Cerca Contatti Archivio
 
Maggio 2013, uno sguardo alla Palestina.

Cari tutti e tutte, E’ passato qualche giorno dall’anniversario della Nakba (catastrofe) che commemora da parte palestinese la nascita dello Stato d’Israele il 15 maggio 1948. Ogni anno si svolgono delle manifestazioni e anche questa volta si sono verificati scontri in Cisgiordania e in Israele: anzi, la situazione sociale è in continuo deterioramento nei Territori Occupati, mentre dal punto di visto politico-istituzionale non vi è traccia di alcun movimento che possa rompere lo stallo diplomatico. Proprio in questo momento storico, quando di Palestina non se ne parla, Altragricoltura Nordest prosegue nel suo sostegno a Jamila e Diya con la raccolta fondi per le cure mediche che i due adolescenti devono sostenere. Un gesto che è tanto piccolo per noi quanto grande per i due ragazzi.

Un gesto che tramite l’Associazione Gazzella onlus rappresenta anche un contributo a non lasciare la popolazione di Gaza e i Palestinesi alla mercé delle politiche discriminatorie e vessatorie di Israele o alla beneficenza dei Paesi arabi del Golfo: Arabia Saudita e Qatar, infatti, stanno investendo milioni soprattutto a Gaza per consolidare le forze e le politiche più conservatrici dal punto di vista sociale. Qui il link ad un articolo di Michele Giorgio sul Manifesto dell’11 maggio (http://nena-news.globalist.it/#http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74247&typeb=0&Loid=200&Benvenuti-nello-Stato-di-Gaza-http://nena-news.globalist.it/#http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74247&typeb=0&Loid=200&Benvenuti-nello-Stato-di-Gaza-) e riportato da NENA-NEWS.GLOBALIST.IT E’ indubbio come in tutto il mondo arabo oggi sia in atto uno scontro politico molto duro tra molti dei soggetti che hanno condotto le rivolte nel 2011 e le forze islamiste che, invece, hanno raccolto i frutti della caduta dei regimi grazie alle capacità organizzative, ai finanziamenti dal Golfo e al declino politico e culturale delle forze laiche, nazionaliste e di sinistra tradizionali. Ciononostante, le loro pratiche di governo si sono finora dimostrate fallimentari, o comunque incapaci di imporre nei fatti e nella legge quelle rigide e ideologiche norme di comportamento e di relazione a delle società arabe che con grande forza hanno rivendicato libertà e giustizia col nome di dignità (karama). Nulla vieta, però, che i dirigenti e le forze islamiste imparino dai propri errori e si facciano più scaltri nell’esercizio del potere. Dall’altra parte, stanno riemergendo con forza in Tunisia gli esponenti del vecchio regime di Ben Ali che si presentano come gli “unici” baluardi contro l’Islam politico, combattendo e marginalizzando tutte le forze sociali e di sinistra che si sono battute in questi ultimi mesi e anni per riconquistare agibilità politica e radicamento territoriale. Con le dovute considerazioni, si guardi l’intervista a Hamma Hammami (http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=72424&typeb=0&Loid=200&VIDEO-Hammami-racconta-la-sua-Tunisia) , dirigente comunista tunisino. Vecchi del regime e islamisti condividono nei fatti le stesse politiche economiche, e lo stesso spirito di “classe” nel senso di opposizione strenua e radicale contro ogni forma di auto-organizzazione delle forze popolari e dei gruppi subalterni: siano questi lavoratori, minoranze e donne. Governi ed imprese europei e statunitensi non brillano per il loro sostegno alla libertà e alla giustizia per i “subalterni”: né ieri né oggi, come dimostrano i casi di Tunisia, Egitto, Bahrain per non parlare di Libia e Siria (http://www.connessioniprecarie.org/2013/03/18/siria-una-riflessione-amara/) .

Vista la situazione politica, la manifestazioni svoltesi a Gaza, in Cisgiordania e in Egitto per il Primo Maggio assumono un carattere ancor più significativo e dimostrano come le società arabe non possano e non vogliano essere confinate nelle comode categorie del “sono tutti fanatici religiosi”, “sono terroristi”, “è troppo complessa la situazione laggiù”: considerazioni comuni queste che, purtroppo, hanno l’effetto pratico di erigere un muro (un altro muro…) di supposta “diversità” tra un “noi” e un “loro”. Un muro tanto alto quanto il Mediterraneo continua ad essere un mare che uccide i migranti che desiderano realizzare i propri progetti di vita in Europa, come ci ricorda Gabriele del Grande nei suoi reportage e inchieste sul blog di Fortress Europe. Le mobilitazioni per il primo Maggio non sono però stanchi rituali che si svolgono una volta all’anno, dopo i quali tutto procede al solito. Anzi. La crisi sociale che ha travolto il mondo arabo e che ha contribuito allo scoppio delle rivolte è stata preceduta da una stagione di mobilitazioni del mondo del lavoro di cui non si aveva memoria negli ultimi decenni. Ricordiamo tra il 2005 e il 2008 in Egitto la conquista prima da parte degli esattori pubblici delle tasse e poi dei lavoratori auto-organizzati dei centri industriali del diritto di costituire sindacati autonomi, dunque al di fuori delle organizzazioni istituzionali e legate a doppio filo con i regimi al potere. E gli scioperi continuano (http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=73152&typeb=0&1-maggio-La-lotta-dei-lavoratori-egiziani) anche durante e dopo le rivolte che hanno portato nel febbraio del 2011 alla caduta di Mubarak: perché la giustizia sociale si accompagna alla libertà in modo parallelo, e non secondo la famigerata formula dei “due tempi”. “Secondo uno studio sui movimenti dei lavoratori pubblicato da ECESR domenica 28 aprile 2013, nel 2012 ci sono stati 3187 scioperi e proteste sociali per motivi economici, che ci sono concentrati soprattutto tra luglio e dicembre, cioè nei sei mesi successivi all'elezione di Mohammed Morsi. Un numero che continua a salire: tra gennaio e marzo 2013 sono state registrate più di 2400 proteste”. Del resto, nel mondo arabo, e in particolare in quei Paesi che hanno conosciuto dei cambi di governo, i motivi di conflitto rimangono perché la situazione economica è peggiorata in termini calo della produzione e aumento della disoccupazione e del costo della vita: “Secondo le stime sulla crescita della popolazione, nel 2020 la regione necessita di 185 milioni di posti di lavoro. Il che significa che ne dovranno essere creati 105 milioni nei prossimi 7 anni” secondo quanto riportato da Giorgia Grifoni per NENA News. Per chi volesse, consigliamo di leggere i dossier preparati dall’Egyptian Center for Economic and Social Rights (http://ecesr.com/en/ ), dal Middle East and North Africa Observatory (http://www.menaobservatory.org/?lang=en), dal Centre d'Études et de Documentation Économiques, Juridiques et Sociales (http://www.cedej-eg.org/) e dal Cercle des économistes arabes (http://www.economistes-arabes.org/Cercle_des_economistes_arabes/Accueil.html) .

La situazione economica e sociale nei Paesi arabi rimane molto difficile e in Palestina in particolare. Secondo Carine Metz, del Democracy and Workers' Rights Center, “In generale, uno su cinque lavoratori palestinesi è disoccupato (22,9%), una percentuale che aumenta ad uno su tre nella Striscia di Gaza (32,2%), che è stata sottoposta ad un blocco nei sei anni scorsi. Un quarto della popolazione vive nella povertà - nel 2011, il 25,8% vive sotto la linea di povertà, il 17,8% in Cisgiordania e il 38,8% nella Striscia di Gaza - e il 12,9% sotto la linea di povertà estrema (il 7,8% nella Cisgiordania e il 21,1% nella Striscia di Gaza)”. Ancora, “I giovani e le donne sono particolarmente colpiti dalla situazione: la disoccupazione schizza al 31,7% per le donne e a 39,5% per i giovani tra i 20 e i 24 anni”. E il fattore discriminante per la situazione economica in Palestina rimane l’occupazione israeliana e il sequestro sistematico delle risorse del territorio: acqua, terre coltivabili, vie di comunicazione. Quell’occupazione delle vie di comunicazione e di scambio che trasforma la Striscia di Gaza in un’enorme prigione a cielo aperto e che rende difficile a Jamila e Diya accedere alle cure di cui hanno bisogno. Oggi. Il Mediterraneo e i Paesi che vi si affacciano sono oggi uno degli snodi in cui la crisi globale trova la sua dimensione territoriale e sociale e dispiega tutta la potenza della povertà, della disoccupazione, della distruzione ambientale e dei legami sociali. Ogni territorio e popolazione leggono e traducono in lingue diverse fenomeni che sono simili tanto nelle logiche di appropriazione e distruzione quanto nelle pratiche di solidarietà, partecipazione e umanità.
AltrAgricoltura Nord Est

sabato 18 maggio 2013


 
News

Nuova protesta degli agricoltori a Bruxelles, 250 trattori intorno alle sedi Ue. Roghi davanti all’Eurocamera: polizia usa idranti e lacrimogeni.
Circa 250 trattori hanno bloccano le strade principali del quartiere delle istituzioni Ue a Bruxelles chiamati a manifestare da Fugea, dalla Federazione dei Giovani Agricoltori (FJA), dalla Federazione Vallone dell’Agricoltura ( Fwa), dalla Rete di sostegno all’agricoltura contadina (RéSAP) e dal Coordinamento europeo. >>



Gates e Zuckerberg puntano sull'agricoltura: "Cibo vero solo per ricchi"
Altro che carne sintetica e dieta vegetale. I grandi imprenditori dei Big Data sembrano andare proprio nella direzione opposta. Mentre, infatti, la sostenibilità planetaria spinge le economie a orientarsi verso la produzione di cibo sintetico, loro investono su terreni agricoli e sulla produzione di carne tradizionale di altissima qualità. E naturalmente altissimi costi e ricavi. >>



FPP2 GRATIS, ANNUNCIO DI BIDEN, COSA ASPETTA DRAGHI?
Il presidente USA Biden, raccogliendo la richiesta che da tempo avanza Bernie Sanders, ha annunciato che gli Stati Uniti forniranno mascherine ffp2 gratis ai cittadini. >>