W.T.O. - Anche il nuovo negoziatore americano imbraccia il fucile.
Sembrava all'occhio un vecchio attore americano alla Sidney Poitiers. Ad ascoltarlo, però, assomiglia di più a John Wayne, e questo non promette niente di buono. Ha voluto per se' la parola finale, piazzando la sua conferenza stampa giusto dopo quella del direttore generale della Wto Pascal Lamy [...]
e del chair del Vertice Andres Velasco. Il capo-negoziatore americano Ron Kirk, alla conclusione della non-ministeriale della Wto a Ginevra, ha spiegato con una certa fierezza alla stampa, in un confronto aperto di oltre 20 minuti, che l'amministrazione di Obama sta cambiando la propria politica commerciale da quella della produzione di beni a prezzo basso in giro per il mondo a quella della ricerca di una buona occupazione in patria.
"Stiamo dedicando la nostra attenzione quasi a tempo pieno a creare occupazione e far crescere l'economia - ha ammesso Kirk - perché troppi americani credevano che le nostre precedenti politiche commerciali fossero troppo generose con i nostri partners". Kirk ha anche detto che sta cercando di riequilibrare il Doha round per assicurarsi che garantisca migliori condizioni per le esportazioni americane, "perché più esportiamo più posti creiamo".
Rispetto alle opposizioni che gli Usa hanno registrato in questi giorni da parte di molti Paesi rispetto alla nuova offensiva, taglia corto: "la sola idea di metterci 10, 15 o venti anni per ottenere una cosa è proprio contro di me. La competizione è troppo aspra. I consumatori, le imprese, i lavoratori non possono aspettare altri 20 anni". Chi sa se nella competizione ci si lancerà a cavallo?
"Stiamo dedicando la nostra attenzione quasi a tempo pieno a creare occupazione e far crescere l'economia - ha ammesso Kirk - perché troppi americani credevano che le nostre precedenti politiche commerciali fossero troppo generose con i nostri partners". Kirk ha anche detto che sta cercando di riequilibrare il Doha round per assicurarsi che garantisca migliori condizioni per le esportazioni americane, "perché più esportiamo più posti creiamo".
Rispetto alle opposizioni che gli Usa hanno registrato in questi giorni da parte di molti Paesi rispetto alla nuova offensiva, taglia corto: "la sola idea di metterci 10, 15 o venti anni per ottenere una cosa è proprio contro di me. La competizione è troppo aspra. I consumatori, le imprese, i lavoratori non possono aspettare altri 20 anni". Chi sa se nella competizione ci si lancerà a cavallo?
Uno studio congiunto Wto - Ilo conferma: il libero mercato ha fallito
Secondo uno studio congiunto tra Wto (World Trade Organisation) e Ilo (International Labour Organisation), il libero commercio ha fallito nel creare migliori condizioni di lavoro nei paesi in via di sviluppo.Al contrario avrebbe arricchito l'economia informale di nuovi posti di lavoro, con tutta l'insicurezza che li caratterizza: "ad una forte crescita nell'economia mondiale, non è per nulla seguito un corrispondente incremento nelle condizioni di lavoro e degli standard di vita per molti". Secondo il rapporto della Wto e dell'Ilo, il lavoro informale nelle economie in via di sviluppo comprenderebbe tra il 30 ed il 90% della forza lavoro complessiva.
"Il commercio ha contribuito alla crescita ed allo sviluppo ovunque" ha dichiarato Pascal Lamy, direttore della Wto, "ma questo non si è automaticamente tradotto in un miglioramento della qualità del lavoro".
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Secondo Lamy "L'apertura dei mercati necessita di proprie politiche per creare buoni posti di lavoro. Quqesto è ancor più evidente con l'attuale crisi che ha ridotto il commercio ed cacciato molti nel lavoro informale".
Secondo il rapporto, la crescita dell'economia informale ha avuto inoltre l'effetto di impedire ai Paesi di diversificare le proprie economie e le proprie esportazioni, contribuendo alla depressione globale: "un incremento nell'incidenza del lavoro informale di 10 punti percentuali è equivalente alla riduzione nella diversificazione dell'export di un corrispondente 10%". Oltretutto un'economia informale diffusa rende il Paese più vulnerabile a shock economici esterni. "Inoltre" continua il rapporto, "diverse stime suggeriscono che i Paesi con una dimensione dell'economia informale sopra la media sono tre volte più a rischio nel subire gli effetti avversi della crisi rispetto a quelli con tassi di informalità più bassi".
www.faircoop.net
mercoledì 2 dicembre 2009
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