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Usa, il "MCimpiego" e le falsità sull'occupazione. "Part-time vuol dire povertà".

Ne aveva parlato più di dieci anni fa Naomi Klein in quel libro che è diventato un cult, “No Logo”, e già allora la questione dei “McJobs” stava diventando un serio pericolo per tutta quella classe dei lavoratori impiegati nel settore dei servizi e della vendita al dettaglio. Settore in rapida crescita dalla metà degli anni ’90, la vendita al dettaglio negli Stati Uniti ha conosciuto una fase di espansione senza limiti a seguito del fiorire ad ogni angolo di Starbucks e Walmart e quindi un’ impennata di richieste di lavoratori che, per esempio, si infilassero un mccappellino e vendessero hamburger per ricevere un compenso orario. Questa strategia di coprire ogni centimetro quadrato di territorio vergine con il proprio marchio e saturare il mercato per far fuori la concorrenza, è stata resa possibile dagli enormi margini di profitto che le aziende hanno fatto sganciandosi completamente dal ciclo della produzione dei prodotti e sub-appaltando a terzi quella delicata fase, apponendo poi sul prodotto finito il loro logo e vendendolo a cifre esorbitanti.

Che siano articoli sportivi, caffè lunghi con panna o oggettistica high-tech, questi prodotti sono costruiti per essere venduti nell’Occidente dei consumi, ragazzi che hanno bisogno di un lavoretto per pagarsi gli studi e che poi sono a loro volta consumatori. Proprio a questo punto sta il tocco di genio finale delle grandi catene: noi abbiamo nel nostro immaginario comune l’idea che fare il commesso da McDonald o lavorare in un negozio della Virgin, in America come in Europa, sia un lavoretto temporaneo adatto a giovani studenti che vogliono racimolare qualche soldo per regalarsi qualche piccola soddisfazione. L’idea cioè che questi siano lavori di passaggio per gente che non ha davvero bisogno di soldi, che devono fare piccoli part-time che gli permetta di dedicarsi alle loro vere vocazioni, finché non arriveranno le grandi cose che l’aspettano, altri sbocchi professionali post laurea. La precarietà del lavoro che non arriva mai alle ore sufficienti per far scattare il full-time diventa condizione dell’esistenza stessa di quel lavoro, spogliandolo di tutti i benefits (sindacati, aumenti di stipendio proporzionati al costo della vita, assicurazione…) e questa è una situazione che non accenna a fermarsi.

Nello scorso anno sono stati creati circa 260.000 posti di lavoro part-time negli Stati Uniti mentre circa 80.000 full-time sono stati cancellati. La volatilità che caratterizzava lo spostamento delle fabbriche da una zona franca all’altra (dalle Filippine alla Cina, per esempio), ora determina anche la fisionomia dei posti di lavoro: chi lavorava full-time per, mettiamo, Gap, viene licenziato e poi riassunto part-time attraverso agenzie a cui viene appaltato l’onere di coordinare e trattare con la forza lavoro che poi andrà a vendere le deliziose magliettine Gap. Se ha funzionato per la produzione in Indonesia, perché non anche per lo store a Madison Avenue? In questo modo i grandi nomi si scaricano da ogni peso legale e non di trattare con i propri commessi, che non risultano nemmeno loro dipendenti. Una questione vecchia di una ventina d’anni, che torna alla ribalta, con tutto il suo carico di domande inevase su quanto sia giusto questo sistema della cosiddetta “America part-time” , dopo un articolo del New York Times sul fenomeno Apple, impareggiabile per il numero di negozi di vendita al dettaglio aperti, eppure così restio a dividere le sue enormi ricchezze con i propri dipendenti.

Molti immaginano i nuovi lavoratori dell’industria tecnologica come una masnada di ingegneri e giovani smanettoni che si sono arricchiti grazie alla nuova età dell’oro inaugurata dal boom della mela morsa. Sbagliato. Secondo il N.Y. Times 30.000 dei 43.000 impiegati della Apple sono commessi negli Apple Store a una paga ben al di sopra della soglia minima dei 7.25 $ ma al di sotto della paga massima raggiunta in questo settore che arriva ai 12 $ l’ora. Vero è anche che la Apple offre dei benefits non da poco in un paese come gli U.S.A. dove nulla è scontato, come la temuta health care (l’assicurazione sanitaria) e la possibilità di comprare i prodotti a prezzi scontati. Ma secondo le stime lo scorso anno ogni impiegato degli Apple Store ha portato in cassa per la sua azienda 473.000 $, per ricevere una paga che si aggira intorno ai 25.000 $ l’anno, di certo insufficienti a fare progetti a lungo termine per la propria vita. “Certe volte lavorare per la Apple può sembrare come un cult, certe altre volte sembra di lavorare da McDonald, con un salario migliore” è quanto afferma un impiegato inglese, lui come tanti altri che sono spesso sottoposti a un lavoro molto stressante che va al di là delle qualifiche di un semplice commesso, soprattutto durante i lanci dei nuovi prodotti che raggiungono i livelli di isterismo di massa. Nonostante la Apple ha annunciato di voler alzare i salari dei propri impiegati, questa è solo la punta di un iceberg che in America le multinazionali hanno plasmato a loro immagine. Schiere di lavoratori part-time non soggetti a leggi sindacali con paghe da fame e nessun collegamento legale con le aziende per cui lavorano, cresciuti nella convinzione che il loro impiego sia passeggero e per questo restii a migliorare le proprie condizioni lavorative, anche se rimangono nello stesso negozio per anni. Questo è il nuovo concetto di lavoro nell’era della globalizzazione 2.0. (Autore: anastasia latini)
www.controlacrisi.org

giovedì 26 luglio 2012


 
News

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