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I fatti di Rosarno e i frutti avvelenati del mercato .

L’usa e getta degli indesiderabili, questa è la subcultura economica che ha prodotto i fatti di Rosarno. C’è tutto un sistema che si approfitta degli immigrati e che li costringe a vivere come non-persone. Poi arriva la persecuzione, la caccia al nero, con le cosche che una volta di più si mettono alla guida del paese, organizzando a modo loro le ronde e la tolleranza zero. Si vive accanto a persone offese nella loro dignità e private di ogni diritto, ma nessuno protesta. Si coltiva l’odio verso gli ultimi tra gli ultimi fino a perdere qualsiasi fondo di umanità. Dobbiamo chiederci in quale modo di vivere ci stiamo perdendo se c’è odio verso chi soffre l’ingiustizia. A Rosarno siamo riusciti a cancellare il senso di giustizia.

Cancellare il senso di giustizia nelle coscienze delle persone lo consideriamo un crimine di cui crediamo responsabili: - la criminalità organizzata che controlla vasti territori del paese e le loro economie, - l’economia illegale che applica solo la legge del più forte, - un mercato senza controlli che premia chi spinge lo sfruttamento di chi lavora fino all’inverosimile, - una Repubblica che non riconosce ai migranti i diritti della persona, - una comunità civile che in tutta Italia si rassegna all’economia sommersa, irresponsabile, in cui non si conosce se i prodotti che usiamo hanno violato la dignità della persona o sprecato risorse. Adesso dobbiamo spenderci come cittadini per dare diritti ai migranti, costruendo un’accoglienza dal basso e sfidando l’intolleranza e il razzismo con tutta l’illegalità che ci gira intorno. Occorrono investimenti che costano, a cui contribuire per difendere la nostra identità civile e dimostrare così che non vogliamo 10-100-1000 Rosarno.

Vogliamo la sicurezza, prima di tutto per gli ultimi a cui spesso è negato ogni diritto e verso cui ogni aggressione spesso resta impunita. Vogliamo leggi più umane e più inclusive sui temi dell’immigrazione: riaprire canali significativi di ingresso regolare nel nostro Paese significa prosciugare l’acquario in cui sguazza il caporalato; il nuovo schiavismo nell’agricoltura italiana prospererà finché potrà attingere da un esercito di riserva di “senza diritti”. E’ necessario riconoscere l’emergenza del deficit di azioni educative negli ambiti operativi di tutte le nostre organizzazioni. Bisogna concentrare gli sforzi per riportare al centro la questione della dignità della persona al di sopra delle convenienze e delle paure che insieme creano l’intolleranza. Occorre riportare le persone, le famiglie, le città a interessarsi dei poveri e dei meccanismi dell’impoverimento. Portare il dibattito nelle scuole, a partire da quelle calabresi: fornire alle nuove e nuovissime generazioni una chiave di lettura alternativa a quella fornita dagli “impresari della paura” e dai loro telegiornali.

Costruire un’alternativa a questo modo di vivere basato sulla mercificazione e sul dominio del denaro con un altro modo di produrre e con un altro modo di scegliere cosa comprare. Anche la grande distribuzione ci deve aiutare a capire cosa c’è dietro le arance che proviamo nei mercati. Per favorire integrazione e legalità occorre costruire alternative di economie solidale dove c’è un rapporto diretto e di cooperazione tra chi vende e chi compra, forte della condivisione dei fini dell’impresa che produce. Solo una forte crescita dell’economia solidale può favorire l’adozione di scelte responsabili da parte delle imprese più grandi e dell’economia in generale. Queste organizzazioni vogliono fare sistema per economie solidali basate sul valore delle persone, sul valore della natura, sul valore della vita futura e dove il denaro è strumento non il fine. A cura di Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Legambiente
www.terrafutura.it

giovedì 4 febbraio 2010


 
News

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Circa 250 trattori hanno bloccano le strade principali del quartiere delle istituzioni Ue a Bruxelles chiamati a manifestare da Fugea, dalla Federazione dei Giovani Agricoltori (FJA), dalla Federazione Vallone dell’Agricoltura ( Fwa), dalla Rete di sostegno all’agricoltura contadina (RéSAP) e dal Coordinamento europeo. >>



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