più poveri tra i poveri, che vivono nelle zone calde della biodiversità”. I funzionari dell’Istituto di Montreal avevano riconosciuto che l’input degli agricoltori indigeni peruviani fosse il più forte mai ricevuto prima, ha proseguito Pimbert. Gli agricoltori indigeni hanno riferito che i coltivatori peruviani e i piccoli agricoltori in tutto il mondo “dipendono dai semi ottenuti dal raccolto, come principale fonte di semi da usare nei cicli agricoli successivi”. Ma le loro ricerche sono andate oltre, ad analizzare i diversi aspetti di un possibile cambiamento. Gli agricoltori “hanno esaminato le prove e valutato i rischi legati alla tecnologia dei terminator per la terra, per i sistemi spirituali e per le donne, che sono le custodi dei semi”, ha detto Pimbert. Gli agricoltori hanno anche dimostrato che il Terminator (Tecnologia di restrizione dell’uso genetico) farebbe diventare sterili e di fatto ucciderebbe gli altri raccolti e la vita vegetale in generale, aumentando allo stesso tempo l’affidabilità dei coltivatori delle grandi aziende agricole, che stanno già brevettando i semi tradizionalmente in possesso dei popoli indigeni. Essi hanno riferito che i benefici andrebbero ai sistemi delle “monoculture” industrializzate, a discapito della conoscenza agricola locale sperimentata e testata. E hanno avvertito che, solo in Perù, 2.000 varietà di patate verrebbero messe a rischio dalla tecnologia Terminator. È grazie al Perù che esistono le patate nel mondo. “I semi terminator non hanno vita”, ha dichiarato Felipe Gonzalez, della comunità Pinchimoro. “Come una piaga, questi semi verrebbero ad infettare le nostre coltivazioni, facendole ammalare. Vogliamo continuare ad usare i nostri semi e le nostre usanze di conservazione e condivisione dei semi”. Di recente, l’impresa Syngenta, con sede in Svizzera, ha vinto il brevetto sulle patate Terminator, ma per la Convenzione Onu sulla diversità biologica, non le può commercializzare. La proposta degli agricoltori peruviani verrà esaminata in una conferenza su questa tecnologia agricola a Granada, in Spagna, alla fine dell’anno. Il tema della moratoria verrà trattato in un’altra conferenza sulla diversità biologica che si terrà in Brasile a marzo 2006. “Tali voci e ricerche verranno comunicate formalmente in queste occasioni”, ha detto Pimbert, aggiungendo che si cercherà di sfidare le affermazioni degli accademici secondo cui la tecnologia Terminator è sicura. I leader indigeni peruviani stanno sollecitando l’Onu affinché esponga i pericoli di questa tecnologia e sostenga la moratoria. Chiedono inoltre che i popoli indigeni abbiano una voce in questo processo, pari all’influenza della lobby della grossa industria agricola. “La moratoria Onu aiuta a proteggere la conoscenza agricola indigena millenaria, l’agrobiodiversità e la sicurezza alimentare globale che essa rende possibile”, ha detto in una dichiarazione Alejandro Argumedo, co-direttore di ANDES. “Non possiamo permettere che la corsa allo sfruttamento della tecnologia Terminator per il profitto delle multinazionali arrivi a sabotare le vitali politiche per la biosicurezza internazionale”. (Inter Press Service News Agency, 21 ottobre 2005)


Green Planet

venerdì 21 ottobre 2005


 
News

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