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Microazioni e grandi strategie.

Le azioni di cambiamento individuale e locale, come andare in bici e acquistare prodotti a chilometro zero, sono davvero utili? Di certo possono aiutare a ridurre i consumi, ma è difficile che si trasformino in danni irreparabili per la megamacchina, perché dietro ogni azione si intrecciano problemi etici, politici e psicologici. E perché il sistema è sempre pronto a reagire, come ha dimostrato con l’invenzione della green economy. Tuttavia, suggerisce il commento in coda a questo articolo, sappiamo che più che distruggere la megamacchina è meglio sperimentare un altro fare, tra gratuità, autodeterminazione, mutuo soccorso.

La rubrica «Ethical living» apparsa su Internazionale del 5 aprile 2013 (pag. 96) ha un titolo minimalista ma affronta uno snodo assolutamente non secondario dei comportamenti sociali. Il titolo «Piccole soluzioni» potrebbe indurre in errore e il testo continua con considerazioni apparentemente di ridottissima importanza; poi, parola dopo parola, emergono errori e contraddizioni importanti, soprattutto che sollecitano la coscienza politica di molti. Questo il testo, che riportiamo integralmente: «”Mi piace fare giardinaggio e andare in bici. Compro prodotti locali ogni volta che posso. Ma non penso che le mie scelte salveranno il mondo”, scrive Susie Cagle sulla rivista ecologista online Grist. Il suo punto di vista è condiviso da Greg Sharzer autore del libro No local: why small-scale alternatives won’t change the world, in cui sostiene che il localismo è una strategia di sopravvivenza, non un movimento né la soluzione: la valorizzazione dei piccoli atti individuali deriva da un profondo pessimismo, che porta a perdere di vista i veri nodi del problema. In altre parole, si consiglia di andare in bici, ma non si fa nulla per contrastare i poteri che ci rendono dipendenti dal petrolio. Si suggerisce di coltivare un orto biologico, ma non ci si batte per i diritti delle persone che raccolgono l’insalata per due soldi. Per Sharzer questa strategia non può cambiare il sistema. Piuttosto che concentrarsi sui comportamenti individuali, si dovrebbe agire in modo collettivo e globale. Ma non tutti la pensano così. Il localismo è una risposta pragmatica ai problemi della società, ma è soprattutto un modo per coinvolgere le persone in un progetto più ampio, sostiene Susie Cagle. Si cerca una micro soluzione a un piccolo problema e, passo dopo passo, si coinvolgono di più le persone, si approfondisce l’analisi e ci si prepara a combattere battaglie più grandi. Le micro soluzioni possono non essere abbastanza, ma se aiuteranno a nutrire un movimento, conclude, Cagle, avranno un impatto enorme». In modo un po’ schematico, ma indubbiamente chiaro, la rubrica pone il problema dei rapporti tra le azioni che possono essere compiute a livello personale e l’impegno in strategie portate avanti da un numero consistente di persone, pone cioè la questione della incidenza delle varie possibili forme di opposizione ai drammatici meccanismi di danno ambientale di portata mondiale. La riduzione dei consumi Senza discutere il fatto innegabile che il problema esiste e che se ne discute troppo poco anche nelle fasce più sensibili e più radicali del movimento, nei confronti dell’urgenza di definire delle strategie concrete per modificare i rapporti tra l’uomo e la ecosfera, si devono precisare alcuni aspetti essenziali della questione. In primo luogo, le «piccole scelte» (le microazioni), se vengono decise e svolte con l’intenzione di sottrarsi alle logiche del sistema dominante, hanno un significato anche economico, nel senso che ognuna di esse per piccola che sia riduce i consumi e in genere riduce proprio i consumi meno utili dai quali il sistema produttivo spesso trae il massimo dei profitti. Inoltre queste piccole azioni possono essere imitate con molta facilità anche da persone che ignorano la gravità dei problemi ambientali o i condizionamenti che le grandi multinazionali imprimono su di loro; è probabile che siamo già di fronte a comportamenti imitativi che possono aumentare in tempi brevi fino a diventare dei mutamenti massicci.

Danneggiare la megamacchina In secondo luogo, a livello dei movimenti di base e non soltanto nel nostro paese, stentano ad emergere delle strategie di opposizione al sistema dominante a carattere globale ampiamente condivise. Si può certamente registrare un moltiplicarsi di iniziative e di azioni che tentano di colpire ora questo ora l’altro meccanismo produttivo dannoso oppure la fonte di un grave danno ambientale, però molto spesso queste iniziative si esauriscono rapidamente, senza essere riuscite a incidere in profondità e soprattutto in modo duraturo sui meccanismi ritenuti prioritari in termini strategici. In genere, poi, gli organismi o i gruppi impegnati si consolano affermando di aver almeno suscitato una maggiore sensibilità nelle popolazioni più colpite o all’origine dei danni e poi, dopo qualche mese, individuano altri obiettivi sui quali si concentrano, mentre i meccanismi precedenti ricadono nell’ombra della comunicazione anche internazionale, e continuano, senza aver subito perdite, a danneggiare l’umanità e il pianeta. Siamo quindi ancora in una fase in cui le strategie globali stentano ad emergere e a durare, ma soprattutto sono ben lontane dal superare il livello della sensibilizzazione e della presa di coscienza superficiale, mentre non riescono a suscitare movimenti duraturi che regolino la loro azione sulla base dei danni non riparabili che riescono a infliggere alla megamacchina. Un fenomeno complesso Ancora, terzo aspetto, non sembra si possa dare per scontato che la diffusione delle micro azioni costituisca il primo gradino della successiva maturazione politica e della capacità di mobilitazione su scala nazionale (e tanto meno su scala maggiore). Purtroppo i processi di emersione di nuovi bisogni, di presa di coscienza di esigenze collettive, di comprensione delle forme che devono assumere le reazioni diffuse per diventare delle scelte politiche operative ed incisive, sono evidentemente molto più complessi e richiedono passaggi sia etici che morali, sia psicologici che caratteriali per diventar spinta all’azione e spinta alla mobilitazione collettiva. Su alcuni di questi passaggi, inoltre, non c’è alcuna chiarezza teorica e scientifica e si continua a sospettare che agiscano anche fattori esterni o non percepibili dagli esseri umani anche più duramente colpiti. Quindi la fede che dalla diffusione di certe azioni, specie se minime e alla portata di tutti, si possa passare automaticamente alla nascita di un movimento capace di sovvertire logiche economiche vecchie di secoli e profondamente radicate nei peggiori sentimenti degli animi umani. Inoltre siamo in una fase storica molto delicata, in cui le mutazioni climatiche si stanno accumulando in modo molto negativo in tempi rapidi e in accelerazione; quindi i fenomeni sociali più positivi che dobbiamo continuare ad immaginarci e a coltivare, potrebbero non avere davanti a se tempi sufficienti per una piena esplicitazione coronata da successo. Le reazioni del sistema Infine, un quarto aspetto da evidenziare riguarda poi le reazioni del sistema dominante, che non guarda certo con indifferenza le mutazioni sociali in fase embrionale, ma produce continuamente degli anticorpi che tendono a ostacolare, rallentare o riassorbire le micro azioni, specie se attraversano una fase virulenta ed entusiastica. E spesso i movimenti di base tendono a sottovalutare la pervasività e la macabra intelligenza della megamacchina; in questo momento la pubblicizzazione della cosiddetta «green economy», pura ricerca di settori completamente nuovi per fare profitti senza intaccare minimamente le logiche precedenti, è un esempio di pericolosa modalità delle reazioni sistemiche.

Ovviamente tutte queste considerazioni non cercano di smontare o ridimensionare la ricerca di micro azioni e scelte personali che si contrappongano come logica e aspirazioni al sistema dominante, anzi. Siamo infatti convinti che si debba continuare con tutte le forze su questa strada, ma riteniamo essenziale non dimenticare mai le dimensioni e le capacità distruttive del sistema e partecipare attivamente anche alla elaborazione e all’aggiornamento continuo di strategie di contrapposizione di carattere generale, che tengano conto della complessità della mega macchina. Inoltre in questa fase storica, nessuna persona , specie se impegnata nella ricerca di alternative, deve ignorare il fatto che il sistema capitalistico ha cominciato a segare il ramo su cui è seduto, o in termini un po’ più scientifici, sta erodendo in profondità le risorse naturali di cui si è nutrito finora e risente, ancora in modo indiretto, della miriade di inquinamenti che produce ogni giorno. In altre parole, dovremmo ogni giorno, compiendo le azioni alla nostra portata (personali, collettive, strategiche), tenere d’occhio i suoi piedi di argilla e magari sciogliere gradualmente il fango e la creta che lo sostengono, affilando in misura sempre maggiore i nostri strumenti e le nostre scelte di natura sociale. (di Alberto Castagnola, economista e obiettore di crescita (il suo ultimo libro è «La fine del liberismo», Carta), è animatore di reti dell’economia solidale. Negli ultimi mesi ha promosso con altri/e la nascita di Comune-info e del laboratorio urbano romano Reset (Riconversione per un’economia solidale ecologica e territoriale) 22 aprile 2013.
comune-info.net

martedì 30 aprile 2013


 
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